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Nuova sede, nuova nomina: Kruso Art rilancia a Milano
Mercato
Nei giorni dell’art week, il 15 aprile, in via Edmondo de Amicis 36, Kruso Art inaugura la sua nuova sede milanese con la sua prima single owner sale, guidata dal nuovo capo dipartimento di arte moderna e contemporanea, Jacopo Antolini. Con la sua ventennale esperienza come responsabile e consulente in altre case d’aste nazionali, sarà anche il coordinatore interno di tutti i dipartimenti della maison milanese. E così Kruso Art si conferma oggi come una delle realtà più dinamiche nel panorama italiano delle aste e il suo 2026 si prospetta un anno di trasformazione piuttosto evidente, sia sul piano strategico che su quello identitario. Nata nel 2018 a Milano con il nome Art-Rite, dopo l’acquisizione nel 2022 da parte di Kruso Kapital (Gruppo Banca Sistema) è diventata Kruso Art e si è inserita in una logica più ampia che mette in relazione arte, lusso, finanza e servizi. Dal 2024 la casa d’aste ha avviato un processo di riposizionamento che ha visto nel giro di poco tempo l’apertura di nuovi dipartimenti (tra cui Design, Luxury Fashion e Filatelia) e, adesso, anche una nuova sede e l’ingresso di Antolini nel team. L’asta inaugurale Ciak si colleziona: l’arte contemporanea di domani racconta attraverso più di cinquanta lotti la storia della passione di un collezionista. Ne parliamo con il capo dipartimento Jacopo Antolini.
Il suo ingresso in Kruso Art coincide con un momento di passaggio importante per la casa d’aste, una nuova sede e una nuova fase del dipartimento. Quale visone porterà alla guida del dipartimento di arte moderna e contemporanea?
«Il mio ingresso in Kruso Art è parte integrante del radicale processo di trasformazione della casa d’aste: la nuova sede è solo l’aspetto emblematico di un progetto ben più ampio e ambizioso. La priorità è sviluppare un dipartimento che abbia una propria identità. Le mie parole d’ordine, per quanto abusate e fastidiose, sono qualità e rigore. Solo così, nei limiti imposti dal mercato, ritengo si possa realizzare una selezione di opere capace di far convivere storia e attualità. Allo stesso tempo, è importante costruire un rapporto con i collezionisti, che oltre alla fiducia, trasmetta competenza e capacità di lettura del mercato. La mia visione è quella di un dipartimento dinamico, con un approccio curatoriale alle aste: non solo una semplice successione di lotti, ma piuttosto lo spunto per un racconto coerente ed attraente. L’obiettivo è posizionare Kruso Art come un interlocutore autorevole, capace di dialogare con tutti gli interpreti del mercato in modo distintivo, chiaro e attuale».

Nel suo racconto emerge spesso l’idea dell’asta come dispositivo narrativo, oltre che commerciale. Quanto è centrale oggi la costruzione di una storia nel determinare il valore e l’appeal di un’opera sul mercato?
«Penso che oggi, più che in altri momenti storici, sia necessario ricuperare una dimensione narrativa che deve essere intesa nel modo corretto: non come costruzione artificiale, quanto come capacità di restituire contesto, ruolo e rilevanza alle opere. Il mercato è sempre più competitivo e informato ma il valore di ogni opera non può esaurirsi nei dati, deve essere ritrovato nel suo peculiare percorso storico. In questo senso, non intendo l’asta esclusivamente come un luogo di scambio, ma anche come un momento in cui un intreccio di vicende viene reso fruibile. Quando il racconto è solido e credibile, amplifica l’interesse per l’opera. Al contrario se è debole, il pubblico lo percepisce immediatamente. La differenza sta tutta lì».
Nel corso della sua più che ventennale esperienza, quali trasformazioni ritiene più significative nel modo in cui oggi si guarda, si valuta e si immette sul mercato un’opera d’arte?
«Negli ultimi vent’anni il cambiamento più evidente è stato il passaggio da un mercato relativamente ‘locale’, regionale, ad un contesto molto più globale, veloce e interconnesso. Oggi, anche lo sguardo del neofita è più informato ed esigente: la disponibilità di risultati d’asta e la facilità di accesso alle informazioni ha reso i collezionisti più consapevoli, spesso meno inclini all’acquisto impulsivo ed in molti casi più attenti all’analisi delle opere. In un mercato così trasparente e leggibile, ogni scelta può contribuire in modo talvolta significativo alla determinazione del valore».

Ha descritto il suo lavoro come quello di un “regista” in un sistema composto da specialisti, collezionisti e dinamiche di mercato. Qual è la sfida più complessa del suo ruolo?
«La sfida più complessa è tenere insieme visioni e interessi divergenti senza perdere di vista l’obiettivo di dare coerenza alla trama: ogni asta si regge su un delicato equilibrio tra qualità, aspettative e risultati. Il ruolo di “regista” sta proprio nel trovare armonia e continuità tra interpreti, elementi e fattori eterogenei, cercando di capire quando serrare il ritmo e quando, invece, è funzionale rallentare».
Può raccontarci un episodio significativo?
«Ricordo un caso in cui ci è stata proposta un’opera importante, con aspettative molto alte. Abbiamo scelto di non forzare l’inserimento immediato in asta, in modo da poter approfondire le ricerche storiografiche, individuare il contesto favorevole ed avere il tempo per segnalare l’opera ai collezionisti potenzialmente interessati. È stata una decisione sotto alcuni aspetti controversa, ma quando l’opera è stata presentata sul mercato, le condizioni erano ottimali e il risultato ha confermato la bontà delle scelte fatte. Spesso la parte più difficile di questo lavoro non è vendere, ma capire quando è il momento giusto per farlo».

La Single Owner Sale, che inaugura la nuova sede, mostra una profonda attenzione alla componente autobiografica e sembra restituire un ritratto più intimo del collezionismo. Che tipo di profilo emerge da queste vendite?
«Le Single Owner Sale sono un mosaico da cui emerge l’autoritratto di un collezionista consapevole, che rivendica la propria autonomia, le cui scelte sono guidate da logiche derivanti da un’idea precisa di sé. Sono collezioni pazientemente costruite nel tempo, che seguono traiettorie a tratti discontinue ma sempre riconoscibili, dove le opere sono le pietre miliari di un percorso di ricerca artistica e personale. In questo senso, la componente autobiografica non è un elemento accessorio ma diventa una chiave di lettura fondamentale anche per il mercato. Ciò che emerge in queste occasioni, è il profilo di un collezionista per il quale il valore dell’opera non è solo economico, ma profondamente legato ad un’esperienza, ad una visione e ad una storia personale che, nel momento della vendita, si svela e si trasferisce ad altri».






