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Il percorso espositivo alla Galleria Il Ponte ospita i lavori realizzati dagli anni Ottanta in poi, ossia una parte della produzione di Mauro Staccioli assai meno indagata rispetto a quanto realizzato negli anni Settanta e molto più noto. Se, infatti, attraverso le strutture in cemento e metallo, le opere di Staccioli riflettevano il periodo franto e complesso dei conflitti sociali, che caratterizzarono la quotidianità dal 1970 in poi, proponendo la dirompente fisicità di ostacoli tanto fisici quanto metaforici come l’iconico Muro presentato alla Biennale del ’78, con l’avvento degli anni Ottanta l’arte del Maestro cambiò profondamente, divenendo specchio del mutamento politico-sociale di cui si era testimoni.

Non più dunque presenze perentorie, severe e cariche di tensione, rappresentazione drammatica delle fratture aspre che dilaniavano il tessuto sociale con irrisolvibili conflitti tra classi, visioni e pensiero, bensì sculture caratterizzate dalla linea curva per sottolineare un nuovo approccio connotato da apertura e dinamismo che supera l’austera rigidità delle forme precedenti senza abbandonarne la portata critica. Come già le grandi installazioni degli anni Ottanta – dalla Rotonda della Besana a Milano (1987), a Seul ’88 (1988) e Prato ’88 (1988) – anche le sculture e installazioni in mostra alla Galleria Il Ponte esemplificano il fatto che attraverso la curva sia possibile trasformare qualunque tipo di spazio in luogo di riflessione e, per certi versi, di partecipazione.
La mostra, curata da Caterina Martinelli, permette dunque di apprezzare le imponenti opere ambientali, installate tra gli anni Ottanta e i primi Duemila, tramite la proposta di una serie di lavori che, pur nelle loro dimensioni necessariamente ridotte, ripropongono la stessa rigorosa ricerca e la stessa significativa incisività. Una produzione che consente di osservare non solo l’esattezza con cui Staccioli misurava il segno nello spazio per renderlo imponente nella sua linearità, ma anche la continuità presente tra gli studi per le opere monumentali e la sperimentazione su scala minore.

Il percorso espositivo presente alla Galleria Il Ponte esemplifica come l’essenzialità del segno sia diventata la cifra stilistica di una carriera: una semplicità e una linearità perseguite con una cura estrema, un’attenzione e un’esattezza che raramente trovano riscontro nel panorama dell’arte contemporanea. È così che la linea prende corpo, la curva acquisisce sostanza, l’eleganza formale diviene materica e si palesa occupando una posizione nello spazio e cambiando in modo significativo l’ambiente circostante. Forse proprio per questa capacità di essere, piuttosto che apparire, di manifestarsi piuttosto che sembrare, le opere di Staccioli trasmettono una calma e un’intensità fuori dal comune: inducono alla meditazione, al raccoglimento, al ritorno in sé stessi, estraniandosi dal frastuono del mondo per ritrovare il silenzio che è la vera forza dell’esistere. I lavori di Staccioli costringono anche al confronto con la parte più autentica di noi grazie a quella semplicità proveniente dalla chiarezza di intenti di chi, per raggiungere una simile limpida visione, ha vinto il caos dominandolo.
La mostra, che la galleria Il Ponte presenta a Firenze, è stata riproposta sia pure con meno opere esposte anche ad Arte Fiera di Bologna 2026, tra il 6 e l’8 febbraio scorsi, dando modo così di far apprezzare anche a un pubblico assai ampio questa parte della produzione di Staccioli meno conosciuta e di grande fascino.











