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Riccardo Dalisi – Il gioco dell’Arte
mostra personale
Comunicato stampa
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RICCARDO DALISI - ARTE COME GIOCO
Mostre
Pordenone 14 febbraio - 12 marzo 2015
Associazione Culturale “la roggia”, viale Trieste 19 - 33170 Pordenone
Zagabria 17 marzo - 22 aprile 2015
Istituto Italiano di Cultura, Preobraženska 4 - 10000 Zagabria
Parenzo 30 aprile - 8 giugno 2015
Galleria Zuccato, Dekumanus 34 - 52470 Parenzo
Curatori
Enzo di Grazia - Jerica Ziherl
Organizzazione
Associazione Culturale “la roggia” - Pordenone
Pučko otvoreno učilište Poreč/Università popolare aperta di Parenzo
Istituto Italiano di Cultura di Zagabria/Talijanski institut za kulturu u Zagrebu
Collaborazione
Biblioteca civica, Piazza XX Settembre - 33170 PORDENONE
“Il Laboratorio”, Piazza G. Trinchese 6 - 80035 NOLA (NA)
Patrocini
Comune di Pordenone
Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia
Grad Poreč/Città di Parenzo
Regione Istria Assessorato alla Cultura
IL GIOCO DELL'ARTE
Gli anni Settanta registrarono, in Campania, un'autentica esplosione di creatività, grazie alla contemporaneità di esperienze e proposte che avrebbero condizionato la cultura visiva per i decenni successivi fino alla situazione attuale.
L'evento più clamoroso fu certamente l'"esplosione" della Transavanguardia che - grazie ad Achille Bonito Oliva e a Lucio Amelio - avrebbe rapidamente conquistato posti di rilievo a livello mondiale.
Ma, a mio modesto avviso, la proposta più pregnante, anche se meno "di successo" fu l'ipotesi di una "operatività estetica nel sociale" che trovò terreno fertile e si legò quasi immediatamente alla tensione culturale che si era espressa negli anni immediatamente precedenti, grazie soprattutto al lavoro di Pierre Restany e di Luca.
Il suggerimento fondamentale che veniva dall'ipotesi di Crispolti era il favore accordato alla "creatività" (patrimonio collettivo, quasi connaturato e troppo spesso soffocato - come, in fondo, suggeriva "il Fanciullino" di Pascoli); e, accanto a questa, una funzione dell'artista che andava al di là del semplice "fare arte" per renderlo protagonista di una "creatività collettiva" che spesso si colorava di ideologia.
Non produceva "artisti", il meccanismo dell'"operare estetico nel sociale", perché privilegiava il lavoro di gruppo e l'animazione (anticipando largamente la didattica creativa e l'arte terapia che si sarebbero affermate dopo); ma anche (e soprattutto) perché mancarono gli operatori capaci di dare forza di sintesi e di personalità ad una proposta di per sé pregnante.
Nell'idea di un'arte che fosse popolare, che coinvolgesse la gente (le masse, si diceva al tempo) apparteneva però anche a certi settori dell'architettura che nella direzione del coinvolgimento e della coralità già si muovevano autonomamente.
Non fu quindi solo per caso che tanti personaggi (gruppi di performer, band musicali e l'architetto Riccardo Dalisi) si trovassero ad operare a Ponticelli e, in genere, nell'area vesuviana, dove si concentravano i gruppi più attivi di operatori nel sociale, dove c'era un luogo di riferimento divenuto presto imprescindibile - la Casa del Popolo - e dove i problemi erano più acuti e urgenti.
Dopo un percorso durato più di quarant'anni, diventa indiscutibile riconoscere che, se un "operare estetico nel sociale" c'è stato, questo non può essere individuato che nell'attività e nella produzione di Riccardo Dalisi, autentico uomo-sintesi delle tensioni (estetiche e sociali) che per un quarto di secolo hanno sostenuto un umanesimo poetico/politico che vede al centro di tutto l'uomo e affronta i problemi nei termini della creatività.
In sostanza, l'attività di Dalisi incarna perfettamente l'ideale - mai chiaramente definito - di quell'"operatore estetico nel sociale" che nei primi anni Settanta sembrava un'utopia o una bestemmia ("E' sociologia; non ha niente a che vedere con l'Arte" ebbe a dirmi una volta un autorevole esegeta) e che nella pratica quotidiana ha dato vita a tensioni e linee di condotta che vanno dall'arte-terapia all'arredo urbano, dalla creatività spontanea all'ironia nell'arte.
Nelle prime esperienze presso la Casa per anziani di Ponticelli Dalisi avviò quel processo di convergenza tra l'Architetto e il creativo creando momenti di coinvolgimento degli ospiti nella manualità al servizio dell'Arte, mentre dialogava con gli amministratori su progetti (quasi sempre irrealizzati) di urbanizzazione del territorio.
Con i ragazzi del rione Traiano - quando era appena nato raccogliendo tutti i diseredati della città col rischio di degradarsi a ghetto - avviò le prime esperienze di creatività in funzione del recupero sociale "costruendo" con loro oggetti spesso utilizzati dall'editoria d'arte (in particolare, "Il Laboratorio" di Nola). L'esperienza andò successivamente ben oltre e si ripeté con successo in altri quartieri disagiati, come Scampia, o nei luoghi tradizionalmente "difficili" come il carcere minorile dove di recente ha avviato un laboratorio di ceramica.
Sempre fedele al suo primo interesse, quello dell'Architettura, Dalisi ha puntato sulla "creatività spontanea" per far emergere la capacità di costruire col materiale più povero oggetti esteticamente affascinanti e con essi "decorare" il territorio di vita quotidiana: il primo esempio, a rua Catalana, fu segnalato come evento internazionale; ma ad esso sono seguite altre iniziative che hanno lasciato la "cifra" di Dalisi e del suo modo di operare in varie zone della città. L'ultima operazione è quella compiuta a via dei Tribunali dove sono state realizzati artistici lampioni con l'attività e il contributo degli immigrati a Napoli, nel nome di un umanesimo universale che concretamente si fa corpo. Nella sua visione in bilico tra umanesimo politico ed umanesimo poetico, Dalisi ha guardato a un artigianato in coma, quello dei lattonieri, con i quali ha realizzato "l'Università di strada" per la realizzazione di tutti i decori urbani e soprattutto - attraverso la "rivisitazione della caffettiera napoletana, atavico prodotto di questi artigiani - ha sconvolto la "cultura aulica" prima che questa si decidesse a prendere atto del valore della "cultura popolare" assegnandogli due Compassi d'oro, di cui uno per l'attività sociale.
Più in generale, da sempre Dalisi si è mosso lungo una linea inflessibile di intervento che ha preso a soggetto "gli ultimi degli ultimi" e li ha resi protagonisti della loro vita e della città in cui risiedono.
Se un'immagine può essere emblematica di questa sua passione, forse la più opportuna è quella raccolta da Salvatore Sparavigna, nelle fotografie del calendario "Se la mia strada fosse stata un'altra?" dove l'architetto ed una serie di personalità napoletane sono ripresi in abiti da barboni.
Ma, soprattutto, ha fatto esplodere sempre e comunque il bisogno di creatività. Molto significativo, in questo senso, risulta un aneddoto che Dalisi ama spesso ricordare, quello del barbone al quale regalava ogni giorno una moneta finché decise che l'elemosina non era dignitosa e gli propose di realizzare con frammenti di latta oggetti che gli avrebbe comprato; il barbone accettò e in breve diventò assai bravo a maneggiare il materiale trasformando l'elemosina in una sorta di compenso e imparando a "creare" artisticamente.
La biografia di Riccardo Dalisi è lunga, articolata e composita e svaria tra l'insegnamento universitario, l'attività di architetto, il design e l'attività di artista, con mostre e premi di vario genere.
Personalmente, mi piace pensare che sia la perfetta incarnazione di quel che Pascoli suggeriva, un adulto che non soffoca il fanciullino che ha dentro di sé, ma gli dà libera voce e lo lascia incantare davanti alle cose per cogliere quel senso di "poesia trovata" che nelle cose c'è sempre: basta saperla cercare e trarre fuori.
Enzo di Grazia
Mostre
Pordenone 14 febbraio - 12 marzo 2015
Associazione Culturale “la roggia”, viale Trieste 19 - 33170 Pordenone
Zagabria 17 marzo - 22 aprile 2015
Istituto Italiano di Cultura, Preobraženska 4 - 10000 Zagabria
Parenzo 30 aprile - 8 giugno 2015
Galleria Zuccato, Dekumanus 34 - 52470 Parenzo
Curatori
Enzo di Grazia - Jerica Ziherl
Organizzazione
Associazione Culturale “la roggia” - Pordenone
Pučko otvoreno učilište Poreč/Università popolare aperta di Parenzo
Istituto Italiano di Cultura di Zagabria/Talijanski institut za kulturu u Zagrebu
Collaborazione
Biblioteca civica, Piazza XX Settembre - 33170 PORDENONE
“Il Laboratorio”, Piazza G. Trinchese 6 - 80035 NOLA (NA)
Patrocini
Comune di Pordenone
Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia
Grad Poreč/Città di Parenzo
Regione Istria Assessorato alla Cultura
IL GIOCO DELL'ARTE
Gli anni Settanta registrarono, in Campania, un'autentica esplosione di creatività, grazie alla contemporaneità di esperienze e proposte che avrebbero condizionato la cultura visiva per i decenni successivi fino alla situazione attuale.
L'evento più clamoroso fu certamente l'"esplosione" della Transavanguardia che - grazie ad Achille Bonito Oliva e a Lucio Amelio - avrebbe rapidamente conquistato posti di rilievo a livello mondiale.
Ma, a mio modesto avviso, la proposta più pregnante, anche se meno "di successo" fu l'ipotesi di una "operatività estetica nel sociale" che trovò terreno fertile e si legò quasi immediatamente alla tensione culturale che si era espressa negli anni immediatamente precedenti, grazie soprattutto al lavoro di Pierre Restany e di Luca.
Il suggerimento fondamentale che veniva dall'ipotesi di Crispolti era il favore accordato alla "creatività" (patrimonio collettivo, quasi connaturato e troppo spesso soffocato - come, in fondo, suggeriva "il Fanciullino" di Pascoli); e, accanto a questa, una funzione dell'artista che andava al di là del semplice "fare arte" per renderlo protagonista di una "creatività collettiva" che spesso si colorava di ideologia.
Non produceva "artisti", il meccanismo dell'"operare estetico nel sociale", perché privilegiava il lavoro di gruppo e l'animazione (anticipando largamente la didattica creativa e l'arte terapia che si sarebbero affermate dopo); ma anche (e soprattutto) perché mancarono gli operatori capaci di dare forza di sintesi e di personalità ad una proposta di per sé pregnante.
Nell'idea di un'arte che fosse popolare, che coinvolgesse la gente (le masse, si diceva al tempo) apparteneva però anche a certi settori dell'architettura che nella direzione del coinvolgimento e della coralità già si muovevano autonomamente.
Non fu quindi solo per caso che tanti personaggi (gruppi di performer, band musicali e l'architetto Riccardo Dalisi) si trovassero ad operare a Ponticelli e, in genere, nell'area vesuviana, dove si concentravano i gruppi più attivi di operatori nel sociale, dove c'era un luogo di riferimento divenuto presto imprescindibile - la Casa del Popolo - e dove i problemi erano più acuti e urgenti.
Dopo un percorso durato più di quarant'anni, diventa indiscutibile riconoscere che, se un "operare estetico nel sociale" c'è stato, questo non può essere individuato che nell'attività e nella produzione di Riccardo Dalisi, autentico uomo-sintesi delle tensioni (estetiche e sociali) che per un quarto di secolo hanno sostenuto un umanesimo poetico/politico che vede al centro di tutto l'uomo e affronta i problemi nei termini della creatività.
In sostanza, l'attività di Dalisi incarna perfettamente l'ideale - mai chiaramente definito - di quell'"operatore estetico nel sociale" che nei primi anni Settanta sembrava un'utopia o una bestemmia ("E' sociologia; non ha niente a che vedere con l'Arte" ebbe a dirmi una volta un autorevole esegeta) e che nella pratica quotidiana ha dato vita a tensioni e linee di condotta che vanno dall'arte-terapia all'arredo urbano, dalla creatività spontanea all'ironia nell'arte.
Nelle prime esperienze presso la Casa per anziani di Ponticelli Dalisi avviò quel processo di convergenza tra l'Architetto e il creativo creando momenti di coinvolgimento degli ospiti nella manualità al servizio dell'Arte, mentre dialogava con gli amministratori su progetti (quasi sempre irrealizzati) di urbanizzazione del territorio.
Con i ragazzi del rione Traiano - quando era appena nato raccogliendo tutti i diseredati della città col rischio di degradarsi a ghetto - avviò le prime esperienze di creatività in funzione del recupero sociale "costruendo" con loro oggetti spesso utilizzati dall'editoria d'arte (in particolare, "Il Laboratorio" di Nola). L'esperienza andò successivamente ben oltre e si ripeté con successo in altri quartieri disagiati, come Scampia, o nei luoghi tradizionalmente "difficili" come il carcere minorile dove di recente ha avviato un laboratorio di ceramica.
Sempre fedele al suo primo interesse, quello dell'Architettura, Dalisi ha puntato sulla "creatività spontanea" per far emergere la capacità di costruire col materiale più povero oggetti esteticamente affascinanti e con essi "decorare" il territorio di vita quotidiana: il primo esempio, a rua Catalana, fu segnalato come evento internazionale; ma ad esso sono seguite altre iniziative che hanno lasciato la "cifra" di Dalisi e del suo modo di operare in varie zone della città. L'ultima operazione è quella compiuta a via dei Tribunali dove sono state realizzati artistici lampioni con l'attività e il contributo degli immigrati a Napoli, nel nome di un umanesimo universale che concretamente si fa corpo. Nella sua visione in bilico tra umanesimo politico ed umanesimo poetico, Dalisi ha guardato a un artigianato in coma, quello dei lattonieri, con i quali ha realizzato "l'Università di strada" per la realizzazione di tutti i decori urbani e soprattutto - attraverso la "rivisitazione della caffettiera napoletana, atavico prodotto di questi artigiani - ha sconvolto la "cultura aulica" prima che questa si decidesse a prendere atto del valore della "cultura popolare" assegnandogli due Compassi d'oro, di cui uno per l'attività sociale.
Più in generale, da sempre Dalisi si è mosso lungo una linea inflessibile di intervento che ha preso a soggetto "gli ultimi degli ultimi" e li ha resi protagonisti della loro vita e della città in cui risiedono.
Se un'immagine può essere emblematica di questa sua passione, forse la più opportuna è quella raccolta da Salvatore Sparavigna, nelle fotografie del calendario "Se la mia strada fosse stata un'altra?" dove l'architetto ed una serie di personalità napoletane sono ripresi in abiti da barboni.
Ma, soprattutto, ha fatto esplodere sempre e comunque il bisogno di creatività. Molto significativo, in questo senso, risulta un aneddoto che Dalisi ama spesso ricordare, quello del barbone al quale regalava ogni giorno una moneta finché decise che l'elemosina non era dignitosa e gli propose di realizzare con frammenti di latta oggetti che gli avrebbe comprato; il barbone accettò e in breve diventò assai bravo a maneggiare il materiale trasformando l'elemosina in una sorta di compenso e imparando a "creare" artisticamente.
La biografia di Riccardo Dalisi è lunga, articolata e composita e svaria tra l'insegnamento universitario, l'attività di architetto, il design e l'attività di artista, con mostre e premi di vario genere.
Personalmente, mi piace pensare che sia la perfetta incarnazione di quel che Pascoli suggeriva, un adulto che non soffoca il fanciullino che ha dentro di sé, ma gli dà libera voce e lo lascia incantare davanti alle cose per cogliere quel senso di "poesia trovata" che nelle cose c'è sempre: basta saperla cercare e trarre fuori.
Enzo di Grazia
14
febbraio 2015
Riccardo Dalisi – Il gioco dell’Arte
Dal 14 febbraio al 14 marzo 2015
arte contemporanea
Location
LA ROGGIA
Pordenone, Viale Trieste, 19, (Pordenone)
Pordenone, Viale Trieste, 19, (Pordenone)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 16 - 19
Vernissage
14 Febbraio 2015, ore 11,30
Autore




