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Un gesto semplice, una presenza totale. Klaus Rinke, a Bergamo
Mostre
Prototype – Photographs from the Seventies, ha inaugurato nella galleria di Thomas Brambilla lo scorso 17 gennaio, tre giorni prima – soltanto tre – dalla scomparsa di Klaus Rinke. Lui, che a partire dal 1969 ha fatto del corpo, dello spazio e del tempo i temi predominanti all’interno delle sue opere performative e fotografiche, lui che già prima (a metà degli anni ’60) usava gesti minimi e posture per trasformare il corpo umano in uno strumento di misurazione spaziale e temporale se ne è andato lasciando in eredità – anche – una mostra che presenta alcuni dei suoi lavori più iconici, riuniti per restituire la ricchezza e la varietà di un decennio sperimentale.

Proprio sotto un orologio, con delle taniche d’acqua – perché il flusso deviato in taniche esplora il passaggio continuo, di nuovo, del tempo – Rinke lo ritroviamo all’ingresso della galleria, sulla parete di sinistra (Der Wasserträger, 1971) come a darci il benvenuto in un percorso che si inscrive nella forza visiva e metodologica che ha definito l’intera ricerca dell’artista, che è stato uno dei fondatori della Scuola di Düsseldorf – insieme a Sigmar Polke, Gerhard Richter, Blinky Palermo e Günther Uecker – e che si è sempre dimostrato molto attivo a livello internazionale, associandosi a movimenti artistici radicali come la Body Art, la Land Art e l’Arte Concettuale, pur senza limitare il suo lavoro a una sola di queste correnti. Diciamolo subito: Der Wasserträgere insieme Hineingehen und herauskommen – Rentrer Sortir – realizzata per la Biennale di Tokyo nel 1970 che mostra la scomposizione dell’azione performativa di salire e scendere le scale del museo giapponese in una sequenza analitica che interroga spazio, movimento e percezione – non sono e semplici documentazioni di performance. Sono piuttosto esperimenti visivi, dicono dalla galleria, sono quello che resta e che che permette che un’azione passata assurga nell’adesso di riferimento a nuova vita.

Vale, questo, anche per Mutation, un’installazione di 112 fotografie familiari e aliene al contempo che analizzano con rigore quasi scientifico il rapporto tra viso, gesto, tempo e trasformazione. Mutation non è una serie qualunque. Non lo è mai stato per lui, e confesso che non lo è nemmeno per me perché è difficile, scrivendo, non tornare con la mente alle parole che proprio per Mutation scrissi qualche tempo fa. Allora si parlava di ritratto, che è immagine condensata dell’umano, medium di espressione, auto-rappresentazione e comunicazione, come scrisse Sigrid Weigel. Rinke per realizzare quest’opera unica si fefe immortalare mentre davanti al proprio viso compiva una serie di gesti sempre diversi – con le mani e con le braccia, secondo modalità di simmetria e di annullamento – che hanno finito col dare forma a un nuovo vocabolario del linguaggio del volto, espressione degli stati interiori del sé, come a voler togliere un velo e scoprire un mezzo smaterializzato e sicuramente più intelligibile per creare un abc del vedere, dell’esperire, dell’agire e con questo, inevitabilmente, dell’essere umano.
Del resto è proprio questo quello di cui abbiamo bisogno più bisogno oggi: strumenti attivi, gesti semplici e immediati, presenza totale. Una volta Rinke disse, «Oggi il mondo è diventato così piccolo che sono ovunque» ed ecco io lo spero, che lui sia (sempre) ovunque.












