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Pino Procopio
Procopio, nelle sue opere, sviluppa il culto per l’ironia e l’autoironia, corteggiandola per coglierne l’essenza, flettendola alle sfumature del suo sentire, ossequiandola nella sua modulazione. Intollerante alla mediocrità, alla banalità, si dica pure alla stupidità del mondo, sfodera con la satira il suo affilato sarcasmo
Comunicato stampa
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Come citava spesso un mio caro amico:”Ci vogliono anni per diventare giovani”.
Ed è da oltre trent’anni che Pino Procopio traduce in opere caratterizzare dai segni della
più assoluta originalità, la storia e i personaggi di una società visti attraverso una lente che
si sofferma con acuta ironia su abitudini, movenze, mode, stili di vita, manie e debolezze,
vizi e virtù dell’essere umano.
L’ironia è quella cosa che quasi tutti abbiamo ma molte volte, per comodità, per pigrizia o
per interesse, non ne facciamo uso.
Procopio, nelle sue opere, sviluppa il culto per l’ironia e l’autoironia, corteggiandola per
coglierne l’essenza, flettendola alle sfumature del suo sentire, ossequiandola nella sua
modulazione. Intollerante alla mediocrità, alla banalità, si dica pure alla stupidità del mondo,
sfodera con la satira il suo affilato sarcasmo.
Usa i suoi colori pastosi per scolpire le sue tele creando personaggi che sembrano fare
parte di filastrocche apparentemente di scarso conto. Poesia colta, invece, la sua, dipinta
con grafia innovatrice e controcorrente, magari da far discutere.
Ho detto colta, tant’è che logica, etica ed estetica, i tre capisaldi della speculazione
filosofica, vivificano sovente la sua poetica.
Certamente Procopio è uno dei protagonisti autentici dell’arte italiana e gli si deve anche
riconoscere il merito di un linguaggio sempre limpido e coerente legato a una osservazione
attenta e intelligente dei fenomeni di una società che si muove tra effimeri compiacimenti
e perfide ambiguità.
Insomma, mi colpisce la facilità con cui fa fluire le sue immagini sulla tela. Immagini che
recano impresse come note didascaliche, brandelli di realtà proposti in maniera tale da
preservarli dallo sbiadimento che gli riserverebbe lo scorrere del tempo.
La sua pittura prende origine dal desiderio di mettere in scena delle performance allo
scopo di mostrare di avere un qualche rapporto con il teatro, con la danza e con delle
implacabili coreografie.
Come un regista, l’artista muove gli attori e indirizza le scene per colpire chi guarda, per
rapirlo, per sottrargli il carattere e sostituirlo con quello dei personaggi. Ti ci trovi dentro
senza sapere perché, senza capire.
Questi personaggi, sono voci assordanti, e non è possibile ignorarle, non è possibile
osservare la scena come se si trattasse della versione per non udenti del telegiornale. Chi
guarda deve spingersi a dare una spiegazione, perché dinnanzi a lui l’azione procede, si
arricchisce di nuovi momenti, non si arresta come qualunque altro dipinto farebbe.
Davanti alle opere di Pino si può parlare di iconografie che muoiono e poi rinascono
ancora, di catalogo delle ragioni che elargiscono sostegno, identità e significato alla sua
vita di artista.
Un tipo di “lavoro” che sarebbe piaciuto a Nietzsche, il quale amava un’arte “ondeggiante,
danzante, irridente, fanciullesca” che ci è tuttavia necessaria per non perdere quella libertà
sopra le cose, che la nostra mente esige da noi, distinguendo chi gioca dal gioco stesso.
L’humor astratto, surreale, freddo del nostro artista, sottolinea l’inadeguatezza dell’uomo
moderno a convivere con l’odierna società dello spettacolo, ma questa inadeguatezza è
anche la sua verità, perché non presume di individuare il filo degli eventi e di guidarlo,
ancor meno di controllarlo.
Se non impariamo a ridere, siamo in ritardo, o addirittura tagliati fuori dal gioco
dell’esperienza: non solo non lo comprendiamo, che sarebbe forse il male minore, ma
non riusciamo a giocarlo e così limitiamo lo spazio che ci è necessario per allargarci, per
allargare l’esperienza che è un valore per il quale studiamo, amiamo l’arte, viaggiamo e
cerchiamo nuove emozioni.
Gianpiero Dalpozzo
Ed è da oltre trent’anni che Pino Procopio traduce in opere caratterizzare dai segni della
più assoluta originalità, la storia e i personaggi di una società visti attraverso una lente che
si sofferma con acuta ironia su abitudini, movenze, mode, stili di vita, manie e debolezze,
vizi e virtù dell’essere umano.
L’ironia è quella cosa che quasi tutti abbiamo ma molte volte, per comodità, per pigrizia o
per interesse, non ne facciamo uso.
Procopio, nelle sue opere, sviluppa il culto per l’ironia e l’autoironia, corteggiandola per
coglierne l’essenza, flettendola alle sfumature del suo sentire, ossequiandola nella sua
modulazione. Intollerante alla mediocrità, alla banalità, si dica pure alla stupidità del mondo,
sfodera con la satira il suo affilato sarcasmo.
Usa i suoi colori pastosi per scolpire le sue tele creando personaggi che sembrano fare
parte di filastrocche apparentemente di scarso conto. Poesia colta, invece, la sua, dipinta
con grafia innovatrice e controcorrente, magari da far discutere.
Ho detto colta, tant’è che logica, etica ed estetica, i tre capisaldi della speculazione
filosofica, vivificano sovente la sua poetica.
Certamente Procopio è uno dei protagonisti autentici dell’arte italiana e gli si deve anche
riconoscere il merito di un linguaggio sempre limpido e coerente legato a una osservazione
attenta e intelligente dei fenomeni di una società che si muove tra effimeri compiacimenti
e perfide ambiguità.
Insomma, mi colpisce la facilità con cui fa fluire le sue immagini sulla tela. Immagini che
recano impresse come note didascaliche, brandelli di realtà proposti in maniera tale da
preservarli dallo sbiadimento che gli riserverebbe lo scorrere del tempo.
La sua pittura prende origine dal desiderio di mettere in scena delle performance allo
scopo di mostrare di avere un qualche rapporto con il teatro, con la danza e con delle
implacabili coreografie.
Come un regista, l’artista muove gli attori e indirizza le scene per colpire chi guarda, per
rapirlo, per sottrargli il carattere e sostituirlo con quello dei personaggi. Ti ci trovi dentro
senza sapere perché, senza capire.
Questi personaggi, sono voci assordanti, e non è possibile ignorarle, non è possibile
osservare la scena come se si trattasse della versione per non udenti del telegiornale. Chi
guarda deve spingersi a dare una spiegazione, perché dinnanzi a lui l’azione procede, si
arricchisce di nuovi momenti, non si arresta come qualunque altro dipinto farebbe.
Davanti alle opere di Pino si può parlare di iconografie che muoiono e poi rinascono
ancora, di catalogo delle ragioni che elargiscono sostegno, identità e significato alla sua
vita di artista.
Un tipo di “lavoro” che sarebbe piaciuto a Nietzsche, il quale amava un’arte “ondeggiante,
danzante, irridente, fanciullesca” che ci è tuttavia necessaria per non perdere quella libertà
sopra le cose, che la nostra mente esige da noi, distinguendo chi gioca dal gioco stesso.
L’humor astratto, surreale, freddo del nostro artista, sottolinea l’inadeguatezza dell’uomo
moderno a convivere con l’odierna società dello spettacolo, ma questa inadeguatezza è
anche la sua verità, perché non presume di individuare il filo degli eventi e di guidarlo,
ancor meno di controllarlo.
Se non impariamo a ridere, siamo in ritardo, o addirittura tagliati fuori dal gioco
dell’esperienza: non solo non lo comprendiamo, che sarebbe forse il male minore, ma
non riusciamo a giocarlo e così limitiamo lo spazio che ci è necessario per allargarci, per
allargare l’esperienza che è un valore per il quale studiamo, amiamo l’arte, viaggiamo e
cerchiamo nuove emozioni.
Gianpiero Dalpozzo
27
aprile 2012
Pino Procopio
Dal 27 aprile al 03 giugno 2012
arte contemporanea
Location
DAVIDECOFFA ARTECONTEMPORANEA
Casale Monferrato, Via Goffredo Mameli, 4, (Alessandria)
Casale Monferrato, Via Goffredo Mameli, 4, (Alessandria)
Orario di apertura
dal martedì al sabato: 09,30 – 12,30 15,30 – 19.30, domenica su appuntamento
Autore
Curatore



