14 settembre 2021

L’arte del fotoreportage: Michael Christopher Brown a Catania

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Alla Galleria d’Arte Moderna – Le Ciminiere di Catania, la prima retrospettiva in Italia di Michael Christopher Brown, fotografo statunitense maestro del fotoreportage: intervista al curatore, Ezio Costanzo

GIAMAICA. OCHO RIO. 2015. L'artista giamaicano Jah 9 in un ritiro yoga situato a Bromley Estate, alla periferia di Ocho Rios. (© Michael Christopher Brown)

Classe 1978, cresciuto nella Skagit Valley, una comunità agricola nello stato di Washington, è oggi residente a Los Angeles. Tra le sue collaborazioni, solo per citarne alcune, quelle con Time, The New York Times Magazine, National Geography, dal 2015 al 2017 con Magnum Photos, oltre a libri come Libyan Sugar, vincitore del Paris Photo-Award del 2016 e dell’International Center of Photography Infinity Artist Book Award, nel 2015. È Michael Christopher Brown, considerato il simbolo del fotoreportage contemporaneo. Grazie alla Fondazione OELLE Mediterraneo Antico, dal 28 settembre all’8 ottobre Brown approderà in Italia, in Sicilia, per una residenza-reportage nell’isola, un workshop di fotogiornalismo, un seminario e la sua prima retrospettiva italiana di oltre 250 fotografie visitabile fino al prossimo 30 aprile. Per saperne di più abbiamo intervistato il curatore del progetto, Ezio Costanzo.

STATI UNITI. NEW YORK CITY. 2012. Distruzione sulla spiagga Rockaway, causata dall’uragano Sandy.
(© Michael Christopher Brown)

Come definirebbe Michael Christopher Brown?

«Un testimone del nostro tempo che immortala gli eventi giornalisticamente, ma anche con una narrazione forte, introspettiva. Brown è un fotoreporter nei cui scatti emerge la sua opinione, che fotografa la storia del mondo, della gente, degli avvenimenti, anche drammatici come le guerre e i conflitti civili, che imprime a ogni scatto la propria scelta ideologica. Come è successo in Libia, dove si è sentito fortemente connesso agli eventi e alle persone che fotografava, al sogno della conquista della libertà che gli aleggiava attorno. Ecco, per Brown la Libia è stata come la Spagna durante la guerra civile del 1936 per Robert Capa. Sta dentro con tutta la sua partecipazione emotiva, rischiando la pelle per trovarsi sempre a un passo dalla notizia».

CONGO. GOMA. 2012. All’aeroporto di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, gli aerei lasciati a causa di guerre ed eruzioni vulcaniche, negli ultimi due decenni sono stati un parco giochi per bambini di strada, alcuni dei quali vendono le parti che vengono trasformate in stufe e altri oggetti per essere venduti sulle strade di Goma. È generalmente vietato fotografare questo aeroporto, ma a metà dicembre 2012, dopo che la forza ribelle M23 che occupava Goma se ne andò e prima che le FARDC (militari della RDC) tornassero in città, un vuoto di sicurezza significava che nessuno stava sorvegliando questa sezione dell’aeroporto. (© Michael Christopher Brown)

In che modo Brown ha innovato il linguaggio del fotoreportage?

«Certamente con l’utilizzo di uno strumento, l’Iphone, che nessun fotoreporter professionista aveva mai pensato di utilizzare per documentare un conflitto. La vicinanza al soggetto offerta dallo smartphone è servita a Brown per instaurare un legame con le persone fotografate e per realizzare scatti altrimenti impossibili. Negli ospedali libici, per esempio, dove i fotografi non erano autorizzati a entrare, Brown riesce a catturare immagini che altri colleghi con le loro apparecchiature ingombranti non hanno potuto cogliere. Il fatto che sia stato assunto dalla Magnum con un portfolio pieno zeppo di fotografie scattate con l’Iphone ha scombinato l’intero mondo del fotogiornalismo, ma ha segnato anche l’inizio di una nuova era. E ha sancito il fatto che, dietro a ogni istantanea, c’è sempre colui che in quel momento decide di premere l’otturatore. Non è lo strumento che conta. Ma ciò che si è capaci di osservare e catturare».

CENTRAL AFRICAN REPUBLIC. BANGUI. 2014. La metà dell’aeroporto internazionale di Bangui è stata trasformata in una tendopoli per i cristiani sfollati. Quell’anno, l’ONU ha stimato che più di 600.000 civili sono stati sfollati all’interno della Repubblica centrafricana. (© Michael Christopher Brown)

Quali sono i suoi lavori più iconici?

«Innanzitutto la narrazione della rivoluzione libica, con i suoi scatti espliciti, brutali, inclementi, di corpi senza vita con gli occhi ancora aperti o del viso di Gheddafi pestato a sangue. Senza tralasciare i reportage davvero sorprendenti eseguiti in Cina, a Cuba, in Congo, in Afghanistan, in Messico, nelle metropolitane di Pechino o nella remota isola russa di Sakhalin. In questi lavori la tensione introspettiva della narrazione si fonde in modo magistrale con gli aspetti compositivi delle immagini. E ciò che ne viene fuori è davvero sorprendente, oltre che fotograficamente straordinario».

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO. Provincia Orientale. 2014. Veduta aerea di un fiume nella provincia Orientale del Congo. Quasi tutti i giorni della settimana, i piloti trasportavano le forze speciali statunitensi e i rifornimenti dall’Uganda al Sud Sudan, alla Repubblica Centrafricana e alla Repubblica Democratica del Congo, dove c’erano quattro centri di fusione per operazioni combinate, o COFC, in cui l’intelligence e le operazioni sono coordinate tra i coalizione anti-LRA (Lord’s esistence Army), che comprende forze statunitensi, sud sudanesi e ugandesi. Le truppe americane stavano lavorando con i militari africani per aiutare a contrastare Boko Haram e l’Esercito di resistenza del Signore, guidato dal fuggitivo Joseph Kony. (© Michael Christopher Brown)

Dove si colloca Brown all’interno della storia del fotoreportage di guerra?

«Brown racchiude il coraggio di Robert Capa e la rigorosa maestria compositiva di Cartier Bresson. Sono qualità che non richiedono apparecchiature fotografiche costose e multifunzionali. Come i due grandi fotografi che citavo prima ci hanno insegnato, occorre solo essere sempre vicino al soggetto fotografato e, nel momento dello scatto, riuscire ad allineare mente, occhio e cuore. È quello che Brown riesce a fare come pochi altri».

REPUBBLICA CENTRAFRICANA. OBO. 2014. Yessikpio Tatiana ha 24 anni e suo figlio, Mbolifouefelle Dieu Beni Espoir, ha 6 mesi e una settimana. Yessikpio è fuggito dall’LRA 1 anno fa ed è stato inizialmente catturato a Obo, nella Repubblica Centrafricana, nel 2008 insieme a molti altri. (© Michael Christopher Brown)

In che modo è cambiato il fotoreportage di guerra oggi?

«Beh, oggi si vanno a fotografare le guerre anche con l’Iphone. Quindi la possibilità di movimento è massima. E non c’è la censura militare che, durante le guerre mondiali, ha impedito la libera diffusione delle immagini. Oggi, e lo stesso Brown lo dimostra, le fotografie sono in rete pochi minuti dopo lo scatto da qualsiasi parte del mondo. Altra cosa rispetto alle fotografie scattate, per esempio, nel 1842 durante l’incendio di Amburgo dai fotografi Stelzner e Biow che, per la prima volta, documentarono un fatto di cronaca. Fu il primo fotoreportage della storia, ma occorre ricordare che quelle lastre rimasero per anni dentro un cassetto, inutilizzate, prima di essere pubblicate».

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