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Ritornare limpidi
Il tema di fondo dell’opera di Eliana Petrizzi riguarda la natura stessa dell’immagine: se essa rappresenti un mondo in via di composizione, che si definisce progressivamente nei suoi significati allusivi, oppure un mondo in dissoluzione, che si decompone nella perdita dello sguardo…
Comunicato stampa
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Il tema di fondo dell’opera di Eliana Petrizzi riguarda la natura stessa dell’immagine: se essa rappresenti un mondo in via di composizione, che si definisce progressivamente nei suoi significati allusivi, oppure un mondo in dissoluzione, che si decompone nella perdita dello sguardo, lungo l’orizzonte che separa cielo e terra, memoria e futuro.
Sembra infatti emergere uno scarto temporale, una tensione interna che nell’immagine comprime il tempo, lo connette al passato ma al contempo lo apre al futuro, almeno come aspirazione e necessità. È proprio questa tensione a costituire il tratto distintivo dell’arte di Eliana, la singolarità delle sue immagini, forse il senso più profondo della sua ricerca.
Sarebbe facile ricondurre tale tensione alla componente psichica del suo lavoro, o avanzare ipotesi su una condizione interiore segnata da un’attesa intensa, per quanto controllata. Questo aspetto testimonia senz’altro la sensibilità acuta e lo spirito visionario dell’artista. Tuttavia, il discorso critico non può esaurirsi in una simile lettura: deve piuttosto partire dall’orizzonte espressivo, dal linguaggio, per poi aprirsi all’interpretazione, mantenendo sempre distinta l’analisi dalla suggestione.
In realtà, l’arte di Petrizzi, peraltro raffinata e sostenuta da una rara abilità tecnica, è più complessa di quanto possa apparire a un primo sguardo. Per comprenderla occorre risalire all’origine, a quel bisogno implicito di inseguire cieli liquidi e sfibrati, al mattino o alla sera, e di cogliere in tale tensione una profonda, quasi amorosa sintonia. La stessa Eliana, nei suoi scritti, sottolinea questa emozione poetica: un sentirsi in accordo con un assoluto esteriore, che rispecchia un sentire poetico e interiore.
Si tratta, in apparenza, di una vibrazione sospesa sull’onda di una spontanea emozione spirituale. In realtà, essa risponde a un’esigenza più profonda: il bisogno di dare senso all’esistenza, di trovare un motivo che si raccordi a quella percezione di assoluto cosmico che sembra da sempre attraversare la sua opera. Un assoluto che è innanzitutto poesia, relazione con la natura, percezione di una musica che vibra nello spazio.
È forse proprio da questa frattura interiore - dal “tradimento” che la vita contingente compie quotidianamente, nella concretezza delle cose, nelle relazioni private e nel sentire sociale - che nasce il suo immaginario. Tutto sembra escludere quell’idea di infinito a cui invece si tende, come a un bene necessario e consolatore. Da qui derivano un senso di attesa e di speranza, ma anche una tensione visionaria che, in un’artista di una tale sensibilità, si traduce in forma espressiva.
Così, i cieli della sera diventano anche quelli di mattini vissuti nell’ascolto; l’alto e il basso si fondono; lo sguardo si fa simbolico. Ne nasce un paesaggio nutrito di atmosfere che solo in apparenza risultano realistiche: tramonti, albe, cieli rasserenati dopo la tempesta o gravidi di una bufera imminente, improvvise illuminazioni, forme lenticolari di fuoco e luce che paiono rivelazioni, silenzi sospesi. Sono visioni che si sottraggono alle abitudini, alle convenzioni, alle omologazioni del semplice vedere.
Se in un primo momento si potrebbe accostare la sua arte a una sensibilità di matrice romantica, di memoria friedrichiana, una lettura più attenta rivela una distanza sostanziale. Qui non vi è la limpida attesa di un oltre definito, ma piuttosto un bisogno di trascendenza espresso in chiave simbolica, come riflesso di un’interrogazione continua.
Questo è il vero orizzonte prospettico dell’opera di Eliana: l’“oltre” come tensione, come domanda. Ne sono prova i profili di volti femminili attraversati dal dubbio, le figure reclinate e introspettive, i luoghi e gli scorci architettonici apparentemente privi di presenza umana ma in realtà carichi di valore allusivo. Essi rappresentano una condizione interiore in cui attesa e memoria coincidono, in un’esistenza ripiegata su se stessa, alla ricerca di valore e misura.
Ecco allora il significato ultimo della sua pittura: una stagione del sentire dolente, profondamente innamorato della vita e, al tempo stesso, gravato da tutti i dubbi dell’esistere. Dubbi che non chiudono lo sguardo, che anzi singolarmente lo allargano, lo ampliano, lo rendono universale. Particolare e generale si legano in una visione d’assieme, in cui tempo e spazio si coniugano nel personale avvertimento del mondo. Un in avvertimento ansioso e interiore, come di creatura /presa in un giro/ immortale (Ungaretti).
Sembra infatti emergere uno scarto temporale, una tensione interna che nell’immagine comprime il tempo, lo connette al passato ma al contempo lo apre al futuro, almeno come aspirazione e necessità. È proprio questa tensione a costituire il tratto distintivo dell’arte di Eliana, la singolarità delle sue immagini, forse il senso più profondo della sua ricerca.
Sarebbe facile ricondurre tale tensione alla componente psichica del suo lavoro, o avanzare ipotesi su una condizione interiore segnata da un’attesa intensa, per quanto controllata. Questo aspetto testimonia senz’altro la sensibilità acuta e lo spirito visionario dell’artista. Tuttavia, il discorso critico non può esaurirsi in una simile lettura: deve piuttosto partire dall’orizzonte espressivo, dal linguaggio, per poi aprirsi all’interpretazione, mantenendo sempre distinta l’analisi dalla suggestione.
In realtà, l’arte di Petrizzi, peraltro raffinata e sostenuta da una rara abilità tecnica, è più complessa di quanto possa apparire a un primo sguardo. Per comprenderla occorre risalire all’origine, a quel bisogno implicito di inseguire cieli liquidi e sfibrati, al mattino o alla sera, e di cogliere in tale tensione una profonda, quasi amorosa sintonia. La stessa Eliana, nei suoi scritti, sottolinea questa emozione poetica: un sentirsi in accordo con un assoluto esteriore, che rispecchia un sentire poetico e interiore.
Si tratta, in apparenza, di una vibrazione sospesa sull’onda di una spontanea emozione spirituale. In realtà, essa risponde a un’esigenza più profonda: il bisogno di dare senso all’esistenza, di trovare un motivo che si raccordi a quella percezione di assoluto cosmico che sembra da sempre attraversare la sua opera. Un assoluto che è innanzitutto poesia, relazione con la natura, percezione di una musica che vibra nello spazio.
È forse proprio da questa frattura interiore - dal “tradimento” che la vita contingente compie quotidianamente, nella concretezza delle cose, nelle relazioni private e nel sentire sociale - che nasce il suo immaginario. Tutto sembra escludere quell’idea di infinito a cui invece si tende, come a un bene necessario e consolatore. Da qui derivano un senso di attesa e di speranza, ma anche una tensione visionaria che, in un’artista di una tale sensibilità, si traduce in forma espressiva.
Così, i cieli della sera diventano anche quelli di mattini vissuti nell’ascolto; l’alto e il basso si fondono; lo sguardo si fa simbolico. Ne nasce un paesaggio nutrito di atmosfere che solo in apparenza risultano realistiche: tramonti, albe, cieli rasserenati dopo la tempesta o gravidi di una bufera imminente, improvvise illuminazioni, forme lenticolari di fuoco e luce che paiono rivelazioni, silenzi sospesi. Sono visioni che si sottraggono alle abitudini, alle convenzioni, alle omologazioni del semplice vedere.
Se in un primo momento si potrebbe accostare la sua arte a una sensibilità di matrice romantica, di memoria friedrichiana, una lettura più attenta rivela una distanza sostanziale. Qui non vi è la limpida attesa di un oltre definito, ma piuttosto un bisogno di trascendenza espresso in chiave simbolica, come riflesso di un’interrogazione continua.
Questo è il vero orizzonte prospettico dell’opera di Eliana: l’“oltre” come tensione, come domanda. Ne sono prova i profili di volti femminili attraversati dal dubbio, le figure reclinate e introspettive, i luoghi e gli scorci architettonici apparentemente privi di presenza umana ma in realtà carichi di valore allusivo. Essi rappresentano una condizione interiore in cui attesa e memoria coincidono, in un’esistenza ripiegata su se stessa, alla ricerca di valore e misura.
Ecco allora il significato ultimo della sua pittura: una stagione del sentire dolente, profondamente innamorato della vita e, al tempo stesso, gravato da tutti i dubbi dell’esistere. Dubbi che non chiudono lo sguardo, che anzi singolarmente lo allargano, lo ampliano, lo rendono universale. Particolare e generale si legano in una visione d’assieme, in cui tempo e spazio si coniugano nel personale avvertimento del mondo. Un in avvertimento ansioso e interiore, come di creatura /presa in un giro/ immortale (Ungaretti).
15
maggio 2026
Ritornare limpidi
Dal 15 maggio al 30 giugno 2026
arte contemporanea
Location
CENTOMETRIQUADRI ARTE CONTEMPORANEA
Santa Maria Capua Vetere, Via Carlo Sant'agata, 14, (Caserta)
Santa Maria Capua Vetere, Via Carlo Sant'agata, 14, (Caserta)
Orario di apertura
da lunedì a sabato ore10-12,30 e 16,00-19,00 su appuntamento
Vernissage
15 Maggio 2026, 18,00
Autore
Curatore
Autore testo critico




