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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Il mio percorso nasce dalla pittura. Durante gli anni all’Accademia di Belle Arti ho lavorato soprattutto sul corpo femminile, non come rappresentazione realistica ma come presenza emotiva. L’archetipo femminile è diventato presto il centro della mia ricerca, un luogo in cui osservare fragilità, tensione e distanza.
Dopo la formazione mi sono avvicinata al graphic design e lì ho trovato un metodo essenziale. La sintesi, la pulizia delle forme e la costruzione per sottrazione sono entrate in modo naturale nel mio lavoro. Il digitale è diventato uno spazio in cui il gesto iniziale dello schizzo poteva trovare ordine, ritmo e struttura. Da quel dialogo tra istinto e controllo nasce il mio linguaggio attuale.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
Oggi lavoro sull’interiorità, sull’introspezione e sulla sospensione emotiva. Le mie figure non descrivono un contesto: si muovono in uno spazio mentale, spesso silenzioso, in cui corpo e volto condividono la stessa tensione. La postura, l’inclinazione e soprattutto lo sguardo diventano punti sensibili attraverso cui affiora ciò che non viene detto.
La mia ricerca procede per continuità. Ogni opera ne genera un’altra, spostando l’attenzione su un dettaglio diverso e cambiando il tono emotivo della figura. Cerco un equilibrio essenziale che permetta all’immagine di restare minimale ma densa, capace di trattenere un’emozione con pochissimi elementi.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Inizio sempre da uno schizzo a penna. È un gesto rapido, istintivo e deciso: in pochi secondi definisce la direzione del corpo e il tono emotivo della figura.
Dal foglio passo al digitale e lavoro in Illustrator, dove inizio un processo rigoroso. Ogni curva viene costruita, spostata e rifinita finché non raggiunge un equilibrio che per me è necessario, non estetico ma emotivo. La precisione del vettoriale mi permette di ascoltare i minimi cambiamenti di linea, ritmo e peso. Dedico la stessa attenzione al colore. Scelgo palette misurate, spesso sottili, cercando una tensione cromatica che sostenga il carattere della figura. Talvolta animo alcuni elementi in After Effects, in modo lieve, per accentuare una vibrazione o una sospensione.
Il dialogo tra il gesto istintivo dello schizzo e la costruzione paziente del digitale è diventato il cuore della mia pratica.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Sono sempre legata all’ultima opera che realizzo, perché rappresenta il punto più avanzato della mia ricerca. In questo momento è I’m Leaving.
I’m Leaving riguarda il momento in cui si prende distanza da ciò che ha fatto male, ma il legame emotivo non è ancora spento. È un andare via che porta con sé una punta di malinconia, come se lo sguardo tornasse per un attimo su ciò che si sta lasciando. Non descrivo cosa sia: mi interessa quella soglia emotiva, il passaggio in cui decisione e nostalgia convivono.
La sfida è stata far emergere questa tensione senza descriverla, affidandola solo alla linea, al ritmo del corpo e alla misura del colore. Mi interessa quando pochi elementi riescono a trattenere un’emozione complessa senza bisogno di spiegazioni.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Il metodo è costante. Parto da uno schizzo veloce, che contiene già la tensione del movimento. Nel digitale analizzo, sintetizzo e costruisco la figura attraverso piccole varianti. Lavoro per sottrazione, cercando il punto in cui l’immagine diventa essenziale ma ancora viva.
Lascio che la forma emerga gradualmente, ascoltando le variazioni che definiscono il carattere della figura.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
La sfida principale è mantenere una ricerca lenta e concentrata in un sistema che chiede velocità. Il mio lavoro vive nella sintesi e nella sottrazione, ma per arrivarci ho bisogno di tempo, attenzione e continuità.
Cerco di proteggere questo spazio, di non lasciarmi trascinare dal ritmo esterno. Continuo a lavorare ogni giorno sulla qualità del segno e sull’intensità della figura. È un processo lungo, ma è l’unico che riconosco come autentico.











