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L’arte di Alessandro Piangiamore, un tentativo di trattenere ciò che sfugge
Mostre
C’è un momento – lo sappiamo tutti – in cui la luce entra da una finestra e, improvvisamente, l’aria si riempie di particelle. Prima non c’erano o forse sì ma non le vedevamo. È da questa soglia instabile tra visibile e invisibile che prende forma La polvere ci mostra che la luce esiste, la prima mostra monografica di Alessandro Piangiamore (1976) negli spazi della Repetto Gallery di Lugano, che dal 1967 ospita artisti del Novecento e voci emergenti.
Il titolo, ispirato a una riflessione di Georges Didi-Huberman, introduce uno dei nuclei concettuali della mostra: la polvere come fenomeno che si manifesta solo quando viene attraversato dalla luce. Una presenza fragile, intermittente, che esiste nella misura in cui appare. Piangiamore costruisce attorno a questa condizione un percorso articolato, in cui video, scultura, installazione e opere su carta si intrecciano senza gerarchie.

Al centro dello spazio espositivo si trova il video Te lo prometterò: 56 scene simili ma mai identiche, come i giorni che separano l’inizio del lavoro dalla fine dell’inverno. L’immagine, apparentemente immobile, si ripete in una sequenza di variazioni minime: due dita tentano di afferrare un raggio di luce, senza mai riuscirci. Il gesto nasce da una scena domestica – il figlio dell’artista che prova a catturare la polvere all’interno di un fascio luminoso – ma si carica di una tensione più ampia, legata all’impossibilità di trattenere ciò che per sua natura sfugge.
Per un istante, i colori dell’iride sembrano condensarsi tra le dita: un arcobaleno minuscolo, una presenza fragile, quasi una fiammella. Ma l’immagine non si stabilizza, si deforma, si sottrae. Nell’opera di Piangiamore, l’arcobaleno ritorna come figura emblematica di ciò che appare senza mai potersi realmente possedere.

Nelle tradizioni celtiche indica il luogo in cui si nasconde un tesoro: una promessa che non può essere mantenuta, perché non è possibile raggiungere la fine dell’arcobaleno, non più di quanto si possa toccare l’orizzonte. È in questa distanza che si inserisce una tonalità malinconica, non nostalgica ma attiva, una spinta a proseguire la ricerca. A Piangiamore interessa proprio questo: il fatto che continuiamo, nella nostra vita, a inseguire luoghi che non esistono.
In un tempo in cui, come lo stesso artista osserva, l’uomo sembra aver smarrito parte della propria capacità di desiderare, l’arte si configura come uno spazio in cui l’utopia resta praticabile. Non come soluzione ma come tensione. In questo senso, la pratica artistica diventa un modo per mantenere aperta una relazione con ciò che non esiste ancora o che, forse, non esisterà mai.

Questa tensione si riflette anche nella scelta dei materiali, mai intesi come elementi puramente formali. La sabbia nera dell’Etna introduce un riferimento diretto alla biografia dell’artista, cresciuto a Enna con il vulcano come orizzonte visivo costante, una presenza insieme generativa e distruttiva. Il nero non è semplicemente un colore ma ciò che assorbe la luce, il controcampo necessario al bianco, che nasce invece dalla somma dei colori dell’iride.
All’interno di questo paesaggio di sabbia vulcanica, disposto sul pavimento a formare un triangolo che rimanda alla trinacria, compaiono elementi inattesi: frutti in cristallo, riproduzioni della frutta candita tipica della tradizione siciliana. La canditura, tecnica di conservazione di elementi vegetali, diventa metafora di un tentativo di sospendere il deperimento, di trattenere qualcosa che è per sua natura transitorio. Il riferimento alla natura morta è evidente ma si carica di una nuova ambiguità: non si tratta più soltanto di rappresentare la natura, ma di interrogare la possibilità stessa della sua permanenza.

Una riflessione analoga attraversa i lavori ispirati all’ikebana, in cui l’elemento vegetale sopravvive come traccia, come evocazione, fissato in lastre di cemento nero intriso di sabbia vulcanica. Anche qui il gesto appare come un tentativo di sottrarre la materia al tempo, pur mantenendo visibile la sua precarietà. Il cemento è il materiale che costruisce il mondo in cui viviamo oggi e viene definito dall’artista il nostro “marmo contemporaneo”: Piangiamore non è interessato ai materiali da un punto di vista plastico, né alle loro qualità o agli effetti che restituiscono, ma al materiale in sé, per il portato semantico che racchiude.

Il rapporto con il paesaggio si articola ulteriormente nelle opere su carta, Qualche uccello si perde nel cielo, realizzate attraverso tecniche di incisione e monotipo. Le piume, utilizzate nel processo di stampa, rendono ogni lavoro unico, mentre le immagini restituiscono una natura ambigua, costruita attraverso accostamenti che sfidano la percezione ordinaria: cieli notturni attraversati da presenze che appartengono al giorno, tonalità cromatiche estratte da tramonti reali e ricomposte in una dimensione altra. Una natura ambivalente e discordante, che mette in crisi la nostra esperienza visiva: vediamo gli uccelli o il cielo stellato, mai entrambi insieme. In questa incongruenza si inserisce anche un immaginario più profondo, che rimanda alla caduta – delle piume, degli angeli – e, inevitabilmente, al mito di Icaro e alla sua tensione verso il volo.

Le sculture in cristallo luminose, che contengono i colori dell’iride, riprendono nel titolo Giove pittore di farfalle un dipinto di Dosso Dossi: Giove che osserva l’arcobaleno e dipinge farfalle. Ancora una volta, il tema è quello dell’effimero. La farfalla, simbolo di una vita breve, si lega a un dispositivo che resta attivo: le luci possono essere modificate nel tempo, mantenendo una relazione aperta con l’opera, come se quell’arcobaleno potesse continuare a essere generato, controllato, inseguito.
In questo sistema di rimandi, la mostra si configura come un dispositivo aperto, costruito in relazione allo spazio della galleria. Più che proporre una narrazione lineare, Piangiamore costruisce una costellazione di immagini e materiali che si richiamano reciprocamente, generando una condizione di sospensione.

È proprio in questa sospensione che si inserisce, infine, la riflessione suggerita da Didi-Huberman: la polvere come una sorta di predizione, una presenza dispersa in particelle infinitesimali, danzanti e silenziose, simili a punti di futuro. Non qualcosa che si lascia afferrare, ma una possibilità che si manifesta per un istante, prima di dissolversi.
La mostra sembra allora suggerire una diversa modalità di conoscenza, che non passa attraverso il possesso o la definizione ma attraverso l’attenzione a ciò che appare e scompare. In questa oscillazione, in questo continuo affiorare e dissolversi, si misura forse non solo il limite dell’immagine, ma anche la persistenza di un desiderio: quello di trattenere, almeno per un istante, ciò che non può essere posseduto.






