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Vito Ancona – Gema. La decima stella San Vito
Processo di arte relazionale, 10 artisti accendono ‘stelle’ per GEMA, un tributo a Gibellina 2026. Ideato da D. Zannetti giornalista e producer culturale, gli eventi compiono un Circuito storico culturale e geografico sul territorio nazionale. Dalla Sicilia a Milano Roma e Venezia.
Comunicato stampa
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GEMA La decima stella San Vito |Venezia Vito Ancona
Un San Vito barocco e contemporaneo
La X stella di GEMA di Vito Ancona è un trittico su carta realizzato in precedenza e riadattato in questa occasione. Realizzato con matita, inchiostro, vernice dorata e color mattone su tre fogli A3 attiene a un processo accompagnato con cura dall’ideatrice di ‘Gibellina E Mi Accendo’ Daniela Zannetti con Artisti in Transito. L’opera, a metà tra vignetta e disegno di moda, utilizza un linguaggio narrativo come una performance su carta e un proprio alter ego, il San Vito contemporaneo di un quadro pensante.
La stella si accende a Venezia dove l’autore si è formato alla IUAV Teatro e Arti Performative e si collega a Mazara del Vallo dove Ancona rintraccia le sue origini, là dove è stata accesa la prima stella chiudendo un ciclo di autori concatenati in un tributo artistico a Gibellina, la Prima capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026. San Vito Martire, patrono di Mazara, è venerato come protettore di attori e ballerini e guaritore, tre importanti reliquie sono conservate proprio nella Cattedrale della Città del satiro. La sua ricorrenza liturgica del 15 giugno, onomastico di Vito, è la data scelta per lanciare online la decima stella.
Nel trittico, l’uomo ritratto è stanco, deformato, non riconosce più il suo riflesso allo specchio, spazio e tempo si dilatano senza confini, rimane intrappolato in una dimensione claustrofobica e ridondante, di anomalia estetica. La realtà è come una grande scenografia pronta a crollare e liquefarsi, rammenta la nera pece in cui è stato immerso San Vito e i suoi arti allungati con l’eculeo durante le torture inflitte da Diocleziano.
L’abito è a metà tra un costume storico e un abito sartoriale maschile, ma il gessato si deforma virando verso l’optical art le cui linee sono abili comunicatrici e il senso del Barocco, con una esplosione di forme che maschera un vuoto (qualcosa di indicibile). Quest’uomo, come un santo, percepisce la perdita dei valori, lo svuotamento di senso, il mondo che cambia. È un ‘pagliaccio o un matto’ con il suo abito sproporzionato, in pompa magna. Si liquefà, ma è costretto dalle cinture a mantenere ancora il suo abito ingombrante, pur percependone l’inutilità.
Il corpo-abito dell’uomo sembra colare come pece, avere consistenza materica, impastarsi sul corpo, non lasciare spazio: così gli arti si allungano, evocando le torture del Santo. Ma è anche un modello che tramonta: quello dell’uomo di potere che sacrifica tutto per i soldi e il successo, ma corrompe irrimediabilmente la sua anima. Non sappiamo se riuscirà a liberarsi da questa condizione esistenziale come San Vito che abbandonò gli agi familiari per convertirsi fuggendo via mare da Mazara. Perseguitato dal padre pagano e da Diocleziano, uscito illeso dalle prime due torture inflitte - il bagno nella pece bollente e l’arena con i leoni - , dopo la terza tortura con l’eculeo, viene portato a morire da due angeli sul fiume Sele, in Lucania, nel 303 d.C., dieci anni prima che Costantino concedesse ai cristiani la libertà di culto.
San Vito è il Santo fanciullo adolescente ed efebico, morto da adolescente. Un santo ribelle, indomito, nella figurazione odierna oggi inteso ‘queer’ nell’accezione critica che rifiuta le norme imposte dalla società, mettendo in discussione i ruoli; progressista e fedele ai suoi valori anche di fronte alle torture più atroci, subisce lo stesso processo di estetizzazione del dolore che caratterizza figure come San Sebastiano. Un ribelle che rifiuta l'autorità del padre patrizio e il culto pagano dell'Impero Romano. La sua scelta di rottura totale con la famiglia e lo Stato, fu pagata con la tortura e la morte sotto Diocleziano. Di legami affettivi "scelti" di contro la famiglia biologica, Modesto e Crescenzia (il suo precettore e la sua nutrice). La loro unione scardina la struttura sociale romana ma viene celebrata ancora oggi, ironicamente, dalle istituzioni che lo elevano a custode della tradizione. Pare di assistere ad un paradosso tra chi celebra e il celebrato, intanto che nelle Processioni - come per san Vito col corteo barocco del celebre Festino di San Vito — si esaltano virtù e al contempo le martirizzazioni. Si esorcizza lo spettro della persecuzione con un ritorno al caos come rito di reintegrazione e di rappresentazione, di annullamento delle profanità. Il ribelle cacciato, in un perfetto e controllato spettacolo, diventa il sovrano assoluto del territorio.
Il trittico trasmette prevalentemente l'inazione e lo sprofondamento, tuttavia da sentimento pessimistico esorta a nuove riflessioni.
Un San Vito barocco e contemporaneo
La X stella di GEMA di Vito Ancona è un trittico su carta realizzato in precedenza e riadattato in questa occasione. Realizzato con matita, inchiostro, vernice dorata e color mattone su tre fogli A3 attiene a un processo accompagnato con cura dall’ideatrice di ‘Gibellina E Mi Accendo’ Daniela Zannetti con Artisti in Transito. L’opera, a metà tra vignetta e disegno di moda, utilizza un linguaggio narrativo come una performance su carta e un proprio alter ego, il San Vito contemporaneo di un quadro pensante.
La stella si accende a Venezia dove l’autore si è formato alla IUAV Teatro e Arti Performative e si collega a Mazara del Vallo dove Ancona rintraccia le sue origini, là dove è stata accesa la prima stella chiudendo un ciclo di autori concatenati in un tributo artistico a Gibellina, la Prima capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026. San Vito Martire, patrono di Mazara, è venerato come protettore di attori e ballerini e guaritore, tre importanti reliquie sono conservate proprio nella Cattedrale della Città del satiro. La sua ricorrenza liturgica del 15 giugno, onomastico di Vito, è la data scelta per lanciare online la decima stella.
Nel trittico, l’uomo ritratto è stanco, deformato, non riconosce più il suo riflesso allo specchio, spazio e tempo si dilatano senza confini, rimane intrappolato in una dimensione claustrofobica e ridondante, di anomalia estetica. La realtà è come una grande scenografia pronta a crollare e liquefarsi, rammenta la nera pece in cui è stato immerso San Vito e i suoi arti allungati con l’eculeo durante le torture inflitte da Diocleziano.
L’abito è a metà tra un costume storico e un abito sartoriale maschile, ma il gessato si deforma virando verso l’optical art le cui linee sono abili comunicatrici e il senso del Barocco, con una esplosione di forme che maschera un vuoto (qualcosa di indicibile). Quest’uomo, come un santo, percepisce la perdita dei valori, lo svuotamento di senso, il mondo che cambia. È un ‘pagliaccio o un matto’ con il suo abito sproporzionato, in pompa magna. Si liquefà, ma è costretto dalle cinture a mantenere ancora il suo abito ingombrante, pur percependone l’inutilità.
Il corpo-abito dell’uomo sembra colare come pece, avere consistenza materica, impastarsi sul corpo, non lasciare spazio: così gli arti si allungano, evocando le torture del Santo. Ma è anche un modello che tramonta: quello dell’uomo di potere che sacrifica tutto per i soldi e il successo, ma corrompe irrimediabilmente la sua anima. Non sappiamo se riuscirà a liberarsi da questa condizione esistenziale come San Vito che abbandonò gli agi familiari per convertirsi fuggendo via mare da Mazara. Perseguitato dal padre pagano e da Diocleziano, uscito illeso dalle prime due torture inflitte - il bagno nella pece bollente e l’arena con i leoni - , dopo la terza tortura con l’eculeo, viene portato a morire da due angeli sul fiume Sele, in Lucania, nel 303 d.C., dieci anni prima che Costantino concedesse ai cristiani la libertà di culto.
San Vito è il Santo fanciullo adolescente ed efebico, morto da adolescente. Un santo ribelle, indomito, nella figurazione odierna oggi inteso ‘queer’ nell’accezione critica che rifiuta le norme imposte dalla società, mettendo in discussione i ruoli; progressista e fedele ai suoi valori anche di fronte alle torture più atroci, subisce lo stesso processo di estetizzazione del dolore che caratterizza figure come San Sebastiano. Un ribelle che rifiuta l'autorità del padre patrizio e il culto pagano dell'Impero Romano. La sua scelta di rottura totale con la famiglia e lo Stato, fu pagata con la tortura e la morte sotto Diocleziano. Di legami affettivi "scelti" di contro la famiglia biologica, Modesto e Crescenzia (il suo precettore e la sua nutrice). La loro unione scardina la struttura sociale romana ma viene celebrata ancora oggi, ironicamente, dalle istituzioni che lo elevano a custode della tradizione. Pare di assistere ad un paradosso tra chi celebra e il celebrato, intanto che nelle Processioni - come per san Vito col corteo barocco del celebre Festino di San Vito — si esaltano virtù e al contempo le martirizzazioni. Si esorcizza lo spettro della persecuzione con un ritorno al caos come rito di reintegrazione e di rappresentazione, di annullamento delle profanità. Il ribelle cacciato, in un perfetto e controllato spettacolo, diventa il sovrano assoluto del territorio.
Il trittico trasmette prevalentemente l'inazione e lo sprofondamento, tuttavia da sentimento pessimistico esorta a nuove riflessioni.
15
giugno 2026
Vito Ancona – Gema. La decima stella San Vito
Dal 15 giugno al 15 agosto 2026
arte contemporanea
Evento online
Link di partecipazione
Orario di apertura
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Sit Feel NEXTRAIT
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