12 marzo 2013

In attesa del colpo di grazia. Oppure no

 
In attesa del colpo di grazia. Oppure no
di Raffaele Gavarro

di

Tra i tanti interrogativi di questi giorni su cosa farà Grillo o per quanto ancora Bersani implorerà un’alleanza che lo salvi. E quanto manca all’arresto di B? Ci sarà un governo tecnico? O di alto profilo politico-culturale? Chi sarà il nuovo Presidente della Repubblica? Il Monte dei Paschi fallirà? E Finmeccanica? E l’Eni? Per quanto ancora si riusciranno a pagare gli stipendi e le pensioni? L’ultimo dei pensieri è quello per la cultura e l’arte contemporanea nel nostro Paese. 
In effetti, come biasimare la maggior parte delle persone e dei media, se questo argomento non viene nemmeno lontanamente sfiorato? 
Ci sono problemi ben più urgenti sul tavolo. Veramente vogliamo preoccuparci dei musei ormai allo stremo? Davvero vogliamo pensare all’imminente collasso del sistema dell’arte, degli artisti, dei critici, dei curatori, delle gallerie, degli uffici stampa, delle riviste, degli allestitori, degli editori, dei fotografi, dei grafici, e così via? 

Anni, decenni, d’ingerenza e di abbandono da parte della politica, con ministri della cultura che nel migliore dei casi hanno espresso vanagloria e nel peggiore incapacità conclamata con l’aggiunta di qualche problema psichiatrico, stanno portando allo show down finale. 

Facciamo un veloce deprimotour? Partiamo da Roma Capitale. Il MAXXI ormai assomiglia sempre di più al Titanic, con tanto di festicciole, dame ingioiellate e pizza e mortazza sul ponte principale. Della Quadriennale si è persa totalmente traccia e memoria. Il Macro è in sofferenza economica sempre più grave, e con l’attuale sindaco che nasconde la reale entità del debito comunale non si prevede nulla di buono. Dell’azienda Palexpo poi è meglio far finta di nulla. Napoli ha un museo, il Pan, costato non so quanto alla comunità napoletana e nazionale, che ormai è in uno stato di tale degrado, che ci vorranno non so quanti altri milioni di euro per riportarlo ad uno stato di minima dignità. Il Madre, speriamo che se la cavi. Il Riso è chiuso. Il Pecci è da anni affetto da una sindrome da espansione del tutto velleitaria. Il Mambo di Bologna stringe i denti. Palazzo Ducale a Genova, naturalmente ed evidentemente, ha un’attività piuttosto ridotta. Castello di Rivoli sta per indire il concorso per il nuovo direttore, ma forse sarebbe meglio capire se avrà risorse per essere diretto. Milano continua a non essere pervenuta. Il Mart è forse l’unico, insieme a Museion di Bolzano, ad avere una qualche capacità d’investimento, in cui però già si annotano i primi importanti tagli. La Biennale di Venezia è l’unica consolazione. Sperando che duri.

Del resto e di fianco il privato non sta meglio. Molte fondazioni cominciano ad avere serie difficoltà economiche. Le gallerie sono perlopiù sull’orlo di una crisi di nervi irreversibile, con i collezionisti che oltre a non comprare più in Italia, chiedono anche di essere eliminati dalle mailing list. Le fiere di conseguenza denunciano più di qualche problema, con Bologna in forte crisi d’identità e Torino che, si intuisce con una certa facilità,  non si sa ancora per quanto riuscirà a sopravvivere senza mercato. Roma e Milano vedremo. 

Manca solo il colpo di grazia. Ma tranquilli, non dovremo aspettare molto. Anche perché ce lo stiamo per tirare da soli il colpo alla tempia.
Se c’è oggi infatti un nemico dichiarato del sistema dell’arte in Italia, quello appare sempre più con i tratti degli stessi protagonisti del sistema. In conflitto permanente gli uni contro gli altri, forse spaventati, di sicuro in confusione mentale di fronte all’emergenza. Mentre un discreto numero è già in viaggio permanente fuori dal Paese, o si appresta ad esserlo, altri sono invece convinti di poter salvaguardare i propri interessi in patria. E così sia.

La verità è che oggi dovremmo essere consapevoli del fatto che solo se formiamo una comunità compatta potremo far fronte all’emergenza. Perché quello che serve oggi non ha più a che fare con le molteplici micro aree del sistema in cui appare possibile nascondersi. Nessuno si salverà facendo il direttore o il curatore in un museo, vendendo opere ad un collezionista o facendo la mostra nella galleria giusta, se nel frattempo il sistema si depaupererà in modo irreversibile. La necessità che oggi abbiamo di fronte è quella di una ristrutturazione e riorganizzazione dell’intero sistema. Qualcosa che è troppo grande per qualsiasi di noi preso singolarmente, ma che non lo è se ci pensiamo come una comunità, o come un settore. Una cosa non facile e resa ancora più difficoltosa dal fatto che l’arte contemporanea in Italia manca purtroppo oggi di personalità di riferimento, com’è ad esempio Salvatore Settis per il patrimonio antico e per gli storici dell’arte in Italia. È una ulteriore difficoltà che ci impedisce di trovare una voce comune ascoltata e rispettata. Qualcosa che ci rende ancora più deboli davanti alla collettività nazionale e alla politica che la governa. Un elemento che si aggiunge alle difficoltà di comprensione dell’arte contemporanea, spesso inquinata da mistificazioni che nessuno ha il coraggio di smascherare. 

Non so per quanto ancora, ma oggi abbiamo due possibilità. 
La prima è attendere il colpo di grazia. 
Oppure no. 
L’altra possibilità che abbiamo è infatti quella di creare, con umiltà e tanta pazienza, uno strumento che consenta di riunirci e di renderci visibili come comunità e/o settore. Uno strumento che trasformi le nostri voci singole, e giocoforza deboli, in una voce sufficientemente forte e chiara in grado di sostenere argomenti, ragioni e proposte. Uno strumento che ci renda non solo visibili, ma anche consapevoli e soprattutto responsabili del nostro ruolo nell’Italia contemporanea e futura. 

3 Commenti

  1. Mi domando chi potrà mai essere questa”personalità di riferimento”dell’arte contemporanea,questo nuovo Mosè salvatore che aiuti e guidi il guado delle acque.Forse non si è riflettuto al fatto che le potenzialità creatrici degli artisti possono,quando è stata negata ogni possibilità di esprimerle in quanto tali,mutarsi altrettanto se non ancor meglio facoltà distruttrici.E quale è il vero artista oggi che si senta disposto a sostenere il sistema che si è creato?Come in tutti i processi di reale cambiamento,prima della ricostruzione è necessaria una distruzione ed in definitiva tutti i sistemi sono sostenuti,oggi,dalla base.Il potere dall’alto,Dio e il Re,sono tramontati con la rivoluzione francese!La base è disgustata ed in fermento,è sotto gli occhi di tutti.Inoltre l’atomizzazione individuale è il risultato finale di questo processo storico globale,tutti contro tutti cioè,o quasi.A livello sociologico il discorso è molto lungo e complesso,ci basti osservarne gli effetti concreti.Nel nostro piccolo,ci sono pure dei”responsabili” contro cui affilare i coltelli:è sempre avvenuto,è il limite dei processi sociali di questo mondo.

  2. Non c’è alcuna alternativa a quanto descritto da Raffaele Gavarro. Non è più interessante la pars destruens (che di norma accompagna questo genere di considerazioni sui nuovi cicli storici). Ci ha già pensato l’uomo e il tempo passato inanemente a evitare di salvare la nostra civiltà. Non c’è ragione di aspettare a essere uniti. Neppure una, neppure se si è di diversa estrazione, genere, interesse, inclinazione, formazione.
    Davanti alla necessità (come in guerra) l’unica è prendere posizione e organizzare una piattaforma normativa (sulla scorta di quelle esistenti in Europa, tutte migliori o quasi della nostra; con poca fatica e in poco tempo) e trovare un portavoce convincente per salvare il salvabile.
    Abbiamo l’obbligo di tacere dei nostri gusti politico/intellettuali, anche contro la nostra stessa natura. E fare finalmente ciò che non abbiamo avuto il coraggio di neppure pensare. Davanti alla catastrofe (conclamata e sotto gli occhi di tutti) devono cadere le posizioni individualiste di chi pensa di essere migliore di altri, di essere più qualificato di altri, di avere il senso civico più alto di altri. Siamo tutti uguali, noi che teniamo alla nostra cultura (e non siamo molti). Forse c’è chi stravede per i pomeriggi con il FAI e chi invece per le sere in caverne poco illuminate a cercare chi produce il più nuovo del nuovo… Non ha più importanza.
    Ma una sola voce non basta, anche perché avrebbe timore, di fronte all’accanimento dell’indifferenza. E’ per questo che bisogna essere molti, il più possibile.
    Al grido “ridateci il nostro tempo” chiediamo con forza che i musei vivano anche con le donazioni (detraibili) dei privati, che le mostre temporanee siano il frutto di studio e di esperti e non di compravendita fra assessorati o fondazioni come al mercato delle vacche, che i collezionisti possano ancora fare depositi che vengano studiati ed esposti, che gli archivi vengano salvati dal disfacimento e dalle ruberie, che le nostre università siano di nuovo popolate da stranieri a studiare la nostra arte (anche contemporanea), che i nostri artisti (anche i giovanissimi, anche i meno noti) non siano fermati alle frontiere perché devono pagare un dazio preventivo alle soprintendenze per poter vendere altrove.
    E che la cultura abbia davvero rappresentanza anche in Parlamento e non solo al di fuori di esso, sempre in attesa di essere ricevuta, alla questua, alla miseria.
    Sodalizi fra Enti Pubblici e Privati, sodalizi fra pubblico e artisti, sodalizi fra studenti e maestri. Abbiamo ancora il più grande futuro dietro le spalle, potremo cambiare la prospettiva e tornare a parlare alla nostra civiltà. Ci credo fermamente. Ma c’è molto da fare e poco tempo per agire. Ce la faremo? Io ci sono, per quel nulla che conto. Magari potessi essere utile…

  3. Eppure la proposta di Raffaele Gavarro (ripresa da Cristiana Curti, e pur con l’interrogativo si Simone Crespi)non va fatta cadere.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui