29 agosto 2017

MUSICA

 
Note di un viaggio musicale, estivo e padano. E sorprendente
di Luigi Abbate

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D’estate le istituzioni di città chiudono bottega. È questo il momento in cui l’offerta musicale si trasferisce altrove, in provincia o nei luoghi di vacanza. Festival importanti piuttosto che rassegne a tema in contesti d’interesse storico o naturalistico, iniziative molto belle magari realizzate in economia: si può trovare di tutto. Emulando gli scrittori-viaggiatori d’un tempo (senza tirare in ballo Charles Burney, e tantomeno Goethe e Stendhal, penso solo a Piovene o Soldati), mi son messo a girare un poco quella provincia, soprattutto quella padana, che sembra a volte sonnecchiare e invece si sforza a modo suo di combattere una crisi (economica e di valori insieme) che pare infinita. Ne ho acchiappate, di queste rassegne, un paio anche in tarda primavera: momenti liminari di un calendario “urbano” o, se si preferisce, anteprima di torride summernight. Eccoci allora il 27 maggio all’ultimo concerto di Cremona Jazz, protagonista Carla Bley (nella foto in alto), pianista, icona vivente nell’essenzialità del suo trio con il sax di Andy Sheppard e il basso di Steve Swallow, ospiti delle sensuali curve architettoniche con promessa di acustica impeccabile dell’Auditorium Giovanni Arvedi. Si sa, il Jazz un po’ di amplificazione ce la mette, quindi la seduzione del corpo ligneo da ascoltare in purezza la si vivrà un’altra volta. Ciò che invece non si dimentica di quella serata è l’incontro con una personalità musicale capace di manifestare con la lingua del Jazz un pensiero compositivo di alta fattura, attraverso il suo strumento e le dita nodose di una filiforme figurina di ottant’anni che non producono virtuosismi ma echi, prosciugati d’ogni retorica, di cupe habanere, di passi da Porgy & Bess, di danze nuziali e barcarole di Mendelssohn. Un incontro con la parte più bella dell’umanità statunitense ferita dalla volgarità, ma non per questo umiliata. Ad esempio Beautiful telephones, “dedicato” a Donald Trump, è un pezzo tremendamente politico: acre sentore di disincanto mischiato a raffinata ironia di citazioni “Stars & Stripes”. Straordinario.
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Grigory Sokolov a Brescia
Da Cremona a Bergamo, ovvero da una grande compositrice jazz che suona il pianoforte a un grande pianista che incanta con i sacri testi del repertorio classico. Il russo Grigory Sokolov è inarrivabile per precisione di tocco, ricchezza di timbri e poesia: temi sufficienti per tentare di accostarne il magistero a quello di Arturo Benedetti Michelangeli. Al Festival Pianistico Internazionale un tempo intitolato al leggendario pianista bresciano Sokolov è passato il 29 maggio, confermando le sue prerogative artistiche con un programma che usava con intelligenza il do maggiore e le sue tonalità vicine come passepartout di un percorso fra sonate e fantasie mozartiane e beethoveniane. Il buio quasi assoluto del Teatro Donizetti riportava la memoria alle magiche atmosfere create da un altro grandissimo russo, Sviatoslav Richter, e il pubblico, soggiogato dalla magia di quell’ambiente d’ascolto, ha mantenuto un’attenzione tesa e costante, giunta al massimo nel momento del gioco perlato, reso magistralmente con parco uso del pedale, delle ultime variazioni dell’Arietta dalla Sonata op. 111, testamento sonatistico beethoveniano e ultimo brano di un programma cui Sokolov ha aggiunto un copioso numero di encores, da Schumann a Brahms, Chopin e Scriabin.
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Serate Musicali, Teatro Olimpico
Il 3 giugno a Vicenza il caldo ti spreme come un limone, ma quando varchi la soglia di un luogo incantato te ne dimentichi. Quando poi dopo aver accarezzato l’occhio, la musica incomincia a vellicare anche l’orecchio, allora in quel luogo ci vorresti stare per sempre.  Quella sera le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, che avevano già aperto con la farsa rossiniana La cambiale di matrimonio curata dal Direttore artistico Giovan Battista Rigon, inauguravano il cartellone cameristico con un concerto costruito sul tema “musica-e-mistero”. Molta Armenia, fra autori e interpreti, esperienza d’ascolto “spirituale”, laica o religiosa che sia: nella prima parte John Taverner e Sofia Gubajdulina, quest’ultima con la cantata Sonnengesang su testo del Cantico di S. Francesco, brano fascinoso che richiede una particolare disposizione all’ascolto. Guest star il grande violoncellista Mario Brunello, che lo ha presentato con la voce di Karina Oganjan e il Coro del Friuli diretto da Paolo Paroni. Ma ciò che quella sera ha mosso corpo e anima è stato in chiusura il consumarsi di un vero rito musicale: la versione della celebre Ciaccona di Bach per violino solo immersa nell’intonazione di passaggi da corali composti dallo stesso Bach per cantate ispirate alla morte, passaggi la cui sovrapposizione con il capolavoro violinistico è stata individuata anni fa dalla musicologa tedesca Helga Thoene. Il violino, straordinario per calore del suono e maestria interpretativa, era quello di Sonig Tchakerian. Musica di grande pregio e forte emozione, per un festival da seguire. 
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Vittoria sul Sole, Silvia Lelli
L’estate 2017 è una belva feroce, e se vai a Ravenna, magari fra il 14 e il 15 giugno, allora hai deciso di finir dritto nelle sue fauci. Il vasto programma di Ravenna Festival (della mostra “Vuoto con memoria” al Mar s’è già detto in un precedente passaggio di questa rubrica) ha acceso un duplice focus sulla cultura russa. Il primo un omaggio ad Andrej Tarkovskij, con l’eccellente Duo Gazzana – Natascia violino, Raffaella pianoforte – che ne ha evocato la figura e l’opera in un prezioso gioco di specchi: non a caso Spiegel im Spiegel era il titolo di uno dei brani in programma, autore Arvo Pärt, estone e contemporaneo come Tõnu Kõrvits, del quale il duo ha presentato in prima assoluta la Stalker Suite, ispirata proprio all’Estonia, location di quel film. E ancora Bach, musicista d’elezione di Tarkovskij, a far da filo rosso. Nel concerto del giorno successivo, Nostalghia – In memoria Andrej Tarkovskij del giapponese Toru Takemitsu ripensa a un altro titolo del grande regista. Solista la celebrata violinista Anne-Sophie Mutter, che ha reso con pathos ben calibrato questa pagina di forma impeccabile, accompagnata dall’Orchestre National de Lyon diretta da Leonard Slatkin. 
Di nuovo a Ravenna il 21, per scoprire il secondo focus russo: Vittoria sul sole, esperimento di teatro cubofuturista in due Agimenti, sintesi artistica su testo gioiosamente nonsense di Aleksej Krucenych, musica “cacofonica” di Michail Matjusin, scene e costumi “alogici” di Kazimir Malevic che anticipano di due anni il capolavoro suprematista Quadrato nero (1915). Spettacolo singolare, che riesce solo in parte a proiettare un’immagine nitida di quel che avvenne a Mosca quella sera del 1913. Né forse voleva essere nelle intenzioni del Teatro Stas Namin di Mosca che ha lavorato alla ricostruzione e all’attualizzazione, e a Ravenna ha presentato per la prima volta la piéce fuori dalla Russia. Merito dell’editore cosentino La mongolfiera aver pubblicato il testo originale con traduzione.
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America music, Rebaudengo, Senese, Armocida, foto di Camilla Mastaglio
Primo week-end di luglio: la “bella stagione” ormai domina incontrastata. Noi intanto si prende il treno e si va a Colico, versante lecchese del Lago di Como, dove da tredici anni esiste il Festival Musica sull’acqua. Una splendida realtà, si può ben dire, fatta in casa. Direttore artistico è Francesco Senese, giovane violinista di talento coltivato con grandi maestri e grandi orchestre, anzitutto la “Mozart” fondata da Claudio Abbado. Giovanissima la sorella Benedetta, pianista, ma l’anima antica, musicista, didatta, fondatore della locale Scuola sperimentale di musica Roberto Goitre, è il loro padre Giorgio. Quando parlo con lui trovo una volta di più conferma che se il presente è nei concerti, anche qui a Colico il futuro della musica passa dalla formazione e nella consapevolezza che la musica è parte sostanziale della vita, non optional per pochi eletti. Idee espresse con pacatezza e lucidità, senza la disperazione degli apocalittici, per un progetto perseguito (da trent’anni con la moglie Maria Chiara) con caparbietà, magari invitando da New York il mimo Tony Lopresti a montare ogni anno una produzione con i ragazzi, quest’anno la versione originale della Suite The Planets di Gustav Holst, con un duo pianistico d’eccezione, Enrico Pace e Igor Roma. Suonano intanto Francesco e i suoi amici e colleghi, nomi di prestigio come Anton Dressler, Sara Mingardo, il disponibilissimo pianista Michail Lifits che pur essendo una stella internazionale (nel 2009 ha vinto il “Busoni” di Bolzano), non si tira indietro quando gli si chiede di far musica su un “pianino” e nel brusio di una piazzetta. Lo fa con gli occhiali da sole sul naso, sfogliando la parte dal suo tablet poggiato sul leggìo. Magnificamente, come aveva fatto la sera prima, nel concerto d’apertura presso il chiostro dell’Abbazia di Piona, una delle incantevoli location del festival, in un’esecuzione governata con sapienza e gusto del far musica insieme, dello schumanniano Quintetto op. 44, in compagnia di Verena-Maria Fitz, Simone Briatore, Christoph Morin, e naturalmente di Francesco Senese. Presente il grande direttore d’orchestra Bernard Haitink, 88 anni, a far da nume tutelare.
Restan da scrivere ancora due parole su un piccolo festival seguito a inizio agosto. Il Sesto Rocchi a San Polo d’Enza, sul confine fra le province di Parma e di Reggio Emilia, esiste da dieci anni e prima del terremoto del 2012 si teneva in una deliziosa pieve fuori paese. In attesa che torni presto agibile, la chiesa parrocchiale accoglie giovani musicisti che suonano e ascoltano i docenti con cui danno il senso della vita attraverso ciò che la vita offre loro di meraviglioso, la musica da camera. Il tutto sotto la cura appassionata del violista Antonello Farulli. 
L’estate ormai vede lo striscione d’arrivo. Fra condizionatori a palla, siccità e incendi dolosi, didimi di grandine a distruggere coltivazioni e terremoti d’agosto a seminare dolore e mettere a nudo le magagne del Belpaese si fa il bilancio di un piccolo viaggio musicale in Padania nel frattempo intrapreso. Parrà straordinario, ma nonostante i tagli criminali e rigorosamente bipartisan degli italici governi alla cultura e a formazione e produzione musicale, quel che s’è visto e soprattutto ascoltato dimostra che con poche forze ma con competenza, passione e piena consapevolezza della necessità di alimentare certi valori si riescono a fare gran belle cose.  
E – a qualcuno sembrerà ancor più straordinario – non solo in Padania ma anche nel Centro-Sud. Magari ne riparliamo la prossima estate… 
       
Luigi Abbate

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