-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Leggere la modernità attraverso il lavoro di chi ha contribuito a costruirla. Al max museo di Chiasso ha aperto max bill (1908–1994): la grammatica della bellezza, vasta mostra retrospettiva dedicata al mitico artista, designer e architetto svizzero, tra i protagonisti del Bauhaus, figura cardine del rinnovamento dei linguaggi creativi europei. Visitabile fino al 12 luglio 2026 e curata da Karin Gimmi e Nicoletta Ossanna Cavadini, l’esposizione si inserisce nel ciclo dedicato ai maestri del XX secolo e si lega al tema guida della stagione culturale di Chiasso, la pulchritudo, intesa come tensione tra forma, funzione e armonia.

Max Bill, artista universale
«Sappiamo dare una forma a quelle cose che noi adoperiamo quotidianamente e a tutte le ore, dallo spillo al mobilio di casa; sappiamo modellarle secondo una bellezza che si è sviluppata dalla funzione e che per la sua bellezza adempie una funzione propria», così Max Bill parlava del suo approccio.
Figlio di un capostazione delle Ferrovie Federali Svizzere, intraprense inizialmente una formazione come argentiere alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, prima di orientarsi verso l’architettura dopo aver assistito, nel 1926, a una conferenza di Le Corbusier. Tra il 1927 e il 1928 frequentò il Bauhaus di Dessau, dove fu allievo di Josef Albers, Wassily Kandinsky e Paul Klee, assimilando i principi di un’arte razionale, costruttiva e non figurativa.

Rientrato a Zurigo, avvia la propria attività come grafico e architetto, fondando lo studio bill-reklame e progettando la sua prima casa-atelier a Zürich-Höngg. Fin dagli anni Venti, tuttavia, il Canton Ticino si configura come un luogo decisivo per la sua formazione: i soggiorni tra Ronco sopra Ascona e la Valle Onsernone lo mettono in contatto con una vivace comunità internazionale. Dopo il matrimonio con la violoncellista e fotografa Binia Spoerri nel 1931, Bill iniziò a frequentare la casa “La Barca” di Aline Valangin e Wladimir Rosenbaum a Comologno, dove intreccia relazioni con figure come Jean Arp, Sophie Taeuber-Arp, Max Ernst, Meret Oppenheim, Vladimir Vogel e lo scrittore Ignazio Silone, per il quale realizzò anche alcune copertine editoriali. Questo contesto contribuì in modo determinante alla definizione della sua visione etica e progettuale.
Nel 1932, grazie ad Arp e Taeuber-Arp, entrò nel gruppo parigino Abstraction-Création, entrando in dialogo con artisti come Georges Vantongerloo e Piet Mondrian e partecipando alle esposizioni della galleria del gruppo tra il 1933 e il 1936. Nel 1937 fu cofondatore, insieme a Leo Leuppi, del gruppo svizzero Allianz, punto di riferimento per l’avanguardia concreta, cui affiancò anche un’attività editoriale.

Parallelamente, Milano diventava un nodo centrale nella sua rete di relazioni. Qui Bill contribuì a costruire un asse culturale tra Svizzera e Italia, partecipando al dibattito sulla ricostruzione e al rinnovamento dei linguaggi visivi. Disegnò il padiglione svizzero alla Triennale del 1936 e prese parte alla IX Triennale del 1951. In questa occasione intervenne anche al convegno De divina proportione, confrontandosi con figure come Ernesto Nathan Rogers e Giuseppe Samonà, oltre allo stesso Le Corbusier. Nel 1947 curò, insieme a Lanfranco Bombelli Tiravanti, la mostra arte astratta e concreta a Milano, con grafica di Max Huber, entrando in dialogo con Gillo Dorfles e contribuendo alla diffusione della konkrete kunst.

A partire dagli anni Cinquanta, Bill diventò una figura di riferimento internazionale nel campo del design e della teoria della Die gute Form, intesa come sintesi tra funzione, chiarezza e bellezza. Nel 1951 è tra i fondatori della Hochschule für Gestaltung di Ulm, insieme a Inge Scholl e Otl Aicher, di cui è stato primo rettore e dove sviluppa un modello didattico che si pone come evoluzione del Bauhaus. Dopo l’uscita dall’istituto nel 1957, proseguì la sua attività accademica, tra cui la cattedra di progettazione ambientale ad Amburgo (1967–1974), affiancando incarichi istituzionali e un’intensa attività espositiva internazionale.

Nel corso della sua carriera mantenne rapporti con alcuni dei principali protagonisti della cultura del Novecento, tra cui Ludwig Mies van der Rohe e Charles Eames, oltre agli artisti già citati. Dagli anni Settanta si concentrò progressivamente sulla pratica artistica, in particolare pittura e scultura, continuando però a ricoprire ruoli istituzionali, come la presidenza del Bauhaus Archiv di Berlino. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, il Premio Kandinsky (1949), il Compasso d’Oro (1956) e il Praemium Imperiale (1993). Morì nel 1994 a Berlino.
Colore, spazio e movimento erano gli elementi costitutivi di una pratica che ambiva a generare nuove realtà, sempre in armonia tra rigore e intuizione. In questo senso, la sua nozione di bellezza «Derivata dalla funzione» si estende dall’arte al design, dall’architettura alla grafica, delineando la figura di un “artista universale”.
La grammatica della bellezza: il percorso della mostra
Con 168 opere distribuite in quattro sale, la mostra rappresenta la più ampia mai realizzata in Canton Ticino all’autore svizzero. Dipinti, sculture, grafiche, oggetti di design, fotografie e materiali d’archivio restituiscono la complessità di una ricerca poliedrica che ha attraversato oltre 60 anni di attività, mantenendo una coerenza metodologica fondata sull’idea di arte concreta come espressione razionale e autonoma.

Il percorso espositivo segue una scansione tematico-cronologica articolata in tre nuclei. La prima sezione, Verso l’arte, documenta gli esordi dopo l’esperienza al Bauhaus, evidenziando le influenze di Paul Klee, Wassily Kandinsky e László Moholy-Nagy. La seconda approfondisce lo sviluppo teorico e formale dell’arte concreta, con opere che traducono in forma visiva relazioni matematiche e armoniche. L’ultima sezione restituisce la maturità dell’artista, segnata dall’integrazione tra arte, architettura e design, e dalla definizione della sua celebre idea di Die gute Form.

Un elemento centrale della mostra è il ruolo del Ticino e delle reti culturali tra Svizzera e Italia. I soggiorni a Comologno, nella casa La Barca, e i rapporti con figure come Jean Arp, Meret Oppenheim e Ignazio Silone, così come le collaborazioni con l’ambiente milanese del dopoguerra, animato da personalità come Gillo Dorfles ed Ernesto Nathan Rogers, emergono come snodi fondamentali nella costruzione di un linguaggio che ha contribuito all’aggiornamento dei codici visivi occidentali.

L’esposizione si distingue anche per l’ampiezza dei prestiti, provenienti da istituzioni svizzere e collezioni private, tra cui la fondazione max, binia + jakob bill. Accanto al percorso espositivo, un articolato programma di attività, tra conferenze, visite guidate, laboratori e proiezioni, amplia la dimensione pubblica del progetto, mentre il catalogo pubblicato da Silvana Editoriale raccoglie contributi critici e materiali d’archivio, offrendo un ulteriore strumento di approfondimento.











