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Perdersi dentro al colore. La grande mostra di Mark Rothko a Firenze
Mostre
di Ginevra Poli
Visitare la mostra di Rothko a Firenze, dislocata tra le sedi di Palazzo Strozzi, Museo di San Marco e Biblioteca Medicea Laurenziana, significa immergersi in un’esperienza di quiete mai pienamente rassicurante, dove convivono rappresentazioni violente e sacrificali, fatalità ed estasi. Fino al 23 agosto 2026, il maestro del Novecento, figura centrale dell’Espressionismo astratto, è protagonista di un percorso espositivo che ripercorre cronologicamente la sua evoluzione artistica: dagli esordi degli anni Trenta e Quaranta, ancora permeati da suggestioni espressioniste e surrealiste, fino alle tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta. Curato da Christopher Rothko ed Elena Geuna, il progetto si distingue anche per il dialogo che instaura con i luoghi che lo ospitano: al Museo di San Marco le opere di Rothko dalle tonalità più chiare si confrontano con la spiritualità degli affreschi del Beato Angelico, mentre alla Biblioteca Medicea Laurenziana trovano una suggestiva collocazione nel Vestibolo progettato da Michelangelo, amplificando la dimensione meditativa dell’esperienza. In mostra sono presenti oltre 70 opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, con prestiti provenienti da alcune delle più prestigiose istituzioni internazionali, come il MoMA e il Metropolitan Museum di New York, la Tate Gallery di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

Come si osservano le opere di Mark Rothko?
Il 25 febbraio 1970, nove dipinti di Mark Rothko arrivarono alla Tate Gallery di Londra. Nello stesso giorno, a poche ore di distanza, il suo corpo venne ritrovato senza vita nel bagno del suo studio. È come se Rothko avesse abitato troppo a lungo le profondità della propria interiorità, sostando in quel territorio fragile dove il pensiero si fa vertigine e il silenzio si addensa, fino a oltrepassare una soglia da cui non si torna. La sua arte fa da specchio a questa condizione. Intorno, il mondo correva altrove: erano gli anni di Andy Warhol, di Roy Lichtenstein e del rock and roll: un immaginario che lasciava poco spazio alla contemplazione della sua pittura. E forse, non è cambiato poi così tanto: anche oggi, per comprendere davvero i suoi quadri, bisogna sottrarsi al rumore, spegnere ciò che distrae, accettare una sospensione. Davanti a Rothko non si guarda: ci si perde. Il colore non è superficie ma luogo che prende per mano, oltre la dimensione bidimensionale.

La pennellata rimane come traccia sfumata, la luce non illumina, ma avvolge e basta a sé stessa. Si entra senza sapere dove si arriverà, attraversando campi cromatici che sembrano trattenere il respiro. È un’esperienza incerta, a tratti disorientante, ma necessaria: perché è solo passando attraverso questa soglia che qualcosa, lentamente, si dischiude. «Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava», afferma Christopher Rothko, curatore della mostra. A Palazzo Strozzi c’è uno spazio in particolare che si offre come un laboratorio del suo pensiero: è la sala n.5, Bozzetti per i Seagram Murals e per tele classiche. I bozzetti per i Seagram Murals e per le tele, realizzati tra il 1958 e il 1962, sono luoghi in cui i colori rosso e nero cercano il proprio equilibrio, in cui le forme si avvicinano e si respingono come presenze in ascolto reciproco. La materia è viva: assorbe e restituisce luce; le proporzioni si tendono e si rilasciano, costruendo spazi che non sono architetture visibili, ma percezioni interiori. È interessante notare come questi lavori coincidano con i viaggi di Rothko in Italia nel 1950 e 1959 e con le sue esperienze immersive a Roma e Firenze.

E se potessimo incontrare, ancora una volta, Rothko a Firenze?
Torniamo indietro al 1950, anno in cui Rothko vide Firenze per la prima volta. Proviamo a immaginarlo mentre attraversa piazza della Repubblica e si perde tra i vicoli del centro, forse proprio gli stessi che stiamo percorrendo noi adesso. Sappiamo che, durante quel viaggio in Italia insieme alla moglie Mell, rimase profondamente colpito dalla pittura del Beato Angelico al Museo di San Marco e dall’architettura del Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. Viene da chiedersi quanto sarebbe stato contento di sapere che proprio qui, nel 2026, la città gli avrebbe dedicato una mostra. Non tanto per tenerne viva la memoria, che non ha certo bisogno di essere sollecitata, quanto più per offrire ancora una volta l’incontro diretto con le sue opere in una delle più grandi mostre a lui dedicate.

I suoi dipinti chiedono proprio questo: di essere visti dal vivo, immersi in una luce quasi spenta, su pareti neutre che favoriscano la contemplazione, come accade oggi nelle sale di Palazzo Strozzi. Si racconta, inoltre, che Rothko sia tornato a visitare il Vestibolo della Laurenziana nel 1966 e che proprio quell’unico ambiente sia diventato fonte di ispirazione per la serie dei Seagram Murals, realizzata alla fine degli anni Cinquanta. Uno spazio piccolo, stringente e senza via d’uscita, in cui era stato costretto a fare i conti con la parete in quanto tale: quella sensazione di cui l’artista era sempre andato in cerca, aveva finalmente fatto vibrare le corde del suo inconscio.








