20 gennaio 2023

Amsterdam: P/////AKT ospita Dry Salvages di Giulia Cenci

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"Dry Salvages" la nuova mostra personale di Giulia Cenci. Nello spazio espositivo olandese no-profit P/////AKT, fino al 19 febbraio

Giulia Cenci, Dry Salvages, 2023. Courtesy the artist and P/////AKT, Amsterdam

“Dry Salvages” di Giulia Cenci è il quinto atto di un ciclo di mostre personali, “Turning to Dust and Bones” che P/////AKT ospita nello spazio di Amsterdam in materia di subconscio, memoria e tracce dello sradicamento.

Ad accompagnare la nuova mostra è la poesia di Thomas Stearns Eliot, “Che cosa disse il tuono” (What the Thunder Said), tratta dal famoso poemetto del 1992 “La terra desolata” (The Waste Land).

Di “Dry Salvages”, del pensiero che sottende la mostra e delle sue prospettive di lettura ne abbiamo parlato con Giulia Cenci.

Giulia Cenci, Dry Salvages, 2023. Courtesy the artist and P/////AKT, Amsterdam

Giulia, come si articola “Dry Salvages”? 

Per la mostra ho realizzato tutte opere nuove, lo scorso dicembre non appena rientrata dal Sud America. P/////AKT è un open space intervallato da tre colonne, la mostra si articola negli spazi come se fossero ambienti abitati. Il lato sinistro è popolato da box doccia, che ho collezionato nel tempo, all’interno dei quali è sempre presente una figura. Come spesso accade, non è una figura completa o didascalica, sono in realtà accenni di corpo, volti, maschere, ossa. Talvolta ci sono anche pezzi di lupo o elementi organici, che somigliano a radici ma sono frammenti di vigneto, che si fondono. Insieme danno un’idea, fanno accenno e riferimento a una figura ideale all’interno del box che il nostro occhio può vedere come uno spazio determinato chiuso, o immaginare come spazio mentale e astratto. Gli accenni sono molto diversi l’uno dall’altro, nel caso dei volti per esempio sembrano essere trapassati da un segno, come dell’acqua. Il lato destro, che da un punto di vista architettonico sembra un corridoio che si allarga aprendosi a uno spazio più ampio, conduce a una figura che è un’ibridazione di ossa di lupi e volti umani. Il suo cranio ha tre volti, il suo atteggiamento, suggerito dall’accavallamento delle gambe, è quello dell’attesa, dell’osservazione. Il percorso è estremamente libero, la prima impressione è molto carica ma passo dopo passo, opera dopo opera, va alleggerendosi. L’insieme risulta uno spazio labirintico, oltre che asettico, come una stanza frigo, un mattatoio, che si può attraversare ogni volta in maniera soggettiva e imprevedibile. 

Giulia Cenci, Dry Salvages, 2023. Courtesy the artist and P/////AKT, Amsterdam

C’è qualcosa, nella mostra, che ti porti dal Sud America? 

Da tempo volevo usare i box doccia. Quello che mi ha colpito in prima persona del viaggio in Sud America è che nonostante abbia visitato luoghi estremamente selvatici, scegliendo di dedicarmi a un viaggio a sfondo naturalistico, ciò che poi è seguito in maniera del tutto spontanea è stata una riflessione sempre più forte sull’umano piuttosto che sul naturale. Come se tornando il mio istinto mi avesse portato a sottolineare qualcosa che sento stretto all’interno della società più costruita rispetto a quella più libera.

Giulia Cenci, Dry Salvages, 2023. Courtesy the artist and P/////AKT, Amsterdam

“Che cosa disse il tuono” di T.S. Eliot accompagna la tua mostra “Dry Salvages”. Quale pensiero sottende alla mostra?

“La terra desolata” di Eliot mi accompagna spesso nel lavoro, dai titoli, ai testi, passando per le piccole citazioni. Porto questo libro con me da tanti anni e mi piace moltissimo, ha una prospettiva estremamente aperta. È in un certo senso il mio masterpiece perché riesce a unire tante sorgenti differenti, anche dal punto di vista letterario, unendole in un nuovo testo che non è mai didascalico ma sempre una via di mezzo tra una prosa e un’opera poetica quasi completamente astratta. Il valore delle singole parole e delle singole frasi è determinante nel mio lavoro. Il pezzo che ho scelto mi piaceva molto per diversi motivi. Parla di assenza di acqua e di assenza di vita, anche a livello paesaggistico. Mi piaceva e ho voluto legare questi versi, che parlano anche di morte di qualcuno e morte di tutti, a questi box doccia in cui non scorre più acqua. All’interno della mostra le docce diventano sono una via di mezzo tra vetrine, piedistalli, incubatori in cui sono rimasti resti di corpi, immobili, freddi, in un certo senso anche deceduti perché risultano privi di vita.

Giulia Cenci, Dry Salvages, 2023. Courtesy the artist and P/////AKT, Amsterdam

Scegliendo questa parte di testo ha voluto lasciare la prospettiva libera e il più ampia possibile. 

Quello che mi interessa e riprendo è l’uso del linguaggio e le sue capacità di esprimersi anche in maniera estremamente autonoma. Voglio capire come il lavoro possa svilupparsi tenendo conto del momento in cui viviamo e in qualche modo facendomi da interprete poetica di quello che può succedere o di quello che si può sentire. Usare cose vicine e comuni è una cosa che mi interessa perché è un tentativo di avvicinamento al pubblico. Il box doccia è un oggetto che non perderà mai la sua connotazione ma, nello spazio, può cambiare fino a farsi contenitore di corpi e oggetti diversi. Qualcosa in cui la vita può crescere come morire. Credo molto nella soggettività. 

Giulia Cenci, Dry Salvages, 2023. Courtesy the artist and P/////AKT, Amsterdam

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