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L’eterno compromesso (Appunti per una mostra)
Il progetto de L’eterno compromesso; nelle bacheche del museo verranno infatti collocati libri, immagini e ritagli che documentano l’utilizzo del fibrocemento nelle opere d’arte, ipotizzando una mostra come dovrebbe essere, ma come non sarà e non potrà essere nella realtà.
Comunicato stampa
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L’eterno compromesso è un gioco di parole
che può essere letto in una duplice accezione:
“l’ineluttabile compromissione di ciò
che riteniamo eterno” oppure “il duro compromesso
con il nostro concetto di eternità”.
Questa non è una mostra di opere, né vuole
essere un’esposizione di soli documenti, ma
più verosimilmente intende porsi come una
riflessione critica sulle sperimentazioni polimateriche
del secolo scorso. Gli appunti e le
immagini inserite all’interno delle bacheche
sono un compendio delle opere d’arte che a
cavallo degli anni Sessanta e Settanta utilizzarono
l’Eternit, un versatile materiale edile
composto da cemento e fibre di amianto.
Brevettato nel 1901 dall'austriaco Ludwig
Hatschek, l’Eternit trovò vastissimo impiego,
soprattutto in edilizia (per Philip Johnson
l’amianto ondulato non era altro che «il materiale
più economico e più brutto del mondo»).
L’Eternit venne ampiamente utilizzato per
quasi un secolo, anche in oggetti di uso quotidiano,
fino a quando fu comprovata la tossicità
delle sue particelle fibrose; in anni recenti
il problema sembra però volgere al suo
giusto epilogo, grazie a un piano di bonifica e
di smaltimento dell’amianto.
L’Eternit si rivelò un duro compromesso per i
posteri. Il nome stesso – che deriva dal latino
aeternitas – lo reclamizzava come un materiale
di lunga durata, ma ciò che si credeva
potenzialmente “eterno” doveva fare i conti
con il proprio destino (e disfacimento). L’iniziale
euforia dell’Eternit, che vantava numerose
applicazioni, investì anche le arti visive;
dagli inizi del secolo scorso fino al 1992, anno
in cui l’Eternit fu dichiarato fuorilegge,
diversi artisti se ne servirono, e tra questi non
figurano solo gli scultori ma si dà testimonianza
anche di pittori che usarono supporti
in asbesto. Nell’ultimo terzo del XX secolo
venne impiegato con disinvoltura da parte
degli artisti dell’Arte povera, che ricorsero al
fibrocemento contenente amianto, ignari che
le opere sarebbero state potenzialmente cancerogene
se abrase o conservate in cattive
condizioni.
Sol LeWitt affermò che «i materiali sono le
maggiori afflizioni dell’arte contemporanea»,
ma di certo non presagiva una loro nocività.
Frutto della ricerca scientifica, l’Eternit era di
facile lavorazione e a basso costo, caratteristiche
che ne accrebbero l’utilizzo indiscriminato.
Oggi alcune di quelle opere sono
state bonificate e recano nelle didascalie la
rassicurante dicitura “fibrocemento inertizzato”,
ma bisogna ammettere che quelle non
sono [più] le opere originali. Quando Victor
Hugo dichiarò guerra ai restauratori non
aveva forse tutti i torti: ancor più dell’arte
antica, l’arte contemporanea sembra risentire
di restauri, interventi conservativi, o (come
nel caso dell’Eternit) di una bonifica dei
materiali che rischia di falsarne l’autenticità. È
su tali premesse che si basa il progetto de
L’eterno compromesso; nelle bacheche del
museo verranno infatti collocati libri, immagini
e ritagli che documentano l’utilizzo del
fibrocemento nelle opere d’arte, ipotizzando
una mostra come dovrebbe essere, ma come
non sarà e non potrà essere nella realtà.
che può essere letto in una duplice accezione:
“l’ineluttabile compromissione di ciò
che riteniamo eterno” oppure “il duro compromesso
con il nostro concetto di eternità”.
Questa non è una mostra di opere, né vuole
essere un’esposizione di soli documenti, ma
più verosimilmente intende porsi come una
riflessione critica sulle sperimentazioni polimateriche
del secolo scorso. Gli appunti e le
immagini inserite all’interno delle bacheche
sono un compendio delle opere d’arte che a
cavallo degli anni Sessanta e Settanta utilizzarono
l’Eternit, un versatile materiale edile
composto da cemento e fibre di amianto.
Brevettato nel 1901 dall'austriaco Ludwig
Hatschek, l’Eternit trovò vastissimo impiego,
soprattutto in edilizia (per Philip Johnson
l’amianto ondulato non era altro che «il materiale
più economico e più brutto del mondo»).
L’Eternit venne ampiamente utilizzato per
quasi un secolo, anche in oggetti di uso quotidiano,
fino a quando fu comprovata la tossicità
delle sue particelle fibrose; in anni recenti
il problema sembra però volgere al suo
giusto epilogo, grazie a un piano di bonifica e
di smaltimento dell’amianto.
L’Eternit si rivelò un duro compromesso per i
posteri. Il nome stesso – che deriva dal latino
aeternitas – lo reclamizzava come un materiale
di lunga durata, ma ciò che si credeva
potenzialmente “eterno” doveva fare i conti
con il proprio destino (e disfacimento). L’iniziale
euforia dell’Eternit, che vantava numerose
applicazioni, investì anche le arti visive;
dagli inizi del secolo scorso fino al 1992, anno
in cui l’Eternit fu dichiarato fuorilegge,
diversi artisti se ne servirono, e tra questi non
figurano solo gli scultori ma si dà testimonianza
anche di pittori che usarono supporti
in asbesto. Nell’ultimo terzo del XX secolo
venne impiegato con disinvoltura da parte
degli artisti dell’Arte povera, che ricorsero al
fibrocemento contenente amianto, ignari che
le opere sarebbero state potenzialmente cancerogene
se abrase o conservate in cattive
condizioni.
Sol LeWitt affermò che «i materiali sono le
maggiori afflizioni dell’arte contemporanea»,
ma di certo non presagiva una loro nocività.
Frutto della ricerca scientifica, l’Eternit era di
facile lavorazione e a basso costo, caratteristiche
che ne accrebbero l’utilizzo indiscriminato.
Oggi alcune di quelle opere sono
state bonificate e recano nelle didascalie la
rassicurante dicitura “fibrocemento inertizzato”,
ma bisogna ammettere che quelle non
sono [più] le opere originali. Quando Victor
Hugo dichiarò guerra ai restauratori non
aveva forse tutti i torti: ancor più dell’arte
antica, l’arte contemporanea sembra risentire
di restauri, interventi conservativi, o (come
nel caso dell’Eternit) di una bonifica dei
materiali che rischia di falsarne l’autenticità. È
su tali premesse che si basa il progetto de
L’eterno compromesso; nelle bacheche del
museo verranno infatti collocati libri, immagini
e ritagli che documentano l’utilizzo del
fibrocemento nelle opere d’arte, ipotizzando
una mostra come dovrebbe essere, ma come
non sarà e non potrà essere nella realtà.
22
marzo 2014
L’eterno compromesso (Appunti per una mostra)
Dal 22 marzo al 27 aprile 2014
Location
MAC – MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA DI LISSONE
Lissone, Viale Elisa Ancona, 6, (Monza E Brianza)
Lissone, Viale Elisa Ancona, 6, (Monza E Brianza)
Orario di apertura
Martedì, Mercoledì, Venerdì h 15-19
Giovedì h 15-23
Sabato e Domenica h 10-12 / 15-19
Vernissage
22 Marzo 2014, 18.30
Autore



