04 aprile 2014

Filantropia Contemporanea

 
Se Matteo va veloce, qualcun altro si “affretta lentamente”.
Anche quando tira fuori i soldi


di Chiara Tinonin

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Spesso le immagini aiutano là dove le parole non arrivano. C’è una locuzione che aiuta a descrivere il lavoro di Elisa Bortoluzzi Dubach, è festina lente (“affrettati lentamente”), il motto che il biografo Svetonio attribuì ad Augusto e che Cosimo I trasformò nell’emblema del suo esercito, figurando una vela spiegata sopra a una tartaruga, associando così la forza alla prudenza per augurarsi buona sorte in battaglia.
Al di là di questa visione bellica e tornando al XXI secolo, festina lente oggi ci restituisce il senso di un procedere che non può orientarsi esclusivamente all’efficienza, ma che deve essere guidato anche da un profondo senso di comprensione del proprio ruolo nella società e dell’influenza che l’agire del singolo esercita sugli altri. Questo è tanto più vero quando parliamo di ambienti culturali.
Membro della giuria del premio austriaco “Mecenate”, per la promozione del  finanziamento privato alla cultura dal 2001, e una lunga carriera come consulente in filantropia e sponsoring a livello europeo, Elisa Bortoluzzi Dubach insegna in Svizzera, Germania, Austria e Italia. 
Lo Sponsoring dalla A alla ZElisa Bortoluzzi Dubach
Il suo lavoro pluridecennale nella cultura può essere riassunto in una continua tensione nel ridurre la distanza tra humanities e rigore scientifico, e il suo modo di procedere, rispettoso delle specificità di uno e dell’altro mondo, è anche la base della sua idea di una nuova filantropia neo-umanistica. Nei suoi libri Sponsoring dalla A alla Z (Skira, 2008) e Lavorare con le fondazioni (Franco Angeli, 2009), accanto alla descrizione del funzionamento degli organismi erogatori a sostegno della cultura, le logiche che sottendono una progettazione di successo, lo spirito non auto-referenziale che deve guidare la filantropia e l’investimento culturale che si affianchi con grazia agli artisti, troviamo obiettivi sistemici: la ricerca di metodi e modelli di sollecitazione del lavoro artistico capaci di ridistribuire il valore aggiunto culturale a favore della società, anche nella dimensione di produzione di nuova ricchezza. 
Se questi anni di crisi hanno spinto le imprese a rivedere i loro piani di sponsorizzazione a favore di interventi pubblicitari più immediati nel sostenere le vendite (dal 2010 al 2013 le sponsorizzazioni complessive in Italia sono calate di oltre 400 milioni di euro), i disastrosi tagli pubblici alla cultura hanno portato a un rinvigorimento del ruolo dei filantropi e delle fondazioni di pubblica utilità. Solo in Italia, secondo l’ultimo censimento Istat del Terzo Settore, con 6.220 unità, le fondazioni sono aumentate del 102,1 percento negli ultimi dieci anni, mentre a livello europeo il numero sale a quasi 110mila fondazioni, con un patrimonio complessivo di 350 miliardi di euro, ed erogazioni per 83 miliardi di euro (Commissione Europea, 2009).
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L’ultimo libro di Dubach, Mecenati. Pensare. Agire. Cambiare (Haupt, 2014), analizza questo fenomeno da un punto di vista storico, sociologico e progettuale, portando all’attenzione anche un tema di cui finora si è parlato pochissimo: la filantropia femminile. 
Quando le viene chiesto perché abbia deciso di dedicarsi proprio al lavoro delle donne, afferma che è stata guidata da un puro spirito di ricerca perché la cronistoria delle donne filantrope, nonostante le radici antichissime, non è mai stata sistematizzata; eppure il risultato è senz’altro più ampio di una serie di case histories, ma attraversa le diverse traiettorie per lo sviluppo di politiche culturali europee più efficaci, esplorando per esempio una nuova attitudine a considerare la filantropia come base per stabilire relazioni di fiducia con gli artisti, le istituzioni culturali e la collettività; e un rinnovato interesse a investire sui contenuti, piuttosto che mirare esclusivamente al ritorno d’immagine. A leggerlo, sembra quasi che una nuova ondata di tartarughe trainate da vele sia scesa in campo con il vento a favore: «in un momento storico in cui individualismo e solitudine sono crescenti, perché al moltiplicarsi delle opportunità non corrisponde una reale possibilità di scelta, la filantropia femminile è una risposta chiara, coraggiosa, lineare e pragmatica di impegno concreto» dice Dubach. Aggiungiamo: per riaffermare la misura dell’uomo al centro delle scelte della società civile.

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