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Nell’immaginario liminale di Giorgia Mascitti i corpi umani sono ibridi di stelle
Mostre
La notte prima di visitare Davanti a un gran bosco, personale di Giorgia Mascitti curata da Miriam Di Francesco, visitabile fino al 23 febbraio 2026 nello spazio espositivo di THEPÒSITO Art Space a Narni, ho sognato una finestra da cui guardavo un pino circondato da lampi, fulmini e stelle. Solo successivamente ho scoperto che l’artista ha una grande – spropositata – fobia dei temporali e, entrando nell’ambiente che ospita il progetto site specific, mi sono ritrovata ai piedi due figure addormentate: Hansel e Gretel, disegnati con pastelli a olio e appoggiati su oscure protuberanze articolari in argilla polimerica (Sui balocchi i sogni si adagiano). Questo incontro ha creato una corrispondenza tra sogno e realtà – nel fragile confine tra incubi notturni e paure reali – facendomi sentire, inaspettatamente, nel posto giusto.

L’immaginario di Mascitti costruisce una continua tensione verso l’elaborazione magica di futuri possibili: i corpi umani, talvolta deformi, si ibridano spesso con le stelle e con gli astri, restituendo un personalissimo scenario post-antropocentrico costellato da giocattoli, animali e chimere. Negli ultimi lavori, tutto appare bagnato da un pulviscolo azzurro e bluastro, reso brillante attraverso l’utilizzo dei pastelli a olio, nel richiamo urgente di una dimensione allo stesso tempo intima e corale, familiare e perturbante. Sappiamo di trovarci all’inizio di una narrazione, nello spazio lucido tra la veglia e il sogno. In questo confine si inserisce l’utilizzo del disegno come atto originario, che diventa necessità poetica ma anche e soprattutto una possibilità di sopravvivenza: l’unico modo di far fronte alla propria interiorità emotiva nel confronto instabile con il reale.

Questi mondi si intrecciano con l’elaborazione filmica di Tim Burton (Hansel e Gretel, 1982) da cui tutto il nucleo progettuale trae libera e dinamica ispirazione, incorporando i fotogrammi del film in Slideshow. Un Nintendo 2DS diventa interfaccia ludica e partecipativa su cui le persone possono intervenire, favorendo la possibilità di stabilire un momento dedicato all’interazione e al gioco, in un abbassamento teso verso l’aura leggera dell’infanzia.
L’azione comincia con una frattura: una sorella e un fratello si perdono nella foresta, sono figli di un falegname (che nel film diventa un giocattolaio) e di una madre-matrigna che contro la volontà del padre abbandona i due fanciulli nel bosco, vista l’incapacità di prendersene cura. Davanti a un gran bosco si trovava la loro casa, e davanti a quel bosco si trovano coloro che entrano nello spazio liminale della mostra, per fermarsi o perdersi in un ambiente oscuro ma giocoso, dai filamenti brillanti di colore rosa, blu e giallo.

Il concetto di liminalità (da limen, “soglia”) in antropologia identifica un confine, un attraversamento simbolico e corporeo: «è la qualità di ambiguità o disorientamento che si verifica nella fase intermedia di un rito di passaggio, quando i partecipanti non hanno più il loro status pre-rituale ma non hanno ancora iniziato la transizione verso lo status che avranno alla fine del rito» (Nicola Zengiaro, L’ordine anarchico della vita: liminalità tra vivente e non vivente in Animot, n. 15, XV, 2024). In tal senso, la mostra genera un ritaglio di tempo, esistendo all’interno di una spazialità intermedia e rarefatta che apre alla possibilità di svolgere una serie di azioni anti-produttive: giocare, sostare, sognare.
Mascitti ci porta nel fertile e fitto margine del bosco – a noi, la responsabilità di perderci. Per farlo, non disegna mai l’elemento vegetale, piuttosto preferisce far navigare l’osservatore nella sua personale pulsione immaginativa. Attraverso figure perturbanti e allucinazioni lisergiche, lascia a chi entra la possibilità di identificarsi e diventare Hansel e Gretel per un periodo indefinito, ricalcando la stessa dinamica che si sperimenta con la first person shot nei videogiochi.

Presenze ibride e olobiontiche restituiscono una narrazione plastica della fiaba dei fratelli Grimm riadattata da Burton: un piccolo mostro dalla testa di animale e con un viso umano al posto del corpo è affiancato a un essere che si copre la faccia con le mani (L’innocenza si è accorta di te); due occhi – disegnati a partire da una fotografia fatta dall’artista alla curatrice – a fare da sfondo a un cupcake da cui fuoriescono piccole braccia blu di pongo (Qualcuno ci guarda mentre sogniamo). O ancora, il volto di un bambino giapponese trasformato in una stella, che assurge alla funzione di lume e di raccordo di tutto l’allestimento (I tamburi del risveglio).

Sono figure ricorrenti che, proprio come avviene nei sogni, desiderano attenzione e interpellano direttamente l’osservatore, generando connessioni tra mondi sotterranei e celesti, profondi e macroscopici, riconducibili a un tempo altro – non lineare, infantile, antecedente alla razionalità. A quel tempo circolare e perduto, Davanti a un gran bosco ci chiede di fare ritorno.








