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Collezionare controcorrente: Oscar Ghez e un secolo di modernità pittorica al Caumont-Centre d’Art
Mostre
Scriveva Walter Benjamin che «il collezionista è colui che sogna il mondo non come appare, ma come potrebbe essere». Il mondo che si riflette nelle opere raccolte da Oscar Ghez è, infatti, un mondo profondamente al passo con i tempi: audace, equo, capace di riconoscere il valore artistico al di là dei grandi nomi già consacrati dal successo. È un mondo che sostiene il progresso e che, già attorno al 1900, attribuisce alle pittrici donne un ruolo centrale e imprescindibile: non si è dovuto attendere, per Oscar Ghez, la pubblicazione de La storia dell’arte senza uomini di Katy Hessel per affermare questa visione. Sorprendentemente, già dalla metà degli anni Cinquanta, il collezionista includeva nella propria raccolta artiste come Marie Bracquemond, Suzanne Valadon, Tamara de Lempicka, Jeanne Hébuterne e Marie Laurencin.
Per dirla con le parole di Georges Didi-Huberman, Ghez «prende posizione all’interno della storia»: un collezionista che agisce come soggetto consapevole, guidato da scelte personali che vanno oltre il gusto del proprio tempo e oltre i nomi più celebrati dal mercato. Dall’impressionismo al cubismo, dal fauvismo alla pittura decorativa, la collezione presentata al Musée Caumont, con la curatela di Marina Ferretti, riunisce oltre sessanta opere che raccontano un secolo di storia, dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento, attraversando i profondi cambiamenti sociali, culturali ed estetici dell’epoca. Ne emerge una rara indipendenza di spirito nei confronti del mercato dell’arte, evidente anche nella scelta di acquistare maestri allora trascurati come Gustave Caillebotte, Henri-Edmond Cross o Maximilien Luce, e nel desiderio di riunire nuclei coerenti di opere appartenenti a uno stesso artista o a una medesima corrente.

La mostra si articola in sette sezioni che accompagnano il visitatore lungo l’evoluzione della pittura francese ed europea. Gli esordi impressionisti sono rappresentati da opere di grande rilievo, come Il ponte dell’Europa di Gustave Caillebotte (1876), dipinto emblematico di una Parigi in piena trasformazione, segnata dall’avvento delle grandi infrastrutture in acciaio e da una nuova modernità urbana. Il gusto di Ghez si rivela innovativo anche nella preferenza accordata a soggetti figurativi, ritratti e scene d’interno, piuttosto che ai paesaggi, allora dominanti nel mercato impressionista. Basti pensare alle vedute all’alba o al crepuscolo, o ai grandi paesaggi campestri di Monet e Cézanne. Inversamente, Ghez predilige soggetti capaci di raccontare, nel tempo, la società francese: dalle scene della vita quotidiana nelle zone rurali, come Le portatrici d’acqua di Louis Valtat, fino alla rivoluzione industriale, destinata a segnare irreversibilmente l’Occidente. Quest’ultima emerge con forza in L’Acciaieria di Maximilien Luce (1895), dove gli operai, immersi all’interno dello stabilimento, fondono il metallo sopra un grande fuoco centrale, fulcro visivo e unica fonte accecante di luce del dipinto. Luce restituisce così uno spaccato intenso e realistico della vita operaia, testimoniando le condizioni di lavoro e la nuova centralità dell’industria.

Dalla classe operaia alla borghesia, la collezione di Ghez accorda ampio spazio ai ritratti femminili e ai nudi, temi ricorrenti nelle sezioni dedicate al Neoimpressionismo e al gruppo dei Nabis, con opere di Valtat e Vallotton. Spicca in particolare La toilette di Félix Vallotton (1911), una scena intima e silenziosa che raffigura una giovane donna mentre si pettina i lunghi capelli. Qui emerge chiaramente la cifra stilistica di Vallotton: una pittura caratterizzata da superfici piatte, contorni netti, colori stesi in campiture compatte e una composizione rigorosa, che riduce la profondità spaziale a favore di una visione quasi grafica. Questa essenzialità formale, al tempo stesso realista e straniante, trova sorprendenti affinità con correnti successive come il Realismo magico italiano di Felice Casorati o con certa pittura déco.
La sezione dedicata al fauvismo incanta con due nudi di Henri Manguin, nei quali è evidente l’impronta matissiana: l’attenzione alle decorazioni tessili, i volti femminili appena accennati, una certa solidità quasi lignea dei corpi e, soprattutto, l’uso audace del colore. Poù avanti, la sezione dedicata all’École de Paris accoglie figure di straordinario rilievo: Kess Van Dongen, con la sua figurazione elegante e raffinata; Jeanne Hébuterne, presente con un autoritratto iconico che la ritrae di sbieco, con profili allungati, un naso appena accennato alla maniera di Modigliani, suo compagno, e un evidente richiamo all’estetica giapponese nella carta da parati e nei toni chiarissimi dell’incarnato, in contrasto con lo sfondo. Il suo è un intimismo moderno, silenzioso e introspettivo, profondamente influenzato dall’ambiente modiglianesco. Accanto a lei, Tamara de Lempicka incarna la modernità Art Déco con figure monumentali, lucide, geometriche, simbolo di emancipazione e potere femminile.

È notevole, in questa sezione, l’inclinazione di Oscar Ghez a collezionare numerose artiste donne, una scelta che nel corso del Novecento verrà spesso dimenticata o marginalizzata a favore di artisti uomini, in particolare all’interno delle narrazioni dominanti sul fauvismo e sul cubismo. La collezione di Oscar Ghez si rivela così come la proiezione di un mondo possibile, immaginato e costruito attraverso opere scelte con rigore e libertà di sguardo: non solo un insieme di lavori di straordinario valore, ma una vera e propria presa di posizione critica. Attraverso le sue scelte, il collezionista ha contribuito a riscrivere una storia dell’arte più ampia, inclusiva e complessa, dimostrando come il collezionismo possa farsi strumento attivo nella costruzione della memoria culturale.










