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Jorrit Tornquist – Viaggio a Genova
Questa esposizione intende essere un esaustivo percorso che transita attraverso l’intera carriera artistica di Jorrit Tornquist, saranno messe in mostra una sessantina di opere che spaziano dagli squillanti esperimenti cromatici degli anni ’60, alle pacate variazioni tonali degli anni settanta, fino alle Pieghe e ai Tessuti contemporanei.
Comunicato stampa
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Inaugurerà Martedì 18 Maggio 2010 al Museo di Palazzo Reale - Teatro del Falcone di Genova la mostra Jorrit Tornquist, Viaggio a Genova a cura di Giovanni Granzotto; patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, la mostra proseguirà fino al 18 Luglio.
Jorrit Tornquist, nato nel 1938 a Graz, si dedica alle ricerche sul colore dal punto di vista scientifico, dal 1965 importanti gallerie organizzano una serie di mostre in moltissime città italiane e straniere tra cui Milano, Venezia, Genova, Torino, Roma, Firenze, Bruxelles, Zurigo, Vienna, Berlino e Tokyo. Ha esposto in prestigiosi spazi pubblici quali Palazzo Reale a Milano, il Public Eye di Amburgo, il Museum of Drawers e il Mc Crony Collection di New York, il Museo Soto di Ciudad in Venezuela, la Galleria d?Arte Moderna di Lubiana, Praga, Zagabria e il Museo Hermitage a San Pietroburgo. Dal 1980 è molto impegnato nell?attività didattica, insegna: all?Istituto Europeo di Design di Milano, alla Facoltà di Architettura dell?Università di Graz, all?Accademia di Belle Arti di Bergamo e al Politecnico di Milano e nel 1986 partecipa alla Biennale di Venezia. È inoltre autore di numerosi interventi urbanistici tra cui: il nuovo Termovalorizzatore dell?ASM di Brescia, il depuratore del Garda a Peschiera, la ex Italcementi di Tavernola sul lago d?Iseo, e la colorazione della Galleria Tito Speri di Brescia.
Questa esposizione intende essere un esaustivo percorso che transita attraverso l?intera carriera artistica di Jorrit Tornquist, saranno messe in mostra una sessantina di opere che spaziano dagli squillanti esperimenti cromatici degli anni ?60, alle pacate variazioni tonali degli anni settanta, fino alle Pieghe e ai Tessuti contemporanei. Verrà inoltre presentata una sezione dedicata alla scultura. Tutte le composizioni esposte sono raccolte in un elegante volume a colori edito da Il Cigno GG Edizioni, casa editrice organizzatrice dell?evento in collaborazione con la galleria Studio d?Arte GR. Il catalogo sarà corredato da testi critici ad opera di Giovanni Granzotto, Elsa Dezuanni e Alberto Pasini.
La mostra è resa possibile anche grazie al contributo della ditta Euromobil e del MIBAC. Alla vernice saranno presenti: Jorrit Tornquist, Giovanni Granzotto, Maurizio Galletti, direttore generale per i beni culturali della Liguria, Giorgio Rossini, soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Liguria, Luca Leoncini, direttore del museo di Palazzo Reale.
BIOGRAFIA di Jorrit Tornquist
Jorrit Tornquist è nato nel 1938 a Graz (Austria), dove ha studiato nel 1956 Biologia all’Università e nel 1958 Architettura al Politecnico.
Dal 1959 si dedica esclusivamente alle ricerche sul colore dal punto di vista scientifico. Dal 1965 importanti gallerie organizzano una serie di mostre in moltissime città italiane tra cui Milano, Venezia, Genova, Torino, Livorno, Roma, Firenze, e in alcune città straniere tra cui Bruxelles, Francoforte, Zurigo, Vienna, Berlino, Budapest e Tokyo.
Ha esposto in prestigiosi spazi pubblici quali Palazzo Reale a Milano, il Public Eye di Amburgo, il Museum of Drawers e il Mc Crony Collection di New York, il Museo Soto di Ciudad in Venezuela, il Museum of Modern Art di Eilat in Israele, e a Zagabria, Barcellona, Zurigo.
Nel 1966 entra a far parte del Forum Stadtpark di Graz e realizza il suo primo “color-project” pubblico a cui seguiranno molti altri, negli anni successivi, in Italia e all’estero.
Nel 1967 fonda a Graz il gruppo “Austria-Ricerche su griglie di impulsi”, e nel 1972 “Team-colore” a Milano.
Sono anni di grande impegno, dal 1975 partecipa a numerosi convegni tra cui: Arte pubblica a Graz, Arredo Urbano a Stresa, Colorazione Città Alta di Bergamo, Abitare a Bologna, Arte & Industria a Vienna, Triennale a Milano. Nel 1973 entra a far parte del “Colour-Center” di Tokyo, nel 1977 del gruppo “Surya” di Milano e nel 1995 crea il gruppo “Color & Surface” che è attivo a Barcellona, Milano e Vienna per “color-project” pubblici e privati.
Numerose sono le sue pubblicazioni, soprattutto saggi sulla “Teoria del colore” e la “Percezione dello Spazio”. Dal 1980 è molto impegnato nell’attività didattica, insegna: all’Istituto Europeo di Design di Milano, alla Facoltà di Architettura dell’Università di Graz, all’Accademia di Belle Arti di Bergamo e al Politecnico di Milano.
Nel 1986 è invitato alla XLII Biennale Internazionale di Venezia nella sezione “Arte Scienza e Colore” con Veronesi, Le Parc, Munari, Vasarely, Max Bill, Loshe, Albers, Gerstner e Fontana.
Nel 1994 figura tra i dieci artisti internazionali invitati alla mostra “Big and Great” di Palazzo Martinengo a Brescia.
Nel 1995 è membro del Comitato Scientifico del Politecnico di Milano. Nel 1997 partecipa alla mostra “Le Geometrie dell’Universo” al Convento dell’Annunciata di Rovato, Franciacorta. Nel 1998 è direttore del Comitato Scientifico dell’Istituto del Colore di Milano. Del 1999 sono la sua antologica al Museo Sertoli Salis di Sondrio e la mostra con opere di grandi dimensioni al Museo di Gazoldo degli Ippoliti a Mantova.
Nel 2000 partecipa allo Spazio Culturale della Fiera d’Arte di Montichiari (Brescia) e, nel 2001, allo “Start-up” di Cologno (Brescia).
Nel 2007 è invitato alla Biennale “Stemperando”, svoltasi alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto, a cura di Giovanna Barbaro.
Numerosi i riconoscimenti: nel 1967 il Premio Wittmann a Vienna, nel 1968 per la partecipazione all’Eurodomus a Torino, nel 1970 Premio Architettura 2000 di Trigon, nel 1972 Premio per il Colore alla Fiera del Mobile a Monza.
Tra i suoi ultimi interventi urbanistici: il nuovo Termovalorizzatore dell’ASM di Brescia, il depuratore del Garda a Peschiera, la ex Italcementi di Tavernola sul lago d’Iseo, e la colorazione della Galleria Tito Speri di Brescia.
Critici e scrittori si sono interessati all’opera di Tornquist, tra questi Umbro Apollonio, Enzo Biffi, Luciano Caramel, Gillo Dorfles, Carlo Franza, Giovanni Granzotto, ecc.
Le sue opere sono presenti in importanti musei d’Europa, Israele, Nord e Sud America.
Jorrit Tornquist
Giovanni Granzotto
Jorrit Tornquist, fin dalle prime esperienze degli anni sessanta, sembra accostarsi al colore come gli “amanuensi” si accostavano ai testi, sacri o antichi, con un’unica missione, quella di riconoscerne l’incommensurabile e definitiva grandezza, per poterla solo e semplicemente ripetere e tramandare. L’imparare, il conoscere, quindi il riportare e rapportare, non si manifesta solo come un passaggio della scienza, ma come uno strumento stesso della poesia. Ricuperare, con il passo leggero dell’artista scienziato, le coordinate della geometria della forma, e le sdrucciolevoli alchimie degli impasti e delle densità dei pigmenti, penetrare nel crogiuolo dove la luce, con la magistrale naturalezza dell’accadimento necessitato ed artigianale al tempo stesso, costruisce le innumerevoli modificazioni della realtà, diventa per l’artista austriaco il viatico indispensabile per ammirare e stupirsi della bellezza del mondo. Ecco, lo stupore come condizione naturale e primaria. La realtà è uno stupore elementare, che Tornquist affronta, ricupera, anche rielabora, magari arricchendo ed allargando il ventaglio delle opzioni, per offrirci una spiegazione ed un paradigma di quello che ci contorna, che ci abita ed in cui abitiamo, di quello che viviamo e che ci vive attorno.
Tornquist rivive, attraverso la sua ricerca, la realtà, che continuamente viene rimodellata e reinterpretata dalla luce: eterno attore dell’universo-forma e strumento inesauribile del suo riconoscimento. L’artista si pone proprio a metà, nel mezzo di questo percorso, con l’umiltà e lo scrupolo del testimone fedele, però anche con la convinzione di poter utilizzare, decriptandoli, i messaggi, per poterci aprire ed illuminare alle nuove poetiche della scienza. Ecco, l’invenzione, il riassunto creativo, l’opera o le opere - chè il suo produrre conferisce una armonia sacrale, una compiutezza tutta particolare, alla serialità della sequenza (venendo quasi a costituire un terzium genus, indipendente sia dall’opera unica che dal multiplo) - hanno il compito di rielaborare la realtà senza tradire l’elemento naturale, senza discostarsene, eppure senza rappresentarlo; ma anche senza volerlo ricondurre al suo momento ideale, non riducendolo ad una sorta di essenza liofilizzata. Tornquist non cerca la metafisica del colore, o i segreti della luce, e nemmeno la materializzazione di una idea luminosa, anche se per Floriano De Santi le sue “… tele, se messe al buio, tolte da un’azione illusionistica che le ha preparate… e che le prosegue in ipotesi, in altre parole se tolte dall’esperienza in cui sono immerse e che verificano, cadrebbero in un’inerzia geometrica assoluta: letteralmente, non “si vedrebbero”, in quanto emetterebbero una luce nera.”
Comunque sia, per Tornquist le opere, comprese quelle tridimensionali… ,sono un mezzo che non ha un fine perché non ha un principio. Pertanto ispessiscono il valore trasparente del buio così esattamente come aumentano la portata della luce, dimostrandosi in questa loro virtualità spaziale eminentemente preziose: fenomeni alchemici e sensoriali - suggerisce Walter Titz - della “luce del mondo raccontata nell’arcobaleno”(1).
A me pare che l’artista austriaco cerchi la testimonianza concreta dell’opera - e lo stesso vale per la progettazione di un ambiente o di una architettura industriale o di un arredo urbano -, attraverso le esperienze della luce; che cerchi di decifrare le espressioni, i rapporti, le simpatie e le antinomie, i conflitti dei pigmenti, proprio nella conclusività, nella quadratura del singolo oggetto, del singolo prodotto artistico. E su questa strada, egli non rifiuta di utilizzare le opportunità offerte da materiali diversi, come stracci, cartapesta, gesso, per sfruttare certo alterazioni e cangiamenti della superficie, causati dalle stesse proprietà di rifrazione e assorbimento della luce; ma anche per conquistare, per gli stessi materiali, una nuova dignità, derivata da una oggettualità non simbolica né virtuale. Nascono così opere come i “cuscini”, i “tessuti”, gli “stracci”, che, oltre a confermare un approccio estremamente articolato nei confronti del proprio lavoro, tendono a definire un’identità concreta e dichiarata, una oggettualità conclusa: quella forma elaborata e raggiunta per il mezzo di quei materiali.
A dire il vero, a me pare che Tornquist vada perfino oltre, immergendo l’intera poetica delle sue ricerche fisico-alchemiche nella dimensione del quotidiano, della contemporaneità, del coinvolgimento esistenziale, lasciando che i suoi approfondimenti e le sue conclusioni scientifiche vengano attraversate e pure scompaginate (comunque non squassate o rivoluzionate) dai venti delle vicende umane del proprio tempo. Ad essi egli affida il compito di contaminare rigore e metodo scientifico con le aspettative e le interferenze del sociale. E più che “… una sottile vena giocosa che toglie a queste severe composizioni un po’ della loro iper-razionalità”(2), come ebbe ad asserire inizialmente Gillo Dorfles, quasi a intercettare nel suo lavoro una qualche componente dadaista, una certa vena ludica, a me pare che, da opere come i “vestiari” o le “pieghe” ed altre, affiori, solida e cosciente, la convinzione che anche gli aspetti transitori e mondani possono custodire riferimenti ed espressioni dell’architettura della luce. Tutto, anche l’accidente, il quotidiano, l’effimero partecipa del grande disegno scientifico della realtà; tutto si assoggetta all’imperio inevitabile delle regole, ed all’artista spetta proprio il compito di scoprire, all’interno di questo disegno, le sfaccettature più celate, i brividi di una energia più ricca, variegata e creativa di altre, le vibrazioni capaci di annunciare scoperte ed epifanie formali ai più sconosciute o ancora celate.
Secondo Tornquist l’artista esplora la realtà in una posizione di privilegio: con gli strumenti della poesia, del metodo, e della scienza, ne ricupera il succo vitale, riconoscendone limiti e possibilità.
Ed in questa esplorazione così esatta e così fantastica al tempo stesso, in questo addentrarsi nel tessuto della realtà, attraverso codici scientifici, ma anche percettivi e subliminali, Tornquist rivela e sottolinea l’essenza volumetrica della realtà stessa. Il colore non possiede, infatti, solo una consistenza luminosa, non si esaurisce e si annulla solamente sulla superficie, nella sua propagazione e definizione bidimensionale: il colore, sostanza della realtà, è anche pigmento, è anche materia, è anche momento e occasione plastica. Ecco l’intervento dei materiali (tessuto, gesso, cartapesta), che già di per sé agevolano e sostengono una certa propensione al rilievo; ecco la scelta di trasferire anche ad elementi tridimensionali come la “stele”, o i “dittici” con o senza cornice, colorazione e trasparenza, approfittando della curvatura, del movimento e delle angolazioni della superficie; ed ecco, in opere apparentemente ancora bidimensionali, come certi “riflessi” e certi “saxit”, il sopraggiungere di paste molto alte, di croste dense, spesse e tormentate, che imprimono al dipinto un particolare effetto di rialzo materico. Ma è con i “tessuti”, le “pieghe”, le “fessure”, in una geniale e perfetta sintonia fra materiali e colore, in tutte le sue sfumature e gradazioni, che Tornquist si impadronisce, attraverso ogni singola opera pur sempre da parete, di un intero campo spaziale, espandendo l’influenza e l’intervento della propria pittura sui pieni e sui vuoti, sulle opacità e sulle trasparenze, sulle densità e sulle assenze di materia e di pigmento. Quasi proponendoci una nuova concezione dell’altorilievo, rivisitato in chiave moderna attraverso lo strumento della luce-colore.
Rispetto ad altri artisti-scienziati del colore, come Ugo Demarco ad esempio, la visionarietà di Tornquist ci porta dunque verso territori più articolati, più sfaccettati, più intrisi di componenti esistenziali. Se l’artista argentino, continuatore dell’insegnamento e della dottrina di un Maestro come Albers, circoscriveva la sua magica e ossessiva ricerca all’interno del laboratorio del colore, Tornquist invece si confronta, senza remore e senza alcun limite, con l’intero mondo naturale, non tralasciando alcun aspetto percettivo, emotivo e psicologico: cercando di decifrare e riconoscere ogni valenza del colore, in tutte le sue empiriche potenzialità.
(1) Floriano De Santi, Jorrit Tornquist: la forma e il suo labirinto, in catalogo della mostra tenutasi presso la Fondazione Mattalon, Milano, aprile-maggio 2007, Verso l’Arte Editore
(2) Gillo Dorfles, Jorrit Tornquist, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Cenobio Visualità, Milano, 1970
Jorrit Tornquist, nato nel 1938 a Graz, si dedica alle ricerche sul colore dal punto di vista scientifico, dal 1965 importanti gallerie organizzano una serie di mostre in moltissime città italiane e straniere tra cui Milano, Venezia, Genova, Torino, Roma, Firenze, Bruxelles, Zurigo, Vienna, Berlino e Tokyo. Ha esposto in prestigiosi spazi pubblici quali Palazzo Reale a Milano, il Public Eye di Amburgo, il Museum of Drawers e il Mc Crony Collection di New York, il Museo Soto di Ciudad in Venezuela, la Galleria d?Arte Moderna di Lubiana, Praga, Zagabria e il Museo Hermitage a San Pietroburgo. Dal 1980 è molto impegnato nell?attività didattica, insegna: all?Istituto Europeo di Design di Milano, alla Facoltà di Architettura dell?Università di Graz, all?Accademia di Belle Arti di Bergamo e al Politecnico di Milano e nel 1986 partecipa alla Biennale di Venezia. È inoltre autore di numerosi interventi urbanistici tra cui: il nuovo Termovalorizzatore dell?ASM di Brescia, il depuratore del Garda a Peschiera, la ex Italcementi di Tavernola sul lago d?Iseo, e la colorazione della Galleria Tito Speri di Brescia.
Questa esposizione intende essere un esaustivo percorso che transita attraverso l?intera carriera artistica di Jorrit Tornquist, saranno messe in mostra una sessantina di opere che spaziano dagli squillanti esperimenti cromatici degli anni ?60, alle pacate variazioni tonali degli anni settanta, fino alle Pieghe e ai Tessuti contemporanei. Verrà inoltre presentata una sezione dedicata alla scultura. Tutte le composizioni esposte sono raccolte in un elegante volume a colori edito da Il Cigno GG Edizioni, casa editrice organizzatrice dell?evento in collaborazione con la galleria Studio d?Arte GR. Il catalogo sarà corredato da testi critici ad opera di Giovanni Granzotto, Elsa Dezuanni e Alberto Pasini.
La mostra è resa possibile anche grazie al contributo della ditta Euromobil e del MIBAC. Alla vernice saranno presenti: Jorrit Tornquist, Giovanni Granzotto, Maurizio Galletti, direttore generale per i beni culturali della Liguria, Giorgio Rossini, soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Liguria, Luca Leoncini, direttore del museo di Palazzo Reale.
BIOGRAFIA di Jorrit Tornquist
Jorrit Tornquist è nato nel 1938 a Graz (Austria), dove ha studiato nel 1956 Biologia all’Università e nel 1958 Architettura al Politecnico.
Dal 1959 si dedica esclusivamente alle ricerche sul colore dal punto di vista scientifico. Dal 1965 importanti gallerie organizzano una serie di mostre in moltissime città italiane tra cui Milano, Venezia, Genova, Torino, Livorno, Roma, Firenze, e in alcune città straniere tra cui Bruxelles, Francoforte, Zurigo, Vienna, Berlino, Budapest e Tokyo.
Ha esposto in prestigiosi spazi pubblici quali Palazzo Reale a Milano, il Public Eye di Amburgo, il Museum of Drawers e il Mc Crony Collection di New York, il Museo Soto di Ciudad in Venezuela, il Museum of Modern Art di Eilat in Israele, e a Zagabria, Barcellona, Zurigo.
Nel 1966 entra a far parte del Forum Stadtpark di Graz e realizza il suo primo “color-project” pubblico a cui seguiranno molti altri, negli anni successivi, in Italia e all’estero.
Nel 1967 fonda a Graz il gruppo “Austria-Ricerche su griglie di impulsi”, e nel 1972 “Team-colore” a Milano.
Sono anni di grande impegno, dal 1975 partecipa a numerosi convegni tra cui: Arte pubblica a Graz, Arredo Urbano a Stresa, Colorazione Città Alta di Bergamo, Abitare a Bologna, Arte & Industria a Vienna, Triennale a Milano. Nel 1973 entra a far parte del “Colour-Center” di Tokyo, nel 1977 del gruppo “Surya” di Milano e nel 1995 crea il gruppo “Color & Surface” che è attivo a Barcellona, Milano e Vienna per “color-project” pubblici e privati.
Numerose sono le sue pubblicazioni, soprattutto saggi sulla “Teoria del colore” e la “Percezione dello Spazio”. Dal 1980 è molto impegnato nell’attività didattica, insegna: all’Istituto Europeo di Design di Milano, alla Facoltà di Architettura dell’Università di Graz, all’Accademia di Belle Arti di Bergamo e al Politecnico di Milano.
Nel 1986 è invitato alla XLII Biennale Internazionale di Venezia nella sezione “Arte Scienza e Colore” con Veronesi, Le Parc, Munari, Vasarely, Max Bill, Loshe, Albers, Gerstner e Fontana.
Nel 1994 figura tra i dieci artisti internazionali invitati alla mostra “Big and Great” di Palazzo Martinengo a Brescia.
Nel 1995 è membro del Comitato Scientifico del Politecnico di Milano. Nel 1997 partecipa alla mostra “Le Geometrie dell’Universo” al Convento dell’Annunciata di Rovato, Franciacorta. Nel 1998 è direttore del Comitato Scientifico dell’Istituto del Colore di Milano. Del 1999 sono la sua antologica al Museo Sertoli Salis di Sondrio e la mostra con opere di grandi dimensioni al Museo di Gazoldo degli Ippoliti a Mantova.
Nel 2000 partecipa allo Spazio Culturale della Fiera d’Arte di Montichiari (Brescia) e, nel 2001, allo “Start-up” di Cologno (Brescia).
Nel 2007 è invitato alla Biennale “Stemperando”, svoltasi alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto, a cura di Giovanna Barbaro.
Numerosi i riconoscimenti: nel 1967 il Premio Wittmann a Vienna, nel 1968 per la partecipazione all’Eurodomus a Torino, nel 1970 Premio Architettura 2000 di Trigon, nel 1972 Premio per il Colore alla Fiera del Mobile a Monza.
Tra i suoi ultimi interventi urbanistici: il nuovo Termovalorizzatore dell’ASM di Brescia, il depuratore del Garda a Peschiera, la ex Italcementi di Tavernola sul lago d’Iseo, e la colorazione della Galleria Tito Speri di Brescia.
Critici e scrittori si sono interessati all’opera di Tornquist, tra questi Umbro Apollonio, Enzo Biffi, Luciano Caramel, Gillo Dorfles, Carlo Franza, Giovanni Granzotto, ecc.
Le sue opere sono presenti in importanti musei d’Europa, Israele, Nord e Sud America.
Jorrit Tornquist
Giovanni Granzotto
Jorrit Tornquist, fin dalle prime esperienze degli anni sessanta, sembra accostarsi al colore come gli “amanuensi” si accostavano ai testi, sacri o antichi, con un’unica missione, quella di riconoscerne l’incommensurabile e definitiva grandezza, per poterla solo e semplicemente ripetere e tramandare. L’imparare, il conoscere, quindi il riportare e rapportare, non si manifesta solo come un passaggio della scienza, ma come uno strumento stesso della poesia. Ricuperare, con il passo leggero dell’artista scienziato, le coordinate della geometria della forma, e le sdrucciolevoli alchimie degli impasti e delle densità dei pigmenti, penetrare nel crogiuolo dove la luce, con la magistrale naturalezza dell’accadimento necessitato ed artigianale al tempo stesso, costruisce le innumerevoli modificazioni della realtà, diventa per l’artista austriaco il viatico indispensabile per ammirare e stupirsi della bellezza del mondo. Ecco, lo stupore come condizione naturale e primaria. La realtà è uno stupore elementare, che Tornquist affronta, ricupera, anche rielabora, magari arricchendo ed allargando il ventaglio delle opzioni, per offrirci una spiegazione ed un paradigma di quello che ci contorna, che ci abita ed in cui abitiamo, di quello che viviamo e che ci vive attorno.
Tornquist rivive, attraverso la sua ricerca, la realtà, che continuamente viene rimodellata e reinterpretata dalla luce: eterno attore dell’universo-forma e strumento inesauribile del suo riconoscimento. L’artista si pone proprio a metà, nel mezzo di questo percorso, con l’umiltà e lo scrupolo del testimone fedele, però anche con la convinzione di poter utilizzare, decriptandoli, i messaggi, per poterci aprire ed illuminare alle nuove poetiche della scienza. Ecco, l’invenzione, il riassunto creativo, l’opera o le opere - chè il suo produrre conferisce una armonia sacrale, una compiutezza tutta particolare, alla serialità della sequenza (venendo quasi a costituire un terzium genus, indipendente sia dall’opera unica che dal multiplo) - hanno il compito di rielaborare la realtà senza tradire l’elemento naturale, senza discostarsene, eppure senza rappresentarlo; ma anche senza volerlo ricondurre al suo momento ideale, non riducendolo ad una sorta di essenza liofilizzata. Tornquist non cerca la metafisica del colore, o i segreti della luce, e nemmeno la materializzazione di una idea luminosa, anche se per Floriano De Santi le sue “… tele, se messe al buio, tolte da un’azione illusionistica che le ha preparate… e che le prosegue in ipotesi, in altre parole se tolte dall’esperienza in cui sono immerse e che verificano, cadrebbero in un’inerzia geometrica assoluta: letteralmente, non “si vedrebbero”, in quanto emetterebbero una luce nera.”
Comunque sia, per Tornquist le opere, comprese quelle tridimensionali… ,sono un mezzo che non ha un fine perché non ha un principio. Pertanto ispessiscono il valore trasparente del buio così esattamente come aumentano la portata della luce, dimostrandosi in questa loro virtualità spaziale eminentemente preziose: fenomeni alchemici e sensoriali - suggerisce Walter Titz - della “luce del mondo raccontata nell’arcobaleno”(1).
A me pare che l’artista austriaco cerchi la testimonianza concreta dell’opera - e lo stesso vale per la progettazione di un ambiente o di una architettura industriale o di un arredo urbano -, attraverso le esperienze della luce; che cerchi di decifrare le espressioni, i rapporti, le simpatie e le antinomie, i conflitti dei pigmenti, proprio nella conclusività, nella quadratura del singolo oggetto, del singolo prodotto artistico. E su questa strada, egli non rifiuta di utilizzare le opportunità offerte da materiali diversi, come stracci, cartapesta, gesso, per sfruttare certo alterazioni e cangiamenti della superficie, causati dalle stesse proprietà di rifrazione e assorbimento della luce; ma anche per conquistare, per gli stessi materiali, una nuova dignità, derivata da una oggettualità non simbolica né virtuale. Nascono così opere come i “cuscini”, i “tessuti”, gli “stracci”, che, oltre a confermare un approccio estremamente articolato nei confronti del proprio lavoro, tendono a definire un’identità concreta e dichiarata, una oggettualità conclusa: quella forma elaborata e raggiunta per il mezzo di quei materiali.
A dire il vero, a me pare che Tornquist vada perfino oltre, immergendo l’intera poetica delle sue ricerche fisico-alchemiche nella dimensione del quotidiano, della contemporaneità, del coinvolgimento esistenziale, lasciando che i suoi approfondimenti e le sue conclusioni scientifiche vengano attraversate e pure scompaginate (comunque non squassate o rivoluzionate) dai venti delle vicende umane del proprio tempo. Ad essi egli affida il compito di contaminare rigore e metodo scientifico con le aspettative e le interferenze del sociale. E più che “… una sottile vena giocosa che toglie a queste severe composizioni un po’ della loro iper-razionalità”(2), come ebbe ad asserire inizialmente Gillo Dorfles, quasi a intercettare nel suo lavoro una qualche componente dadaista, una certa vena ludica, a me pare che, da opere come i “vestiari” o le “pieghe” ed altre, affiori, solida e cosciente, la convinzione che anche gli aspetti transitori e mondani possono custodire riferimenti ed espressioni dell’architettura della luce. Tutto, anche l’accidente, il quotidiano, l’effimero partecipa del grande disegno scientifico della realtà; tutto si assoggetta all’imperio inevitabile delle regole, ed all’artista spetta proprio il compito di scoprire, all’interno di questo disegno, le sfaccettature più celate, i brividi di una energia più ricca, variegata e creativa di altre, le vibrazioni capaci di annunciare scoperte ed epifanie formali ai più sconosciute o ancora celate.
Secondo Tornquist l’artista esplora la realtà in una posizione di privilegio: con gli strumenti della poesia, del metodo, e della scienza, ne ricupera il succo vitale, riconoscendone limiti e possibilità.
Ed in questa esplorazione così esatta e così fantastica al tempo stesso, in questo addentrarsi nel tessuto della realtà, attraverso codici scientifici, ma anche percettivi e subliminali, Tornquist rivela e sottolinea l’essenza volumetrica della realtà stessa. Il colore non possiede, infatti, solo una consistenza luminosa, non si esaurisce e si annulla solamente sulla superficie, nella sua propagazione e definizione bidimensionale: il colore, sostanza della realtà, è anche pigmento, è anche materia, è anche momento e occasione plastica. Ecco l’intervento dei materiali (tessuto, gesso, cartapesta), che già di per sé agevolano e sostengono una certa propensione al rilievo; ecco la scelta di trasferire anche ad elementi tridimensionali come la “stele”, o i “dittici” con o senza cornice, colorazione e trasparenza, approfittando della curvatura, del movimento e delle angolazioni della superficie; ed ecco, in opere apparentemente ancora bidimensionali, come certi “riflessi” e certi “saxit”, il sopraggiungere di paste molto alte, di croste dense, spesse e tormentate, che imprimono al dipinto un particolare effetto di rialzo materico. Ma è con i “tessuti”, le “pieghe”, le “fessure”, in una geniale e perfetta sintonia fra materiali e colore, in tutte le sue sfumature e gradazioni, che Tornquist si impadronisce, attraverso ogni singola opera pur sempre da parete, di un intero campo spaziale, espandendo l’influenza e l’intervento della propria pittura sui pieni e sui vuoti, sulle opacità e sulle trasparenze, sulle densità e sulle assenze di materia e di pigmento. Quasi proponendoci una nuova concezione dell’altorilievo, rivisitato in chiave moderna attraverso lo strumento della luce-colore.
Rispetto ad altri artisti-scienziati del colore, come Ugo Demarco ad esempio, la visionarietà di Tornquist ci porta dunque verso territori più articolati, più sfaccettati, più intrisi di componenti esistenziali. Se l’artista argentino, continuatore dell’insegnamento e della dottrina di un Maestro come Albers, circoscriveva la sua magica e ossessiva ricerca all’interno del laboratorio del colore, Tornquist invece si confronta, senza remore e senza alcun limite, con l’intero mondo naturale, non tralasciando alcun aspetto percettivo, emotivo e psicologico: cercando di decifrare e riconoscere ogni valenza del colore, in tutte le sue empiriche potenzialità.
(1) Floriano De Santi, Jorrit Tornquist: la forma e il suo labirinto, in catalogo della mostra tenutasi presso la Fondazione Mattalon, Milano, aprile-maggio 2007, Verso l’Arte Editore
(2) Gillo Dorfles, Jorrit Tornquist, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Cenobio Visualità, Milano, 1970
18
maggio 2010
Jorrit Tornquist – Viaggio a Genova
Dal 18 maggio al 18 luglio 2010
arte contemporanea
Location
PALAZZO REALE DI GENOVA
Genova, Via Balbi, 10, (Genova)
Genova, Via Balbi, 10, (Genova)
Orario di apertura
da martedì a mercoledì 9-13.30; da giovedì a domenica 9-19
Vernissage
18 Maggio 2010, ore 18
Editore
IL CIGNO
Ufficio stampa
STUDIO ARTE GR
Autore
Curatore




