09 novembre 2022

William Klein, Plinio De Martiis e Jonas Mekas. Le mostre al Mattatoio di Roma

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Plinio De Martiis, Baracche alla Farnesina, Roma 1951, Collezione Fondazione Gramsci onlus © Eredi Plinio De Martiis

Gli spazi del Mattatoio di Roma accolgono un nuovo ciclo di mostre, inaugurate ieri, 9 novembre, fino al 26 febbraio del prossimo anno.

William Klein ROMA Plinio De Martiis è un progetto espositivo a cura di Daniela Lancioni e Alessandra Mauro, che pone in dialogo il lavoro del fotografo William Klein con quello di Plinio De Martiis, leggendario gallerista romano la cui eccezionale attività di fotografo è ancora poco nota al grande pubblico. 

Lido di Ostia, Roma, 1956. © Foto di William Klein

Il progetto indaga alcuni aspetti della Roma degli anni Cinquanta, in particolare la vita nelle sue periferie, attraverso lo sguardo dei due autori. In mostra più di 60 fotografie in bianco e nero, tutte dedicate alla città: le foto di William Klein sono gli scatti più rappresentativi del celebre libro Rome + Klein pubblicato nel 1959 con i testi di Pier Paolo Pasolini, edito da Contrasto in una nuova edizione. Quelle di De Martiis risalgono invece alla prima metà degli anni Cinquanta e testimoniano la partecipata attenzione dell’autore verso i luoghi della città dove le condizioni di vita erano più difficili.

Nell’ambito di Jonas Mekas 100!, il programma internazionale di manifestazioni che celebra il centesimo anniversario dalla nascita del regista e teorico di origine lituana, gli spazi del Mattatoio ospitano la mostra Images Are Real a cura di Francesco Urbano Ragazzi, duo curatoriale che ha accompagnato Mekas in molteplici progetti artistici da Venezia a New York, a Seoul, a Reykjavík. L’esposizione guarda in retrospettiva alla sessantennale attività di Jonas Mekas (Biržai 1922 – New York 2019) dentro e oltre la storia del cinema d’avanguardia. Attraverso un’ampia selezione di opere che va dagli anni Sessanta fino alla fine degli anni Dieci del nostro secolo, il progetto espositivo si propone di leggere il lavoro del filmmaker lituano come un viaggio dantesco che dall’inferno della Storia porta alla felicità grazie a un esercizio filmico quotidiano. 

In una carrellata di ritratti estrapolati per l’occasione dal film Birth of a Nation (1997) attraverso un lavoro di ricerca condotto dall’artista e proseguito dai curatori, la mostra testimonia la fitta rete di amicizie che Mekas è stato capace di intessere attorno a un’idea di cinema opposta e contraria al gigantismo produttivo di Hollywood. Ne emerge il profilo di un viaggiatore instancabile, in grado di trasformare lo sradicamento dalla propria terra in spinta cosmopolita ben prima dell’avvento della globalizzazione. Lo si vede nel film Travel Song (1981) esposto su quattro canali nella forma di un “quartetto.” Sulle traiettorie delle nouvelle vague cinematografiche che sul finire degli anni ’60 esplodevano in tutto il mondo, nell’opera si incrocia anche il volto di Pier Paolo Pasolini, amico e coetaneo di Mekas. In occasione di quell’incontro – avvenuto nel 1967 a Roma, a casa di Pasolini – i due ebbero un’intensa conversazione, pubblicata nel libro “Scrapbook of the sixties: writings 1954-2010”, che sarà consultabile in mostra.

La presenza di Pasolini in entrambe le mostre, legano questa iniziativa alla mostra Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo. Il corpo poetico in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma, tappa di un progetto espositivo più ampio condiviso con le Gallerie Nazionali di Arte Antica e il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo. La mostra dedicata a Pasolini, insieme a quella Klein e De Martiis e a quella su Jonas Mekas, consentono, insieme, di presentare tre originali e diversi punti di vista della generazione cui spettò, negli anni del dopoguerra, ridefinire i termini del vivere civile.

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