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Sette artisti in dialogo sulla fragilità dell’identità: la mostra da Monti8 a Roma
Mostre
Cosa accade quando, catapultati fuori dalla bolla in cui siamo rifugiati, ci accorgiamo dell’abisso che separa l’immagine che gli altri hanno di noi e la nostra incapacità di soddisfarne le aspettative? Accade che, a emergere, impossibili da ignorare, sono il senso di smarrimento, di disorientamento sociale e spaziale, la percezione dell’incoerenza. Ecco allora che si fanno strada tutti quei piccoli compromessi messi in atto per sopravvivere e ricevere gratificazioni, quel tanto che basta per riuscire a fare un “passettino” in avanti. È, in fondo, quel che vive la giovane Esther, protagonista di The Bell Jar (1963), l’unico romanzo pubblicato dalla scrittrice statunitense Sylvia Plath (Jamaica Plain, 1932 – Londra 1963).
Nell’attimo in cui un insuccesso la travolge nasce in lei la consapevolezza di essere sempre stata confinata, appunto, sotto una “campana di vetro”. Da qui, forte di un discorso autobiografico, Sylvia Plath descrive, senza mezzi termini, la depressione, l’ansia, la difficoltà e l’impossibilità di rifiutare gli schemi imposti, in questo caso, dalla società degli anni Cinquanta. L’omonima mostra co-curata da Massimiliano Maglione e visitabile fino al 24 aprile presso la galleria MONTI8, nel quartiere romano di San Lorenzo, prende il nome proprio dal romanzo della scrittrice morta suicida a Londra a soli 30 anni, pochi mesi prima dalla pubblicazione dell’opera. A ruotare attorno alla ricerca degli artisti in collettiva è proprio l’immagine simbolica della campana di vetro che, intuitivamente, è sia metafora di protezione eccessiva e, addirittura, di privazione e repressione individuale, sia, in un’accezione più positiva, strumento utile a salvaguardare oggetti delicati e preziosi.

Salta all’occhio Untitled (2026) l’opera installazione di Naomi Hawksley (Stati Uniti, 2000), un vecchio lettino che l’artista utilizza a mo’ di cornice per una raffigurazione in grafite su pergamena e carta, in cui sembra specchiarsi una giovane donna. Viene da chiedersi se si riconosca nell’immagine che ha davanti a sé e quale scissione dell’essere stia vivendo.
Tuttavia, la figura è ancora abbastanza nitida e riconoscibile, al contrario di quella tratteggiata da Mounir Eddib (Belgio, 1995) nel dipinto The Pit (2026) in cui a fare da padrone è un senso generale di fortissima inquietudine e isolamento. L’artista belga ci fa compiere un salto in avanti nell’abisso umano, mostrando in pieno il dramma che, d’altro canto, Naomi Hawksley delinea con delicatezza, come uno schizzo, nella fase immediatamente precedente, quella del disconoscimento, della frattura. E ancora, con il dipinto Unshaken (2006) e con l’installazione Insider-Outsider (2026), Mounir Eddib distrugge anche l’ultima sensazione di confort restante nel visitatore. Il confronto tra noi e i nostri demoni interiori – parrebbe voler dimostrare – non può avvenire attraverso mezze misure, come emerge anche dall’opera disturbante di Ruby Chen (Cina, 2001) In a Building That Is Falling Apart (2025) e dall’installazione Saltational Monsters (2024) di Camilla Alberti (Italia, 1994). Da questa visione nasce il dolore che trascina in una dimensione oscura, unidimensionale, da cui è difficile trovare riscatto. La solitudine che ne deriva sembra poco decifrabile e comprensibile agli occhi esterni.

Nel chiaroscuro di una stanza con The Kitchen (2026), o nella luce prospettica di alcune scale con Stairs (2026), Steffen Kern (Germania, 1988) rivela una condizione dal sapore onirico, in parte figurativo, amplificata dalla scelta di utilizzare i pastelli su carta, similmente all’opera Small Song (2024) di Stephen Buscemi (Stati Uniti, 1998). All’opposto, con i dipinti di Amber Wynne-Jones (Stati Uniti, 2003), Art of Mirrors (2025) e Dancer, Driver (2025), la sensazione è quella di trovarsi davanti ad una riappropriazione della dimensione intima, una riconciliazione della frattura tra il sé e il mondo, fino a risalire alla matrice da cui ha origine il dolore, ben espressa dalla scelta di introdurre una tavolozza di colori non utilizzati nelle altre opere esposte.

Da quella campana di vetro da cui il personaggio descritto da Sylvia Plath tenta di liberarsi, emerge una sospensione della realtà, un’alienazione moderna, un ostacolo al sapersi raccontare, una disgregazione dell’identità e del linguaggio che finiscono per produrre un senso di estraneità sociale lucidamente colto dagli artisti in collettiva. The Bell Jar offre pertanto uno spazio di riflessione sulla propria condizione e sulla necessità di riappropriarsi della consapevolezza come strumento di osservazione della realtà.
Entrando in crisi gli automatismi percettivi e le abitudini interpretative il visitatore può riappropriarsi della propria autonomia d’osservazione, gli è concesso di sostare nelle zone d’ombra, nell’ambiguità e nell’incertezza del proprio stato d’animo. La mostra lascia una domanda aperta, suggerendo come la consapevolezza della propria identità interiore si costruisca attraverso un processo continuo, molto spesso fragile, eppure necessario e proficuo.






