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A Venezia, una collettiva rilegge l’eredità di Brancusi in una palazzina firmata Scarpa
Mostre
di Zaira Carrer
Si intitola Reflections on Brâncuși l’esposizione collettiva con cui Galerie Negropontes dà il via alla propria stagione veneziana: una mostra che lega a doppio filo l’altopiano di Târgu Jiu, in Romania, alle fondamenta anfibie di una Venezia minore, quella delle calli strette che sfociano improvvisamente sul Canal Grande.
Se da un lato si ha infatti il complesso monumentale che Constantin Brancusi realizza tra il 1937 e il 1938; dall’altro c’è la Palazzina Masieri, ridisegnata da Carlo Scarpa a partire dagli anni Sessanta. Entrambi i maestri, a distanza di anni, chilometri e discipline, ricercano senza tregua l’estrema purezza della forma: è da questo punto di contatto che si sviluppa l’operazione curatoriale della galleria francese.

Il dispositivo Scarpa: una scultura da abitare
Affacciata su una delle anse più dense del Canal Grande, la Palazzina è prima di tutto il risultato di una storia mancata: quella del progetto di Frank Lloyd Wright, rifiutato dalla municipalità veneziana negli anni Cinquanta del secolo scorso. Eppure, almeno per una volta, lo sguardo poco lungimirante del Comune si è rivelato una fortuna: al suo posto subentra Carlo Scarpa che, dal 1968, lavora all’edificio. L’operazione che propone è quella di agire dentro un involucro dato, mantenendo la facciata storica e svuotando l’interno per reinscriverlo completamente. Questa scelta — apparentemente conservativa — è in realtà profondamente sovversiva: Scarpa, infatti, rompe la corrispondenza tra esterno e interno, tra immagine urbana e organizzazione spaziale e, se la facciata resta muta, all’interno della palazzina si dispiega tutta una serie complessa di piani sfalsati e disallineamenti.

Nonostante l’edificio sia stato completato solo nel 1983, dopo la morte di Scarpa, il suo progetto viene rispettato con grande attenzione e si declina concretamente in tutti gli stilemi che caratterizzano l’architettura del maestro veneziano. L’influenza giapponese, l’interazione continua tra esterno e interno, la luce che viene “costruita” attraverso tagli e rifrazioni, l’uso di materiali come marmo, ottone, cemento, vetro e pastello: ogni singolo elemento appare studiato nei minimi dettagli e porta la firma inconfondibile di Scarpa.
È in questa grammatica del dettaglio che si innesta il dialogo con Brancusi, rintracciando un’inaspettata affinità elettiva. Entrambi i maestri rifiutano l’ornamento come sovrastruttura, preferendo la verità del materiale — sia esso il bronzo lucidato a specchio o il cemento a vista trattato con la sacralità di una pietra preziosa — e lavorano sulla rifrazione della luce come strumento di rivelazione della forma.

Reflections on Brancusi: le opere contemporanee
In questo incontro veneziano, l’eredità di Brancusi si dipana sui tre piani sfalsati di Scarpa, acquisendo forma concreta nei lavori di Dan Er. Grigorescu, Mircea Cantor, Mauro Mori e Gianluca Pacchioni.
Il punto di contatto più autentico tra l’eredità del rumeno e il rigore del veneziano si trova nel bianco e nero di Dan Er. Grigorescu: le sue fotografie degli anni Sessanta, prive di filtri e dominate da una luce naturale tagliente, isolano le forme di Brancusi rendendole monadi monumentali ed è in questo rigorismo analitico che lo sguardo di Grigorescu incontra quello di Scarpa.

Salendo i tre livelli della Palazzina, le immagini delle opere romene di Brancusi si riflettono nelle forme e nei materiali eletti dagli artisti: così, la tensione verticale di Oiseau nello spazio o la ritmicità della Colonna senza fine si rintracciano nelle corde e nei nodi lignei di Mircea Cantor, mentre le tondeggianti uova in onice di Pacchioni rimandano agli ovali perfetti di Musa addormentata o Signorina Pogany. All’ultimo piano, il confronto tra le vedute a colori di Cantor e quelle argentiche di Grigorescu sull’installazione monumentale di Târgu Jiu chiude il cerchio.
Ma la vera lezione brancusiana, quella della forma che si spoglia fino a diventare idea, alla Palazzina Masieri la impartisce Scarpa. La mostra della Galerie Negropontes ha il merito di aver riacceso i motori di questo gioiello veneziano, offrendo una rilettura dell’eredità dei due maestri come “pensiero vivo”. Eppure, resta il sospetto che l’ospite d’onore, il vecchio Constantin, si trovi più a suo agio nei dettagli di un giunto scarpiano che nelle pur nobili derivazioni contemporanee esposte.











