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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Il mio percorso artistico nasce da una necessità più che da una decisione. Non c’è stato un momento unico ma una progressiva consapevolezza che la materia fosse il linguaggio più adatto a raccontare ciò che non riuscivo ad esprimere a parole.
Lavorando prima nel design e poi approdando alla scultura e alla pittura materica, ho capito che quello che stavo cercando non era la rappresentazione del reale, ma la sua struttura interiore: le tensioni, le fratture, le gabbie che ognuno porta dentro di sé.
La scoperta del metallo, delle sue resistenze e delle sue ferite, è stata la vera svolta: lì ho trovato il vocabolario per iniziare a costruire la mia ricerca.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
Il mio lavoro è sempre stato guidato da domande sull’interiorità: cosa ci imprigiona, cosa ci accompagna in silenzio e cosa, invece, tenta continuamente di rompersi per lasciar entrare aria nuova?
Sono affascinato dalle strutture mentali che costruiamo per proteggerci ma che spesso diventano barriere. Indago quelle zone di attrito, i limiti, i gesti che tentano di oltrepassarli.
Ogni nuova opera nasce da una tensione: quando qualcosa dentro di me genera una frattura, o quando percepisco una crepa in un equilibrio che credevo stabile, sento il bisogno di trasformarla in forma.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
La materia non è mai un semplice supporto: è parte attiva della mia narrazione.
Lavoro molto con il metallo saldato, con superfici ossidate, con pigmenti densi e stratificati.
Sono materiali che portano in sé una memoria, una resistenza, un peso. Mi interessa la loro capacità di “rovinarsi” ma anche di resistere e talvolta opporsi ai miei gesti.
La scelta tecnica nasce sempre dalla domanda che voglio porre: se il tema è una rigidità mentale, userò una struttura fredda, tagliente. Se invece il lavoro parla di una crepa o di un cedimento, la materia dovrà mostrare fragilità, instabilità, trasformazione.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Sono particolarmente legato al mio nuovo progetto “Oltre il silenzio”, alcune opere di questa serie sono presenti all’Exibart Prize EP6.
È una serie che indaga proprio quello spazio interiore nascosto, dove convivono la tensione del vivere e il desiderio di liberazione. In queste opere le strutture metalliche, simili a gabbie o architetture mentali, convivono con superfici che si ossidano, si incrinano, si aprono.
La sfida più grande è stata trovare un equilibrio tra rigidità e vulnerabilità: lavorare il metallo in modo che risultasse una presenza imponente ma non definitiva, lasciare che la superficie pittorica rispondesse, si ribellasse ma al contempo accogliesse l’acciaio.
È un lavoro che continua a parlarmi e che ogni volta mi restituisce nuove domande.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Il mio processo parte sempre dall’osservazione di una tensione: una sensazione, un pensiero ricorrente, una frattura che percepisco nelle mie esperienze, in quelle di chi mi è vicino o nella società.
Da lì inizio a costruire una sorta di alfabetizzazione visiva: forme, materiali, gesti che possono tradurre quella tensione.
Spesso disegno velocemente la forma iniziale che più si avvicina all’emozione che sento e che voglio trasmettere e poi creo piccoli studi, frammenti, prove di materia che funzionano come lettere di un linguaggio che alla fine diventa opera.
La fase di sviluppo è fisica e intuitiva: lascio che il materiale reagisca, che suggerisca deviazioni.
Voglio poter dialogare con il metallo e la vernice, percepire la loro forza e assecondarla.
Il metodo non è tecnico in senso stretto: è guidato dall’emozione che il materiale mi trasmette.
Ogni superficie, ogni metallo, ogni pigmento ha un carattere, una voce. Ascolto come reagisce, cosa racconta, quali resistenze o fragilità manifesta.
È questo dialogo emotivo con la materia che orienta lo sviluppo del progetto e mi indica la direzione da seguire.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
Una delle sfide principali è mantenere una voce autentica in un panorama in cui spesso l’estetica rischia di prevalere sul senso, trasformando il gesto artistico in uno stile riconoscibile più che in un’urgenza reale. Per questo cerco di tornare sempre all’origine del mio lavoro: alle domande, alle fratture interiori, alle necessità che lo hanno fatto nascere. È lì che si custodisce il significato,
non nella forma che assume.
C’è poi la complessità emotiva: quando il tuo lavoro affonda nelle zone più intime, è inevitabile incontrare fragilità e resistenze. Per me l’arte è un modo per attraversarle, per dare loro spazio senza esserne travolto. Questa dimensione interiore è la vera spinta del mio fare, ed è importante proteggerla.
Un’altra sfida è evitare che il mio linguaggio venga incasellato o ridotto a una formula estetica, in un sistema che spesso tende all’uniformità o alla ripetizione di ciò che funziona. Lavorare con la materia comporta una forte identità visiva, ma il mio obiettivo è che sia il significato a guidare la forma, non il contrario. Rinnovo spesso il mio rapporto con i materiali proprio per questo: per lasciare che parlino, per ricordarmi che la loro funzione non è decorare, ma rivelare ciò che si muove dentro.









