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Schifano e Tirelli a Palazzo delle Esposizioni di Roma: due mostre, due tempi della pittura
Mostre
A Palazzo delle Esposizioni ha aperto con una grande retrospettiva dedicata a Mario Schifano, affiancata dalla personale di Marco Tirelli, entrambe aperte fino al 12 luglio. La mostra su Schifano, curata da Daniela Lancioni, si presenta fin dal titolo – semplicemente Mario Schifano – come un’operazione chiara e senza ambiguità, in linea con l’impostazione già adottata dalla curatrice nella recente retrospettiva su Carla Accardi. Il progetto si articola come una grande antologica, costruita con oltre cento opere provenienti da collezioni pubbliche e private. L’operazione conferma una modalità consolidata: mostre ampie, leggibili, pensate per un pubblico esteso.
Mario Schifano a Palazzo delle Esposizioni
Nato nel 1934 a Homs in Libia e cresciuto a Roma, Schifano emerge nei primi anni Sessanta come una delle figure centrali della nuova scena artistica romana e della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, distinguendosi per una pratica che attraversa linguaggi e media diversi e per un’esposizione pubblica che ne consolida rapidamente la figura. Fin dagli esordi, il suo lavoro si sviluppa per cicli e “famiglie”, passando dalla pittura materica alla serigrafia, fino all’impiego di fotografie e riprese televisive trasferite su tela, alla sperimentazione su plexiglass e alle incursioni nel cinema e nella musica.

Il percorso espositivo si apre con un lungo muro biografico, una soglia informativa che concentra dati, immagini e cronologie, per poi lasciare spazio, nelle sale, a una sequenza rigorosamente cronologica delle opere. Ne risulta una mostra estremamente chiara, che accompagna il visitatore attraverso i momenti chiave della sua ricerca: dai monocromi dei primi anni Sessanta ai Paesaggi TV, costruiti a partire da fermo-immagine televisivi tradotti in pittura, fino ai cicli più tardi, in cui compaiono scritte, segni e riferimenti diretti alla dimensione politica e sociale.
La logica delle “famiglie” di opere è restituita con chiarezza: dai monocromi della prima metà degli anni Sessanta, in cui la pittura coincide con la superficie, si passa nel decennio successivo a lavori fondati sulla manipolazione di immagini esistenti. Nel ciclo del Futurismo rivisitato, sviluppato tra i primi anni Settanta e la fine del decennio, Schifano interviene su una fotografia del gruppo futurista, riducendola a una sequenza di sagome ripetute e prive di individualità. In lavori come Suono del flauto nel boschetto (1984), la pittura “gridata” perde invece qualsiasi contenimento, oltrepassa il bordo della tela e invade la cornice, trasformando il quadro in un campo esteso.

Senza cercare accostamenti inediti o dispositivi spettacolari, la mostra funziona proprio per la precisione del suo impianto. Il lavoro curatoriale è minuzioso e restituisce con chiarezza la complessità di un artista che ha attraversato media e linguaggi diversi, mantenendo costante un interesse per l’immagine come superficie da manipolare, riprodurre e trasformare. Il percorso rimane sempre leggibile, accompagnando il visitatore senza forzature né semplificazioni.
A rafforzare il progetto contribuiscono sia il catalogo Electa, ricco di saggi e apparati critici, sia il public program, particolarmente articolato, che si apre con Achille Bonito Oliva e si chiude con Salvatore Settis. Tra i contributi più interessanti, il saggio di Chiara Perin sul rapporto tra Schifano e Renato Guttuso restituisce uno spaccato vivido della scena romana degli anni Sessanta, mentre il contributo di Stefano Chiodi e gli incontri dedicati al cinema riportano al centro la dimensione sperimentale della pratica dell’artista.

Marco Tirelli. Anni luce
La mostra Marco Tirelli. Anni luce, curata da Mario Codognato, si sviluppa nelle sale successive come un percorso autonomo, composto da quarantuno opere realizzate appositamente per l’occasione. Il progetto si configura come un unico ciclo pittorico continuo, un “nastro” visivo che attraversa le sale costruendo quello che il comunicato definisce un «teatro della memoria».

Nato a Roma nel 1956, attivo dalla fine degli anni Settanta e già presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca, Tirelli si colloca all’interno della cosiddetta Nuova Scuola Romana, ormai tale più per convenzione che per attualità, sviluppando una ricerca incentrata sul rapporto tra immagine, memoria e percezione.
Il passaggio è netto. Dopo la densità cromatica e iconografica di Schifano, Tirelli propone un ambiente rarefatto, costruito su una gamma ridotta, quasi interamente giocata sul rapporto tra luce e oscurità. Ne deriva una sorta di pausa visiva, uno spazio più silenzioso e concentrato, in cui lo sguardo è chiamato a rallentare.

Il percorso si sviluppa attraverso una sequenza di immagini sospese, delle vanitas che emergono dal buio per poi ritornarci. Le quarantuno opere, tutte della stessa altezza, costruiscono un continuum visivo in cui ogni figura si presenta come una presenza instabile e rarefatta. Più che rappresentare, queste immagini sembrano affiorare come residui della memoria, appartenenti a un possibile atlante mentale di forme, architetture e oggetti che riemergono — stando alle parole dell’artista — come «stelle che muoiono nel loro corpo fisico ma di cui noi continuiamo a riceverne la luce».
Immancabile nel testo a muro che introduce la mostra, il riferimento all’Atlas Mnemosyne di Aby Warburg. Una sintesi interpretativa inevitabilmente semplificata che suona come un passaggio forzato per inquadrare il lavoro di Tirelli. Nel catalogo, il discorso si amplia e si complica ulteriormente, costruendo un apparato teorico denso e articolato che riveste il lavoro dell’artista di copiose sovrastrutture teoriche. Tuttavia, questa densità finisce per eccedere il lavoro esposto, dove la complessità del discorso sembra in parte sovrapporsi alla misura più essenziale delle opere.
Anni luce costruisce con rigore il proprio spazio e il proprio ritmo. Ma, dopo Schifano, quella distanza evocata dal titolo sembra diventare quasi reale.






