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Anche la Belle Époque aveva le sue ombre. Una mostra lo racconta
Mostre
Parlare di Belle Époque implica spesso l’idea di un periodo, compreso tra la sconfitta della Francia a Sedan e la Prima guerra mondiale, identificato come ameno e leggero, in cui lo stile di vita borghese prende il sopravvento, imponendo il proprio gusto, le proprie abitudini tra balli, pic-nic e vita mondana. La mostra di Palazzo Blu Belle Époque. Pittori italiani a Parigi nell’età dell’Impressionismo, curata da Francesca Dini, porta un punto di vista ragionato sulla questione, evidenziandone gli aspetti di sofferenza iniziale – dalla caduta di Napoleone III alla Comune – verso una nuova idea di città e di società, non priva di inquietudini e misteri. Il fulcro dell’attività di artisti e intellettuali è senz’altro Parigi, città che ha saputo utilizzare una sconfitta militare come occasione di trasformazione, in cui si incarnano gli ideali della metropoli moderna che lavora sulla propria immagine internazionale aprendosi ad artisti stranieri tra cui, in mostra, spiccano i nomi di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi.

La mostra si divide in nove sezioni tematiche, ognuna concentrata su un aspetto di quell’epoca, da cui emerge una produzione pittorica che intreccia tradizioni diverse tra Italia e Francia, non dimenticandosi della serie di eventi che hanno condizionato questo periodo, di cui gli stessi artisti sono stati attenti osservatori: la seduzione e l’apparente frivolezza della rappresentazione, infatti, sono il segnale del cambiamento dell’interesse nella pittura, dai temi al formato, fino alla modalità di fruizione. Boldini, De Nittis e Zandomeneghi mostrano nelle sale il loro diverso approccio con la modernità parigina: approcci mondani, narrative o scorci di quotidianità vicini all’Impressionismo solcano le mura di Palazzo Blu, in una Parigi vista attraverso il filtro della memoria culturale italiana, tra Firenze, Napoli e Venezia, e delle amicizie strette dai pittori con gli altri eminenti artisti europei della città.

Dall’artista impegnato al flâneur nella Belle Époque
Nella prima parte della mostra si evidenzia subito il nuovo ruolo dell’artista: da narratore in prima linea di battaglie ed eventi eccezionali a flâneur, figura tanto cara a Baudelaire, uomo interessato al mondo intero, che vuole conoscerne e valutarne tutto ciò che accade. Zandomeneghi, ad esempio, una volta arrivato a Parigi diventa un attento osservatore e sembra non fare altro, visitando i Salon, confrontandosi con idee e sentimenti della vita contemporanea al fine di creare un’opera a contatto con l’ambiente che l’aveva prodotta. De Nittis osserva la città per realizzare scene urbane dalla pennellata accelerata e dai vibranti cromatismi. Boldini coglie il fermento cittadino adattando il realismo alla scena urbana. Sono pittori della vita moderna, con cui il nuovo ritmo vitale è rappresentato dalla tecnica: macchie di colore saturo e brillante tracciano scene di mondanità tra corse di cavalli e parchi affollati. Sullo sfondo, i grandi narratori dell’ultima grande battaglia, prima della Comune parigina: Courbet, Ademollo, Luce e Manet partecipano attivamente o documentano il dramma sociale, artisti impegnati nell’ultimo cupo afflato di pittura di storia.

La storia ideale nella vita moderna, tra sogno e realtà
Dietro a questo nuovo programma visivo c’è un progetto estetico ben preciso che viene esposto magistralmente dall’operato della Maison Goupil coniatrice di un formato, il “quadro goupil”, che si adatta alle esigenze del nuovo protagonismo borghese: piccolo, i cui soggetti si alternano tra costume e vita quotidiana, dove la qualità tecnica dell’autore viene valorizzata e la grande varietà topografica consente di evadere idealmente dalla società grazie all’eclettismo storiografico. In questo modo il fruitore borghese può specchiarsi in scene di idealizzata quotidianità e confermare l’autorità del proprio status sociale. I due protagonisti di questa produzione sono Mariano Fortuny Y Marsal, ispiratore della pittura meridionale italiana dopo il suo soggiorno a Portici, e lo stesso Giovanni Boldini, il cui “settecentismo” non è un segno di nostalgia per l’Ancien regime, ma viene utilizzato come punto di idealizzazione di un passato di cui si esaltano l’eleganza e la teatralità, in un gioco virtuosistico che afferma, contemporaneamente, l’identità europea dell’arte italiana.

Belle Époque: il cosmopolitismo della Ville Lumiere
Casa De Nittis, sotto questo aspetto, è stato il salotto cosmopolita in cui artisti e intellettuali come Degas, Zola, de Goncourt, Claretie e Manet si ritrovano, uno spazio di condivisione in cui lo stesso De Nittis sviluppa uno stile personale legato sia all’Impressionismo che all’arte orientale, dove le scene di vita quotidiana sono trattate con il taglio tipico della fotografia, nel tentativo di catturare un istante. L’Impressionismo è fondamentale anche per Zandomeneghi che, dapprima scettico sulla corrente, viene persuaso da Diego Martelli che i suoi valori siano adeguati ad esprimere «l’agitazione nervosa, transitoria, scettica e positiva» dell’epoca, personalizzando la lezione francese con l’esperienza del colorismo veneziano in cui le figure sembrano quasi un pretesto per creare giochi sapienti di colore.

La Parigi di fine Ottocento è il fulcro della nuova sensibilità pittorica, rappresentata, nelle ultime sale, dai vibranti ritratti di Boldini, de Madrazo y Garreta, Palmaroli. Ne nasce un cliché: la donna moderna rappresenta l’eleganza dei costumi, ma anche il progresso che avanza e di cui non si conoscono fino in fondo l’origine e le conseguenze; emblematica, sotto questo aspetto, è l’opera di Stevens L’Electricité, che rappresenta una rubina figura femminile con il suo famiglio contornata da pipistrelli, i cui capelli al vento sembrano quasi fiamme verso la città in lontananza. La società del progresso, la modernità dei costumi e l’eleganza dell’effimero, infatti, passano anche dal mistero che suscita la nuova illuminazione elettrica che trasforma, come per magia, Parigi nella città della luce, non prima di aver solcato le ombre della guerra e del disordine sociale. È questo, forse, il messaggio storico che accompagna la mostra: dal buio alla luce, Parigi è passata dalla camera oscura della Storia per sviluppare una nuova rappresentazione della società moderna.










