05 dicembre 2019

Transfashional. Come Moda e Arte possono cambiare il futuro

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Che legame può esserci tra urgenze ambientali e discipline come arte e moda? Ce lo racconta Dobrila Denegri, curatrice di Transfashional nell’Ala Moderna del Museo della Città di Rimini

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Aliki van der Kruijs “Made by Rain”, 2014 / ongoing Photo: Pim Leenen

Come possono Moda e Arte riflettere le attuali urgenze ambientali, sociali, culturali ed economiche, contribuendo a delineare nuovi modelli paradigmatici? A rispondere a tale quesito è Transfashional il progetto di ricerca ideato e curato da Dobrila Denegri, e giunto alla sua tappa conclusiva con la mostra nell’Ala Moderna del Museo della Città di Rimini, che resterà aperta fino a gennaio 2020. Il progetto – nato in collaborazione con l’Università delle Arti Applicate di Vienna, l’Università di Londra – London College of Fashion, l’Università di Borås – Scuola Svedese del Tessuto, l’Accademia delle Belle Arti di Varsavia, la Facoltà del Design e l’Università di Bologna, Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita, corso di laurea magistrale internazionale in Fashion Studies – ha attraversato l’Europa e coinvolto numerosi designer e teorici internazionali. Oltre ad essere una eterogenea piattaforma di ricerca, Transfashional è un interessante viaggio alla scoperta di quella terra di mezzo fra Arte e Moda, fatta di ricerche che sovvertono le regole e propongono una interpretazione trasversale del presente, mai banale e sempre propositivamente proiettata al futuro.

Transfashional ha coinvolto molte istituzioni e designer internazionali, e visto la realizzazione di cinque mostre a Londra, Varsavia, Vienna, Kalmar e Rimini – dove ha sede il Campus dell’Università di Bologna. Come è nata l’idea?

«Dopo essere stata cinque anni alla guida di una complessa istituzione di tipo museale, collocata in un paese in grande fermento culturale quale era la Polonia di qualche anno fa, nel 2016, sono stata invitata a collaborare con il Ministero degli affari esteri austriaco e il loro programma di cooperazione culturale. Transfashional è nato come una piattaforma di ricerca, finalizzata a sviluppare diverse mostre e appuntamenti laboratoriali, ed investigare le risonanze semantiche che la moda sperimentale può assumere quando viene presentata nel contesto delle istituzioni dell’arte contemporanea. Nella pratica, abbiamo coinvolto grandi nomi come Hussein Chalayan, o curatori come José Teunissen e Susanne Neuburger, ma soprattutto ho puntato su un gruppo di giovani emergenti che lavorano sul crinale tra moda e altre discipline, quali arte, design, architettura, graphic design, performance».

Qual è il significato del termine Transfashional?

«Transfashional è un termine inventato da me, che sembrava ideale per fare da cornice a un processo di ricerca che avrebbe coinvolto diversi creativi e poteva spaziare in ogni direzione. Transfashional poteva significare qualunque cosa. È quello che Claude Lévi-Strauss chiamava significante flottante, ovvero un termine privo di significato fisso e quindi adatto ad essere caricato di qualunque significato. La nostra “missione” era articolare questo significato. Inizialmente Transfashional si riferiva alla contaminazione tra i linguaggi; poi ad intrigarmi è stata la mancanza di categorie e di strumenti linguistici. Perciò l’obiettivo è diventato parlare in maniera adeguata di queste pratiche creative, che veicolano una grande quantità di contenuti interessanti ed esprimono una forte critica verso il sistema moda, verso suoi principi di eccedenza, accelerazione dei ritmi di produzione e di consumo, e l’annessa poca considerazione per l’impatto ambientale che questa industria produce».

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Lara Torres
“An Impossible Wardrobe for the Invisible”, 2011

Alcuni dei lavori in mostra parlano di abiti o gioielli impossibili da indossare. Qual è la riflessione sul corpo che ne emerge e del suo ruolo nel tempo presente?

«Nel video Guardaroba Impossibile Lara Torres ci mette di fronte un processo di vera e propria dissoluzione dell’abito e ciò accade in maniera quasi alchimica. A contatto con l’acqua il vestito comincia a sparire, lasciando il corpo ancora “vestito” da tracce, ovvero le cuciture rimaste come relitto dell’abito. Se da una parte tutto questo mi ha riportato alla mente l’arte degli anni ’60, da Gustav Metzger a Lucy Lippard e suo famoso saggio sulla smaterializzazione dell’arte, dall’altro mi ha fatto anche riflettere sul fatto che qui non si tratta solo di scomparsa, ma anche di creazione di qualcosa di unico e irriproducibile, in quanto risultato di un processo casuale, e fuori del controllo dell’autrice. Nell’epoca della facile e accelerata (ri)produzione di quasi tutto, riproporre il tema dell’unicità mi è sembrato davvero interessante: ciò implica una riflessione sui valori. Anche gli “accessori” fatti di ghiaccio o di mappature dello spazio negativo tra le parti del corpo di Naomi Filmer o Kate Langrish Smith inducono ad una riflessione sui valori, ponendo la domanda a cosa attribuiamo il valore oggi?».

 

In mostra sono presenti anche delle ricerche sul tessuto, materiali pregiati che fanno della natura l’elemento principale di riferimento. Come vengono trattati i temi della natura e dell’ecosostenibilità dagli artisti in mostra?

«Aliki van der Kruijs è emersa alcuni anni fa con un progetto molto poetico che si chiama Fatto di pioggia (Made by Rain). Lei letteralmente “imprime” la pioggia sui tessuti, “cattura” le gocce che quando cadono, fanno dissolvere il colore creando dei pattern. Ci troviamo di fronte a qualcosa che ha a che vedere con la casualità, l’unicità, e una serie di interessanti implicazioni che vanno dalla storia dell’arte alle considerazioni odierne sull’emergenza climatica. La casualità ha una lunga tradizione nell’arte moderna e molti lavori la causalità e la volontaria mancanza di controllo da parte degli autori gioca un ruolo importante. Christina Dörfler Raab tratta i suoi tessuti con materiali che si trovano in ogni cucina (acqua, farina, sale, candeggina, etc) e crea effetti coloristici impossibili di replicare. Transfashional, attraverso tessuti, materiali, vestiti, ha cercato di catturare una grande varietà di metafore, per riflettere sulla contemporaneità e le sue urgenze, che vanno dal clima alla tecnocrazia. Al tempo stesso, si è cercato di parlare di queste questioni complesse in maniera tale da bypassare la proverbiale ermeticità dei linguaggi dell’arte contemporanea. È stato interessante vedere come un pubblico giovane e numeroso si è accostato a queste mostre e alle opere esposte. Dal punto di vista comunicativo trovo che la moda ha un grande potenziale e una grande responsabilità».

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Christina Dörfler Raab
in collaboration with Manuel Wandl
“Shirt – Loam Iron Oxide Dye”, 2016/17

A completare il panorama di ricerca di Transfahional sono i lavori che indagano il ruolo della tecnologia e della meccanica sia analogica sia digitale. Come si inseriscono questi lavori nel progetto mostra? 

«Molti, quasi tutti i partecipanti del progetto, si sono formati come stilisti, designer di moda o accessori, ma poi la vena creativa è prevalsa e loro ricerche hanno preso questa via ibrida, che ancora cerca la propria piattaforma e proprio contesto. Ma i loro riferimenti sono molto chiari e comprendono l’arte, la teoria dell’arte o del design. Posizioni come quelle anticipate da Victor J. Papanek e Richard Buckminster Fuller, che hanno contribuito alla formazione del “social design”, sono qui cruciali, come anche quelle dei designers più giovani Anthony Dunne e Fiona Raby, autori di Speculative Everything, oppure Robert Stadler, co-autore di Things as Ideas. Tutto questo filone, che ha avuto la sua genesi nel product design, ora entra nell’ambito della moda. In mostra, le strane “macchine inutili” realizzate dai professori del product design Robert Pludra, Wojciech Małolepszy e dai loro studenti, giocano proprio sulla centralità della figura umana, centralità dell’individuo, centralità del corpo».

Ad accompagnare la tappa riminese del progetto è la ricca pubblicazione Transfashional – Post/Inter/Disciplinary Lexicon, nel quale è presente la sezione Tentative Lexicon. Molti i termini approfonditi, fra questi vi è il concetto di ‘co-creation’. Perché questo termine è così centrale in una ricerca come quella condotta da Transfahional?

«Per me questo termine “co-creazione” è molto importante. Tutto questo progetto è una forma di “co-creazione” in cui tutti noi abbiamo cercato di creare qualcosa dal niente. Un’operazione semantica veicolata attraverso il format della mostra. Va ricordato che il termine “co-creazione” ha la sua storia specifica nel design scandinavo degli anni ’60 e ’70, ed insieme al termine “co-design” si trova sempre più spesso oggi in diversi ambiti. In questo contesto specifico di Transfashional ci siamo allacciati ad un’altra figura di spicco, Lucy Orta, che ha fatto studi di moda prima di diventare un’artista internazionalmente acclamata, e di lavorare in sodalizio con il partner Jorge. Il primo progetto che Lucy ha realizzato nei primi anni ’90, era intitolato Co-creation e ha anticipato tutto quello di cui oggi parla anche il mainstream del sistema moda: riciclo, sostenibilità, inclusione, dimensione etica».

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