17 giugno 2026

«Diventi persona quando ti aggiusti nei panni». Conversazione con Maria Luisa Frisa

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Ogni mattina, davanti allo specchio, si gioca una partita silenziosa tra chi siamo e chi vorremmo diventare. Vestirsi è molto più che scegliere un abito: è un modo per costruirsi, giorno dopo giorno, un’identità.

maria luisa frisa
Maria Luisa Frisa Photocredit Laila Pozzo per AppuntiG

C’è chi si sente a disagio davanti a uno specchio e chi, come Maria Luisa Frisa, ha fatto della costruzione quotidiana della propria immagine una pratica di pensiero. Teorica e curatrice di moda, Frisa ha già guidato i lettori attraverso il sistema della moda con Le forme della moda (il Mulino 2022) e li ha accompagnati in un viaggio tra narrazioni e stili con l’antologia I racconti della moda (Einaudi 2024). Ora torna in libreria con un volume nuovo, Il corpo alla moda (Einaudi 2026), che mescola coraggiosamente la riflessione teorica con l’esperienza personale, la storia del costume con l’intimità dello sguardo quotidiano.

Il libro nasce da una domanda semplice e radicale: cosa accade davvero quando un corpo incontra un abito? Non si tratta solo di coprirsi, né di seguire una tendenza. Vestirsi, per l’autrice, è un atto di autocoscienza, un esercizio quotidiano di costruzione di sé, una pratica che può diventare un’autentica arte dell’esistenza. Ed è anche un modo per confrontarsi con la memoria, con il desiderio, con la paura di non essere all’altezza di ciò che si indossa.

In questa intervista, Maria Luisa Frisa ci guida attraverso i capitoli del suo pensiero. Ne nasce un dialogo che restituisce alla moda la sua profondità più intima, filosofica e, soprattutto, umana.

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Lei apre Il corpo alla moda confessando: «Ho dei problemi a guardare il mio corpo nudo… preferisco il corpo vestito». In che modo questa sua “problematica” personale è diventata una chiave universale per leggere la moda?

«Diciamo una cosa che io ho ripetuto tante volte: per me la moda, anche quando non mi occupavo direttamente di moda, è sempre stata molto importante. Ossia, io ho sempre amato vestirmi e ho sempre pensato che trovare una propria chiave nel vestirsi, anche quando ero molto giovane, potesse essere un ottimo modo per presentarsi al mondo e per superare una serie di problemi. Io non sono alta, non sono magra, insomma, sono una persona molto normale. Però come diceva Vreeland, la personalità è la cosa più importante. Avere un proprio gusto, una propria personalità, un proprio stile – usando una parola abusata – nel vestirsi, mi sono resa conto che è stato estremamente importante per me. Per uscire da quella ragazza insicura che ero, non tanto delle proprie potenzialità, ma del proprio aspetto.

Dopo aver studiato storia dell’arte, mi sono occupata di arte contemporanea e poi la moda, inevitabilmente per una serie di incontri che ho fatto, è diventata anche il mio lavoro. Ed è logico che studiare la moda mi abbia portata a riflettere in maniera diversa sul rapporto tra corpo e vestiti».

Che cosa ha scoperto osservando quel rapporto più da vicino?

«Ho notato che spesso le persone si preoccupano di quello che pensano gli altri rispetto a quello che indossano. A me capita spesso che quando dico che mi occupo di moda, le persone mi dicano: Non guardare come sono vestita oggi, mi sono vestita con la prima cosa che ho trovato nell’armadio. Il che non è possibile: nessuno di noi si veste così. E mi interessava cogliere il lato empatico e profondo che esiste nell’atto del vestirsi e quindi del coprire il corpo. Sarà per questo che a me piace la moda che ti dà una struttura. Io non credo nella moda comoda, credo nella moda che struttura il corpo, anche perché la moda, come la intendo io, non può essere comoda».

Nel capitolo Muse anomale parla di designer che hanno usato il corpo come laboratorio. Lei stessa si veste “dalle scarpe in su”. Può raccontarci l’importanza della scelta quotidiana dell’abito e del valore – di cui parla anche Alessandro Michele in La vita delle forme – quasi filosofico che guadagna?

«Sono molto d’accordo con quanto detto nel libro di Alessandro Michele e Emanuele Coccia. L’atto stesso che noi compiamo quando ci vestiamo e ci guardiamo allo specchio è una forma di presa di posizione nel mondo. Quando ci guardiamo allo specchio, ci dobbiamo riconoscere, perché io sfido chiunque, quando la mattina si veste, a non pensare: Come mi sono vestito? Vado bene così? Mi riconosco in quello che indosso? O mi sono vestito secondo un’idea che non è la mia?”.

Una volta una giornalista mi ha fatto una domanda che ho molto apprezzato. Mi ha chiesto quando reputo che una persona sia vestita male. Io ho risposto d’impulso dicendo che ci si veste male quando lo si fa secondo quello che dicono gli altri e non secondo quello che pensiamo noi».

Perché in qualche modo si segue un ideale estraneo al nostro essere?

«Esatto, nel senso, tutti quelli che si vestono secondo un’idea astratta di eleganza, oppure un’idea da piccolo borghese di eleganza, sono la rovina della moda. Sono la rovina della possibilità, per ciascuno di noi, di trovare la cosa giusta».

In che senso?

«Nel libro racconto la visita al guardaroba della signora borghese, dove vedo di tutto e di più; è lì che si vede la forza della moda di offrire infinite possibilità. Questa è, secondo me, la cosa più affascinante. Così come quando Carla Lonzi dice: Ho girato tutto il giorno ma non ho trovato niente. O faceva troppo signora o faceva troppo Fiorucci”. Anche lì c’è il racconto di una persona che non riesce a trovare qualcosa che corrisponda a quello che si sente. Qualcosa, appunto, in cui tu ti devi vedere. Diventi persona quando ti aggiusti nei panni, perché il corpo nudo, in realtà, non dice molto».

Ci racconti di più.

«Il capitolo delle muse non nasce come storia delle modelle o delle icone. Qui la descrizione che Albini fa della sua donna ideale diventa cruciale, perché si comprende che in realtà Albini è la musa di se stesso: lui usa il suo corpo. Lui è il riferimento per la moda maschile. Poi ho trovato la frase di Betty Catroux che era perfetta – la parola ombrello che non vuol dire niente – però detta da lei, che è la musa per eccellenza, guadagna un valore nuovo».

Nel libro scrive: “Ho sempre avuto una preferenza per la moda maschile. Ho sempre pensato che il maschile sia il settore della moda in cui avvengono i cambiamenti più radicali”. Può spiegarci una trasformazione, da American Gigolo (1980) a oggi, del guardaroba maschile che ha avuto implicazioni rivoluzionarie nella moda femminile?

«Questa è una bella domanda, perché io penso che moltissime conquiste nella moda femminile siano dovute all’avanzamento della moda maschile. Una certa libertà dei corpi, anche nell’indossare l’abbigliamento – che io non amo molto – che è legato alla cultura del corpo. Le tute, i materiali elastici, tutti quegli abiti legati a un’attitudine corporea, a attività che per un certo tempo erano riservate alla sfera maschile. Sicuramente se non ci fosse stato un uso così libero da parte dell’uomo, non troveremmo tanti dei capi che adesso appartengono al guardaroba femminile. Questo, secondo me, ha influito moltissimo anche rispetto alla libertà delle donne di indossare tutta una serie di abiti legati a un certo tipo di attività che poi sono entrati anche nella vita quotidiana.

Anche perché il vestirsi “da uomo” delle donne c’è sempre stato, se pensiamo alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento, per avere una libertà che altrimenti non avrebbero avuto».

La rappresentazione che veniva fatta del maschile ha influenzato molto questa dinamica?

«Certo, molte delle variazioni nella moda maschile sono passate attraverso la rappresentazione fotografica che si è fatta della moda maschile e quindi attraverso un cambiamento dell’idea di mascolinità. Il fatto che adesso ci siano, come dice Alessandro Michele, molte idee di mascolinità vuol dire che c’è una maggiore libertà di proporsi al mondo. E secondo me anche questo incide sul modo di vestire femminile, che è molto più libero, molto più rilassato in certi casi. Il cambiamento si nota negli atteggiamenti e nell’uso di certi elementi del guardaroba: la felpa, il cappellino americano con la visiera, la canottiera, la mutanda con l’elastico, ma anche le scarpe da ginnastica sono tutte cose che sono transitate liberamente nel guardaroba femminile».

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MAPPA Maria Luisa Frisa, Il corpo alla moda, Einaudi 2026

Lei cita la mostra The Vulgar e la figura della prostituta in Versace. Il confine tra sensualità e volgarità è oggi ancora così netto?

«Ti confesso una cosa: io avrei voluto fare un capitolo chiamato Prostituta e gigolò. Perché il confine tra volgarità e sensualità è un tema che mi interessa molto».

Come mai?

«C’è questo bellissimo saggio di Richard Martin a proposito di Versace, proprio sul tema dell’affermazione di una moda che esalta la figura della prostituta. Ma la prostituta come libertà del dichiararsi, dell’essere. Versace ha lavorato moltissimo su questo.

La moda passa anche attraverso la sessualizzazione dei corpi. Non si può dimenticare che la moda ha per sua natura a che fare con il corpo, con il sesso, con il desiderio. Gli abiti hanno delle cariche che li abitano. Spesso alcuni abiti non si indossano per paura di non riuscire a portarli, o forse di non riuscire a sopportarne la forza. Un vestito di Versace o lo sai portare o non lo sai portare. Non si può pensare che quel vestito non provochi niente».

Anche in questo discorso si può citare American Gigolo e Armani?

«Certo, come per Versace, pensiamo all’American Gigolo di Paul Schrader. Richard Gere interpretò quel ruolo e divenne una dichiarazione di sexitudine fortissima, mentre John Travolta rifiutò la parte per paura che nuocesse alla sua carriera. Questo conferma che gli abiti, in questo caso i capi Armani, conservano sempre una forte carica.

La mostra The Vulgar di Judith Clark è un caso emblematico, perché analizza il tema del volgare partendo dalla sua accezione linguistica. La volgarizzazione – che rende comune e complesso – della moda che vuole stare nel museo ma che non riesce a starvi. Tant’è che poi di quella mostra né Versace né Dolce & Gabbana hanno voluto farne parte, perché avevano paura di essere in una mostra con quel nome. Questo per parlare dei pregiudizi di case di moda che comunque hanno lavorato, forse inconsciamente, su quello. D’altronde la moda si muove sempre su questo crinale: tra pudore e impudicizia».

Maria Luisa Frisa Photocredit Antonino Cafiero

Nel capitolo Il corpo dell’altro parla di vintage, di nostalgia e di REPLICA di Margiela (1994). Cosa rappresenta per lei l’aspetto emotivo dell’abito ereditato o dell’abito usato, come nel caso di Margiela?

«Nel vintage l’elemento sentimentale è inevitabile, perché io scelgo un periodo rispetto a un altro, scelgo un indumento rispetto a un altro. E nel vestire vintage c’è sempre una certa nostalgia. Una nostalgia che, già quando mi occupavo di storia dell’arte, vedo come un motore, non come qualcosa che ti frena. La nostalgia ti fa venire voglia di agire: è un movimento, non è uno stare fermo. Quindi io credo che comunque nel vestire usato, nel vestire vintage, ci sia un aspetto emotivo molto forte.

Poi avevo letto tanto tempo fa questo libro della Seminara, l’Atlante degli abiti smessi. E lì, proprio quando l’ho riletto mentre stavo scrivendo, ho detto: ma è chiaro come il tramandare qualcosa sia protezione, ma sia anche ricatto nello stesso tempo».

In questa riflessione, come REPLICA di Margiela diventa uno snodo fondamentale?

«Il concetto di vintage mi interessava anche nel contesto dell’operazione di REPLICA, perché affronta un’altra sfumatura dell’indossare l’usato. L’abito adatta il nostro corpo a sé, ma anche noi adattiamo l’abito, mettiamo la nostra impronta nell’abito. Quindi la REPLICA di Margiela non è innocente: è un abito che è già stato indossato, è già stato portato da un altro corpo. Non ho l’originale, o comunque una serie di emozioni che hanno impregnato quel corpo. Quanto dice anche Elizabeth Wilson è il paradosso, perché l’abito, se non è indossato su un corpo o su un manichino, è un relitto».

A proposito della stesura di questo libro…

«Il libro, credo che sia chiaro, non vuole fare né una storia della moda né una lista di esempi. È un libro che racconta delle storie, è un libro con un punto di vista molto preciso, il mio. Volevo che fosse qualcosa che avesse anche un carattere scientifico, sebbene sia una raccolta di piccoli racconti. In fondo ciascun capitolo è un racconto: si parte in un modo e si arriva in un altro. È questo il bello. Anche perché il libro, almeno per me, evolve in divenire. Mentre scrivo nascono mille suggestioni che ne influenzano la forma finale. Per quello poi alla fine ho messo la mappa. Mi faceva piacere condividere anche il processo, non solo la fine. A me non dispiacerebbe se un giorno qualcuno, guardando la mappa di Frisa, trovasse un nuovo argomento da studiare. Why not?».

Rovesciando Bernard Rudofsky, lei afferma che la moda non costringe, ma permette un’arte dell’esistenza”, come dice Agamben. Può spiegarci questo concetto?

«Io metterei l’arte dell’esistenza insieme a quanto dice Francesca Alinovi in Quel che piace a me, quindi quella capacità di muoversi per costruire sé stessi. Tra le righe del libro dico che vestirsi è un atto di autocoscienza. La cosa più difficile è imparare a vestirsi, e dico sempre che è un esercizio quotidiano, non è una cosa statica. Noi ci trasformiamo, i nostri corpi si trasformano, si trasforma anche la nostra idea di noi stessi. E, soprattutto, si trasforma quello che noi vogliamo dire al mondo rispetto a come ci presentiamo. Quindi vestirsi, l’atto di vestirsi, è un atto che non finisce mai di essere messo in discussione: per quello diventa un’arte dell’esistenza.

Proprio per questo cito Lea Vergine sull’artista della body art che non vuole stare nella storia, ma è lui che sceneggia la storia, è lui il personaggio della storia. Ecco, l’arte dell’esistenza per me è imparare a essere i personaggi della storia. È il rapporto tra anima e veste, come dice Perniola».

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