16 giugno 2020

Un Atlante dell’Arte poco oggettivo

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Davvero tutti gli artisti hanno lo stesso peso storico, critico e istituzionale? Ovviamente no, e lo riconosciamo tutti. Eppure sul nuovo Atlante dell'Arte Contemporanea DeAgostini alcuni ordini sembrano essersi invertiti...lo abbiamo studiato per voi

Atlante dell'Arte Contemporanea DeAgostini, la copertina
Atlante dell'Arte Contemporanea DeAgostini, la copertina

La copertina è un dettaglio di un Achrome (1958-59) di Piero Manzoni, che precede le 930 pagine dell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2020, pubblicato dalla casa editrice De Agostini e curato da Daniele Radini Tedeschi e Stefania Pieralice (prezzo di copertina 95 euri).

Si tratta della seconda edizione del cospicuo repertorio, che segue lo stesso modello della prima edizione, uscita nel 2018 e annunciata da un’immagine di copertina più legata all’attualità, con un dettaglio dell’opera di Mimmo Paladino Sole Solitario (1986). Il ponderoso libro “appartiene alla categoria degli annuari e dei periodici illustrati dedicati ad una visione ampia e dettagliata del panorama artistico italiano e del relativo mercato” , e infatti ricorda i cataloghi Bolaffi d’Arte Moderna, pubblicati dal 1973 al 1981. Inconsueta la struttura, che divide gli artisti moderni e contemporanei (esclusi i deceduti prima del 1950) in venti sezioni ognuna dedicata ad una regione italiana, “coniugando la tendenza alla globalizzazione dell’arte al criterio della localizzazione”.

Atlante dell'Arte Contemporanea 2018, edizioni DeAgostini
Atlante dell’Arte Contemporanea 2018, edizioni DeAgostini

La composizione dell’Atlante dell’Arte

Uno spirito glocal echeggia nell’intero Atlante dell’Arte Contemporanea, a partire dall’eccellente sezione di apertura, intitolata Indici di mercato, che riporta, con uno sforzo davvero lodevole ed estremamente utile, i prezzi raggiunti da ogni artista sia sul mercato secondario che su quello primario, attraverso diversi criteri, come la plusvalenza (evoluzione dei prezzi) il trend (crescente, decrescente, ciclico e costante) e il giudizio della redazione, espresso con pallini (da 1 a 5). Segue una sezione dedicata alle gallerie, che descrive con schede aggiornate 10 gallerie italiane, da Massimo De Carlo allo Studio Trisorio, che sembrano essere rappresentative di diverse tipologie, quasi a proporre una sorta di campionatura del settore. Segue una sezione dedicata alle case d’asta, che riporta le schede di due aziende basate ad Hong Kong, China Guardian e Poly Auction, che non hanno uffici nel nostro Paese. Infine si apre la panoramica sugli artisti divisa per regioni, dal Piemonte alla Sicilia, e qui la situazione si fa poco chiara, in quanto i criteri di valutazione appaiono quanto meno opinabili.

Un elenco di artisti poco obiettivo

Gli artisti vengono descritti nell’Atlante dell’Arte Contemporanea con schede critiche redatta in maniera puntuale e aggiornata, ma di spazi e lunghezze molto diverse, che non sembrano riferibili alla loro posizione sulla scena ufficiale dell’arte né all’importanza del curriculum o alla notorietà mediatica. Così Francesco Barocco, che ha esposto al padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015 ha una scheda della stessa lunghezza dell’iperrealista Luigi Benedicenti, che ha esposto solo in alcune gallerie private ma ha un’immagine a piena pagina, accanto alla scheda di Alighiero Boetti. Se Luciano Fabro viene descritto in sole 40 righe, Gianni De Paoli occupa una pagina e mezza con due immagini, come accade per Aldo Mondino e Fernando Montà. Così Massimo Campigli, Agostino Bonalumi e Lucio Fontana hanno un’immagine a piena pagina a testa, come Drago Cerchiari, Laura Longhitano o Alessandro Maria Zucca, mentre Rudolf Stingel, uno degli artisti italiani più venduti sul mercato internazionale, viene liquidato con sole 12 righe. La sezione dedicata al Friuli Venezia Giulia si apre con sei pagine dedicate ad Anna Maria Li Gotti, “pittrice raffinata e profonda”, mentre la scheda successiva dedicata ad Afro Basaldella è lunga poco più di 40 righe; per la Liguria troviamo un articolo di sei pagine su Luca Vernizzi, e una paginetta su Vanessa Beecroft, invitata tre volte alla Biennale di Venezia.

Ci si chiede quindi perché ci sia una differenza così forte e poco giustificata tra gli artisti: si suppone che in una catalogazione così minuziosa debbano occupare tutti lo stesso spazio, e le immagini corrispondere al peso oggettivo che ognuno di loro occupa sulla scena nazionale e internazionale in termini culturali e di mercato. É un peccato che un volume così curato non corrisponda a criteri di valutazione oggettivi, che ne avrebbero aumentato di molto autorevolezza e prestigio.

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