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Roberto Di Costanzo – Sotto casa di Federico
Si inaugura martedì 6 maggio alle 19,00 la mostra “Sotto casa di Federico” curata da Francesca Barbi Marinetti con una trentina di opere ad inchiostro di china del giovane artista romano Roberto Di Costanzo. La mostra, ad ingresso libero, sarà visitabile sino al 16 giugno 2014.
Comunicato stampa
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Omaggiare Federico Fellini e ospitare il lavoro di un artista visionario e poetico insieme come Roberto Di Costanzo è la felice sintesi di questo appuntamento espositivo de Il Margutta RistorArte. Si inaugura martedì 6 maggio alle 19,00 la mostra Sotto casa di Federico curata da Francesca Barbi Marinetti con una trentina di opere ad inchiostro di china che per l’occasione Roberto Di Costanzo ha dedicato all’immaginario felliniano. Il consueto Aperitif Art sarà ispirato al ricettario di casa Fellini. La mostra, ad ingresso libero, sarà visitabile sino al 16 giugno 2014.
Una occasione importante, addirittura doppia, che consente di ricordare i 20 anni dalla morte del regista, e i 50 anni dalla vittoria dell’Oscar per 8 e ½. L’appuntamento con Federico era da tempo nelle intenzioni di Tina Vannini essendo il marito Claudio Vannini legato al regista da ricordi personali. Fellini infatti, che abitava alla porta accanto dove si legge la targa che lo commemora, è stato negli anni Ottanta un assiduo frequentatore del vegetariano di via Margutta e molti sono gli aneddoti che ancora circolano ricordandone l’eccezionale presenza.
Federico si firmava Federico. Così piaceva essere identificato il grande Fellini. Già dall’esperienza del Marc’Aurelio scriveva i propri pezzi firmandoli con il proprio nome di battesimo. Secondo la testimonianza di Gianfranco Angelucci persino dal letto di ospedale quando alla fine dei suoi anni fu ricoverato per la grave ischemia che poi gli sarà fatale, scherzava raccontando che quando le infermiere lo chiamavano Signor Fellini, gli veniva spontaneo girarsi come se si rivolgessero a suo padre. Da qui il titolo della mostra, ad indicare una familiarità con il luogo e nel rispetto di uno spirito geniale che attingeva a piene mani dal rapporto diretto con il mondo e le persone.
L’attitudine ad inseguire il sogno a nutrimento di un immaginario estetico visionario di forme e parole e la dedizione assoluta all’inseguimento dell’intuizione che ne consegue, è certamente uno degli elementi di attrazione del giovane artista Roberto Di Costanzo nei confronti del grande regista.
«Il foglio è la possibilità di raccontare quello che del mondo mi ha conquistato…», ha dichiarato Roberto qualche anno fa, «Il foglio è la matrice di un’intuizione più profonda che trova legami non solo nella pioggia di linee che articolo per formare corpi, ma nella parola. Sono passaggi sinestetici a cui aderisco giornalmente disegnando visioni e forme con disciplina monacale».
Il visionario, diceva Fellini, è l’unico vero grande realista. Una provocazione che racchiude il senso della sua ricerca e della sua straordinaria sensibilità. E il disegno è uno strumento d’indagine e consolazione, ironico e pungente, che lo accompagnerà tutta la vita. È risaputo come il giovane Federico giunga a Roma diciannovenne con la scusa della facoltà di giurisprudenza per dare invece inizio all’arte diventando vignettista e autore di quello straordinario bisettimanale che fu il Marc’Aurelio, crocevia delle maggiori firme della commedia all’italiana.
Federico amava Roma, città dalle mille stratificazioni che rispondeva alla sua sete continua di novità. Ma soprattutto amava Cinecittà, il luogo perennemente cangiante che assumeva di volta in volta le forme, i colori, lo stile del suo prolifico immaginario.
A Roma Roberto Di Costanzo ha già dedicato un tributo visionario raccontando questa città complicata con occhi di bambino. La sua storia illustrata prendeva il via con il volo di palloncini rossi dal ponte di Castel Sant’Angelo. Palloncini che rispuntano In Amarcord, dove ritrae Federico bambino seduto accanto ai genitori a via Margutta sprofondato nei propri infiniti rigagnoli visionari. Sono sogni leggeri di fanciullo che volano alti come i palloncini che animano il gioco di una bimba senza peso. Mentre con La Dolce vita lo sguardo abbraccia i tetti di Roma dominati dal saluto ironico e surreale della capriola di Marcello insieme alla benedizione dall’alto dei cieli di Federico. Ne La Grande Bellezza, omaggio dichiarato al recente film di Sorrentino, Anita è un’imponente e meravigliosa gigantessa che incarna l’esplosiva abbondanza di una femminilità diventata icona. È una Polena voluttuosa che si staglia in un crescendo da dimensione onirica a struttura sovradimensionata e imprescindibile.
Il Casanova, invece, è ritratto con il massimo estetismo che può assumere un pallone gonfiato. “Sono un gran bugiardo”, diceva di sé Federico Fellini. La fantasmagoria felliniana contempla anche la bugia, ne è nutrimento indispensabile. Sono bugie che alimentano il sogno, che recidono i legami liberando l’arte. Ma ecco l’altra faccia della medaglia: il Casanova. Fellini non ha simpatia per il grande seduttore veneziano che definisce “un supervitellone antipatico… un sinistro Pinocchio che si rifiuta di diventare una persona per bene”. Il confronto con questo antieroe aveva messo alla prova il regista anche da un punto di vista stilistico, che ne ha fatto un “totem” e un “quadro incompleto” al tempo stesso. “L’idea sarebbe fare un film con una sola immagine, eternamente fissa e continuamente ricca di movimento. In Casanova avrei voluto veramente arrivarci molto vicino: un intero film fatto di quadri fissi”.
Roberto Di Costanzo insegue i momenti felliniani con raffinata attenzione. Lo appaga la bellezza visionaria e onirica, lo irretisce la denuncia affabulata e giocosa. Resta in punta di china leggero sulla suggestione di un sogno che ancora ci parla.
Roberto Di Costanzo. Ritrattista, illustratore, pittore, docente di storia del costume. Dopo l’ Accademia di Belle Arti di Roma indirizzo scenografia teatrale, spinto dal grande amore per il cinema, accede al prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove seguito dal Maestro costumista Piero Tosi, suo mentore, e dallo scenografo Andrea Crisanti, si diploma in scenografia, costume ed arredamento per il cinema. Contemporaneamente cresce il suo interesse per l’ illustrazione che lo porterà a lavorare su progetti editoriali di rilievo tra i quali “L’ Amore non ha fine” di Francesco Freda (Edizioni Azimut), “ Il Canto di Natale “ di Charles Dickens (Edizioni Azimut), “Fiabe di Alenuska” ( Editioni Azimut), “Il Rifugio” di Marco Caputo ( Nicodemo Editore) ,” Roma” ( Editions Nomades), e “ Nina et Paris” di Paolina Sturni (Editions Nomades), gli ultimi due ,in uscita in Francia, Svizzera e Belgio. Dopo numerose mostre personali in Italia, su invito del Maestro Pierre Cardin espone presso l’ Espace Cardin a Parigi, presentandosi al pubblico francese nella veste di illustratore e ritrattista. Da qui l’ ascesa e l’ esposizione presso la Casa dell’ Architettura di Roma, l’ Istituto di cultura francese ( Centre Saint Louis) e l’ interesse crescente nel collezionismo parigino. Le sue opere grafiche figurano in collezioni private tra Roma e Parigi e nelle prestigiose gallerie: “Galerie Maurizio Nobile” ( Parigi- Bologna); “Galerie du 9e Art” ( Parigi). Attualmente è docente di storia del costume all’ Accademia del Lusso di Roma. Conduce inoltre seminari di disegno e pittura.
Una occasione importante, addirittura doppia, che consente di ricordare i 20 anni dalla morte del regista, e i 50 anni dalla vittoria dell’Oscar per 8 e ½. L’appuntamento con Federico era da tempo nelle intenzioni di Tina Vannini essendo il marito Claudio Vannini legato al regista da ricordi personali. Fellini infatti, che abitava alla porta accanto dove si legge la targa che lo commemora, è stato negli anni Ottanta un assiduo frequentatore del vegetariano di via Margutta e molti sono gli aneddoti che ancora circolano ricordandone l’eccezionale presenza.
Federico si firmava Federico. Così piaceva essere identificato il grande Fellini. Già dall’esperienza del Marc’Aurelio scriveva i propri pezzi firmandoli con il proprio nome di battesimo. Secondo la testimonianza di Gianfranco Angelucci persino dal letto di ospedale quando alla fine dei suoi anni fu ricoverato per la grave ischemia che poi gli sarà fatale, scherzava raccontando che quando le infermiere lo chiamavano Signor Fellini, gli veniva spontaneo girarsi come se si rivolgessero a suo padre. Da qui il titolo della mostra, ad indicare una familiarità con il luogo e nel rispetto di uno spirito geniale che attingeva a piene mani dal rapporto diretto con il mondo e le persone.
L’attitudine ad inseguire il sogno a nutrimento di un immaginario estetico visionario di forme e parole e la dedizione assoluta all’inseguimento dell’intuizione che ne consegue, è certamente uno degli elementi di attrazione del giovane artista Roberto Di Costanzo nei confronti del grande regista.
«Il foglio è la possibilità di raccontare quello che del mondo mi ha conquistato…», ha dichiarato Roberto qualche anno fa, «Il foglio è la matrice di un’intuizione più profonda che trova legami non solo nella pioggia di linee che articolo per formare corpi, ma nella parola. Sono passaggi sinestetici a cui aderisco giornalmente disegnando visioni e forme con disciplina monacale».
Il visionario, diceva Fellini, è l’unico vero grande realista. Una provocazione che racchiude il senso della sua ricerca e della sua straordinaria sensibilità. E il disegno è uno strumento d’indagine e consolazione, ironico e pungente, che lo accompagnerà tutta la vita. È risaputo come il giovane Federico giunga a Roma diciannovenne con la scusa della facoltà di giurisprudenza per dare invece inizio all’arte diventando vignettista e autore di quello straordinario bisettimanale che fu il Marc’Aurelio, crocevia delle maggiori firme della commedia all’italiana.
Federico amava Roma, città dalle mille stratificazioni che rispondeva alla sua sete continua di novità. Ma soprattutto amava Cinecittà, il luogo perennemente cangiante che assumeva di volta in volta le forme, i colori, lo stile del suo prolifico immaginario.
A Roma Roberto Di Costanzo ha già dedicato un tributo visionario raccontando questa città complicata con occhi di bambino. La sua storia illustrata prendeva il via con il volo di palloncini rossi dal ponte di Castel Sant’Angelo. Palloncini che rispuntano In Amarcord, dove ritrae Federico bambino seduto accanto ai genitori a via Margutta sprofondato nei propri infiniti rigagnoli visionari. Sono sogni leggeri di fanciullo che volano alti come i palloncini che animano il gioco di una bimba senza peso. Mentre con La Dolce vita lo sguardo abbraccia i tetti di Roma dominati dal saluto ironico e surreale della capriola di Marcello insieme alla benedizione dall’alto dei cieli di Federico. Ne La Grande Bellezza, omaggio dichiarato al recente film di Sorrentino, Anita è un’imponente e meravigliosa gigantessa che incarna l’esplosiva abbondanza di una femminilità diventata icona. È una Polena voluttuosa che si staglia in un crescendo da dimensione onirica a struttura sovradimensionata e imprescindibile.
Il Casanova, invece, è ritratto con il massimo estetismo che può assumere un pallone gonfiato. “Sono un gran bugiardo”, diceva di sé Federico Fellini. La fantasmagoria felliniana contempla anche la bugia, ne è nutrimento indispensabile. Sono bugie che alimentano il sogno, che recidono i legami liberando l’arte. Ma ecco l’altra faccia della medaglia: il Casanova. Fellini non ha simpatia per il grande seduttore veneziano che definisce “un supervitellone antipatico… un sinistro Pinocchio che si rifiuta di diventare una persona per bene”. Il confronto con questo antieroe aveva messo alla prova il regista anche da un punto di vista stilistico, che ne ha fatto un “totem” e un “quadro incompleto” al tempo stesso. “L’idea sarebbe fare un film con una sola immagine, eternamente fissa e continuamente ricca di movimento. In Casanova avrei voluto veramente arrivarci molto vicino: un intero film fatto di quadri fissi”.
Roberto Di Costanzo insegue i momenti felliniani con raffinata attenzione. Lo appaga la bellezza visionaria e onirica, lo irretisce la denuncia affabulata e giocosa. Resta in punta di china leggero sulla suggestione di un sogno che ancora ci parla.
Roberto Di Costanzo. Ritrattista, illustratore, pittore, docente di storia del costume. Dopo l’ Accademia di Belle Arti di Roma indirizzo scenografia teatrale, spinto dal grande amore per il cinema, accede al prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove seguito dal Maestro costumista Piero Tosi, suo mentore, e dallo scenografo Andrea Crisanti, si diploma in scenografia, costume ed arredamento per il cinema. Contemporaneamente cresce il suo interesse per l’ illustrazione che lo porterà a lavorare su progetti editoriali di rilievo tra i quali “L’ Amore non ha fine” di Francesco Freda (Edizioni Azimut), “ Il Canto di Natale “ di Charles Dickens (Edizioni Azimut), “Fiabe di Alenuska” ( Editioni Azimut), “Il Rifugio” di Marco Caputo ( Nicodemo Editore) ,” Roma” ( Editions Nomades), e “ Nina et Paris” di Paolina Sturni (Editions Nomades), gli ultimi due ,in uscita in Francia, Svizzera e Belgio. Dopo numerose mostre personali in Italia, su invito del Maestro Pierre Cardin espone presso l’ Espace Cardin a Parigi, presentandosi al pubblico francese nella veste di illustratore e ritrattista. Da qui l’ ascesa e l’ esposizione presso la Casa dell’ Architettura di Roma, l’ Istituto di cultura francese ( Centre Saint Louis) e l’ interesse crescente nel collezionismo parigino. Le sue opere grafiche figurano in collezioni private tra Roma e Parigi e nelle prestigiose gallerie: “Galerie Maurizio Nobile” ( Parigi- Bologna); “Galerie du 9e Art” ( Parigi). Attualmente è docente di storia del costume all’ Accademia del Lusso di Roma. Conduce inoltre seminari di disegno e pittura.
06
maggio 2014
Roberto Di Costanzo – Sotto casa di Federico
Dal 06 maggio al 16 giugno 2014
arte moderna e contemporanea
Location
IL MARGUTTA VEGGIE FOOD & ART
Roma, Via Margutta, 118, (Roma)
Roma, Via Margutta, 118, (Roma)
Orario di apertura
Tutti i giorni 12:00-16:00, 19:00-23:30
Vernissage
6 Maggio 2014, Ore 18:30
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