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Molte istituzioni internazionali annunciano, in questo inizio 2026, i loro programmi espositivi per l’anno davanti a noi. Tra queste, vi sono anche il mumok di Vienna, il neonato Centre for Contemporary Arts Tashkent e il Centro de Arte Moderna Gulbenkian di Lisbona, che delineano tre modelli differenti ma convergenti, in cui l’attenzione si sposta dal semplice oggetto espositivo alla costruzione di ambienti, narrazioni e forme di partecipazione attiva.
mumok, Vienna: il museo come spazio di incontro
Con il programma 2026, il mumok rafforza una visione curatoriale che mette al centro lo spazio tra opera e spettatore, inteso come luogo di attivazione, responsabilità e scambio. Mostre, nuove commissioni, interventi architettonici ed eventi concorrono a riconfigurare il museo come esperienza olistica e civica, capace di rendere visibili le relazioni tra artista, istituzione e pubblico.
Da segnarti in calendario l’opening, il 20 giugno, della mostra collettiva Terminal Piece, articolata in cinque “atti”, il punto di partenza è l’installazione omonima di Kate Millett (1972), prima opera entrata in collezione sotto la direzione di Fatima Hellberg: un lavoro che esiste solo attraverso la presenza dello spettatore e che interroga l’etica dell’attenzione. Tra gli altri nuclei della mostra, spicca l’intervento scenografico di Anna Viebrock, che riattiva opere storiche della collezione — da Cy Twombly a Magdalena Abakanowicz — rendendo visibili anche le infrastrutture normalmente invisibili del museo.
A questa mostra collettiva si affianca la prima presentazione museale di Tolia Astakhishvili —artista georgiana protagonista, lo scorso anno, della prima mostra della Nicoletta Fiorucci Foundation a Venezia.
L’autunno vedrà invece nuove commissioni di Cameron Rowland e Verena Paravel, mentre una trasformazione architettonica significativa interesserà il piano -3, affidata all’architetto veneziano Andrea Faraguna, recentemente premiato con il Leone d’Oro alla Biennale Architettura 2025: un contributo italiano che si inserirà coerentemente nella riflessione del mumok sul museo come organismo vivo, in continua trasformazione.

Anna Viebrock
Model for a stage design, 2003
Photo: Anna Viebrock
Centre for Contemporary Arts Tashkent: una nuova istituzione per l’Asia Centrale
Il Centre for Contemporary Arts Tashkent (CCA) aprirà ufficialmente al pubblico il 21 marzo 2026, segnando un momento storico per il panorama culturale dell’Asia Centrale. Primo centro permanente dedicato all’arte contemporanea in Uzbekistan, il CCA nasce da un progetto a lungo termine promosso dalla Uzbekistan Art and Culture Development Foundation e diretto da Sara Raza.
Ospitato in un edificio industriale del 1912 riconvertito dallo studio francese Studio KO, il CCA si presenta come spazio aperto e gratuito, pensato come luogo di incontro per la città e la regione. Il programma inaugurale, intitolato Hikmah (21 marzo – 30 giugno 2026), esplorerà il concetto di “sapienza” attraverso opere site-specific di artisti come Muhannad Shono, Nari Ward, Shokhrukh Rakhimov e Tarik Kiswanson, accanto a prestiti istituzionali e opere partecipative.
Accanto alle mostre a Tashkent, il CCA sarà presente sulla scena internazionale con Vyacheslav Akhunov: Instruments of the Mind, collateral event della Biennale di Venezia 2026 a Palazzo Franchetti, e con il progetto site-specific Kabakov: The Centre for Cosmic Energy, in apertura a settembre. Il programma si estende inoltre a residenze, formazione e public art, con iniziative come il Tashkent Summer Days e la collaborazione triennale con l’Architectural Association di Londra, delineando un’istituzione fortemente orientata alla ricerca e alla costruzione di una nuova infrastruttura culturale.

Centro de Arte Moderna Gulbenkian, Lisbona: rileggere la collezione
Il CAM Gulbenkian continua, nel 2026, una linea curatoriale che invita artisti e curatori a reinterpretare la collezione come spazio narrativo e sperimentale. Tra i progetti di punta, Rosa Barba: Drawing Vocabulaires (16 maggio – 28 settembre 2026) rappresenta la prima grande mostra dell’artista originaria di Agrigento in Portogallo: un ambiente immersivo di immagini, suono e luce che ripensa il cinema oltre lo schermo tradizionale. Il progetto, co-prodotto con il MAXXI di Roma, segna una collaborazione significativa tra istituzioni europee.
Seguono Belas Artes di Bruno Zhu (febbraio–luglio 2026), che indaga i concetti di agency e autorità attraverso un dispositivo contrattuale, e Murky Waters di Inês Zenha (settembre 2026–febbraio 2027), incentrata sul corpo e sulla fluidità come strategie di resistenza. A questi si affiancano mostre collettive, progetti sonori, performance e il programma sperimentale dell’Engawa Space, confermando il CAM come uno dei luoghi più dinamici per la riflessione sul rapporto tra collezione, contemporaneità e pratiche interdisciplinari.















