23 gennaio 2021

Deaccessioning: l’opinione di Carolyn Christov-Bakargiev

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La vendita delle collezioni museali, opportunità o minaccia? Proseguono le nostre interviste a direttori museali e ad altre voci autorevoli del mondo dell’arte, per scoprire da vicino un fenomeno decisamente controverso

deaccessioning Carolyn Christov-Bakargiev
Carolyn Christov-Bakargiev. Foto di Giorgio Perrotino

Deaccessioning, la vendita delle collezioni museali che continua a far discutere l’America – e non solo. Nell’articolo pubblicato sul n.110 di exibart.onpaper (potete recuperarlo qui) vi avevamo lasciati con una domanda: «Come potrebbe essere accolto il deaccessioning in Italia, la culla della cultura, la patria di quei nomi che hanno fatto grande la Storia dell’arte?». A parlarcene, oggi, è Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

Intervista a Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea

Come considera il deaccessioning? Come un’opportunità per risollevare l’economia e ridare linfa ai musei, specialmente in questo momento difficile? O più come una minaccia, con il rischio di disperdere le collezioni?
«Senza dubbio la seconda opzione, sono profondamente contraria al deaccessioning. In Italia quest’operazione non può avvenire per le collezioni che appartengono allo Stato, mentre è ammissibile per i musei a statuto privato; ecco, io sarei favorevole all’estensione della tutela anche ai beni dei musei privati che ricevono finanziamenti pubblici, per cui l’impedimento alla vendita dovrebbe essere addirittura rafforzato. L’arte è l’unico petrolio dell’Italia e non bisogna in alcun modo alimentare la dispersione di un patrimonio che, nel corso dei secoli, è stato letteralmente depredato. In America, la necessità di vendere si manifesta perché i musei non ricevono quasi mai finanziamenti pubblici, ma si reggono soprattutto sulle elargizioni di filantropi, di mecenati, di grandi benefattori privati. La pandemia ha svelato molto rapidamente tutte le criticità di una realtà che in effetti è molto debole, anche se noi tendiamo a guardarla come un modello… Ma non è sempre così. Conosco bene quasi tutti i direttori dei grandi musei americani, spesso ci scambiamo i nostri pensieri: loro provano quasi invidia quest’anno per il sistema europeo (un sistema che, di fatto, tutela molto bene il patrimonio artistico)».

Una posizione molto decisa, insomma. Cosa ne pensa del fine per cui, recentemente, si ricorre sempre più al deaccessioning? Mi riferisco alla volontà di alcuni musei di diversificare le proprie collezioni…
«Partiamo da un presupposto necessario: la Storia dell’arte non è oggettiva. Non esiste la Storia dell’arte, esistono le Storie dell’arte, con una vastissima pluralità di visioni. Quella che conosciamo in Europa è stata scritta da studiosi europei, soprattutto uomini, a partire da Winckelmann che analizzò la scultura greca; studiosi che comprendono figure brillanti e che stimo tantissimo – come Ernst Gombrich, Arnold Hauser, Erwin Panofsky – ma che restituiscono una prospettiva che è certamente parziale. Nel corso degli anni è nata per esempio la Storia dell’arte femminista, con Griselda Pollock che ha inserito figure come Artemisia Gentileschi; allo stesso modo, grazie alla globalizzazione, si è sviluppato il pensiero postcoloniale che guarda anche al resto del mondo. Ecco, questa premessa è importante per dire che capisco che i musei europei e americani, attualmente, posseggano poche opere rappresentative di altre culture e che, per far fronte a queste mancanze, desiderino rinnovare le proprie collezioni. Personalmente ho sempre cercato di introdurre artisti che non erano ben rappresentati: sono stata la Direttrice di documenta con più artiste donne, ad esempio, e ho valorizzato nomi del mondo arabo come Etel Adnan e Anna Boghiguian. Quello che sto cercando di dire è che non è necessario vendere le proprie opere per acquistarne di nuove, non è così che bisognerebbe ottenere i fondi».

E quindi quali potrebbero essere delle valide alternative?
«Lo Stato dovrebbe sostenere le acquisizioni per i musei pubblici, si potrebbero sperimentare soluzioni come l’Art Bonus non solo per la manutenzione, ma anche per l’acquisizione di nuove opere. La Storia dell’arte cambia e non dobbiamo dimenticarlo: oggi possiamo fare degli errori gravissimi cedendo opere che non apprezziamo e che riteniamo obsolete, ma che un domani saranno necessarie per una rilettura del passato. Guardiamo alla letteratura: alla fine del Seicento e all’inizio del Settecento Shakespeare era molto amato, mentre fino all’inizio dell’Ottocento è stato particolarmente odiato. Se fosse stata un’opera d’arte, sarebbe stata oggetto di deaccessioning! Insomma, il grande Shakespeare, in pieno Settecento, sarebbe stato venduto. Proiettiamo questo stesso discorso, adesso, su un’opera di Jackson Pollock, un artista bianco, maschio ed eroico: quanto di più “negativo” oggi si possa immaginare, giusto? Ma fra trent’anni? Se decidessimo di venderlo, adesso, il museo perderebbe un rappresentante importantissimo del dopoguerra americano, si arriverebbe a un terribile appiattimento basato sulla moda del momento, a quella che è, secondo il mio punto di vista, la miopia massima di un direttore museale. Il nostro lavoro è anche fundraising e bisogna sempre avere un quadro completo delle conseguenze. “The Butterfly Effect”, ha presente?»

Il battito delle ali di una farfalla che scatena un tornado dall’altra parte del mondo.
«Esattamente, un’analisi dei sistemi complessi. È necessario guardare agli effetti diretti e soprattutto a quelli indiretti, senza cedere a soluzioni sbrigative e non adatte».

Se non proprio al deaccessioning, ha mai considerato la cessione a terzi dell’uso di qualche bene del museo? Potrebbe trattarsi di una soluzione proficua, anche a livello finanziario?
«È una pratica diffusa, i musei prestano un’opera con un loan fee. La premessa ovviamente è che il conservatore deve essere favorevole al prestito e che quindi le condizioni climatiche e di sicurezza della nuova sede siano ottimali. Abbiamo un prezzario e prevediamo di default un loan fee scontato al 50% per i musei pubblici; oltre a questo, ricorriamo anche allo scambio di opere tra musei, annullando reciprocamente il loan fee. Io sono favorevole all’idea di alzare le tariffe e penso che i musei pubblici dovrebbero capitalizzare sui prestiti. Ovviamente è importante che si faccia sempre attenzione non solo al contesto microclimatico della realtà a cui viene prestata l’opera, ma anche a quello culturale. Se si presta un Anselm Kiefer per un matrimonio in una sala da ballo, non è detto che Anselm Kiefer sia d’accordo… E noi, per questo motivo, non prestiamo mai l’opera di un vivente senza l’assenso dell’artista stesso, anche se la legge non ce lo impone».

Quindi, per concludere, bisogna trovare delle alternative efficaci al deaccessioning.
«Sì, bisogna trovare dei fondi diversi. Come dicevo, il Ministero dovrebbe incoraggiare le acquisizioni da parte dei musei per arricchire le collezioni man mano che la Storia dell’arte cambia e si scopre che qualcosa manca, così per l’arte contemporanea come per quella antica».

1 commento

  1. Concordo pienamente è un’ idiozzia ( anche come pricipio ) disperdere il patrimonio pubblico!
    Inoltre non puoi sapere l’evoluzione futura dell’arte rischiando di commettere gravi errori .
    La soluzione può solo essere una visione della politica e delle risorse pubbliche intelligente
    forse… meno Tav,meno trivelle o deliranti” ponti sullo stretto” permetterebbero
    di non buttate fondi utili senza dover” privarsi” ma casomai “aggiungendo/ acquisendo ”
    ……….forse…”.Meno opere inutili + opere d’arte? “

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