01 gennaio 1970

Parola d’artista L’ultima cartolina da L’Aquila

 
L’ultima cartolina da L’Aquila
di Giuseppe Stampone

Con questo video e questo testo che lo accompagna, realizzati cinque anni dopo il terremoto, l’artista abruzzese mette fine al suo lavoro dedicato a L'Aquila. II video è presentato presso Motel b di Brescia

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Cinque anni. Un tempo lungo per intervenire e, forse, troppo breve per comprendere le ramificazione di una tragedia. L’Aquila però rappresenta un caso atipico perché sin da subito si è capito che questo mia idea non avrebbe funzionato. Il tempo dell’intervento è stato accelerato seguendo dinamiche assurde che, da trama hollywoodiana a opera incompiuta, ha impiegato cinque anni. Mentre le ramificazioni della tragedia si sono comprese velocemente, troppo velocemente.

Oggi cosa rimane? Cosa c’è a L’Aquila?

Dal mio posto di osservazione, quello di artista posso affermare che ho una visione drammatica e difficile. Ho provato a dire qualcosa con i miei mezzi, a puntare un fascio di luce su una situazione che non ho potuto certo risolvere. Sono un artista che può mostrare la realtà da un’angolazione originale e tentare di modificare anche la mia percezione.
Ma oggi cosa rimane?
Credo rimanga la memoria, una memoria, quella per le vittime. Una memoria necessaria, quindi. Rimangono anche macerie, vere o presunte. Ma qui la memoria assume un altro significato, meno condizionato dalla tragedia e quindi più sfocato. Le pietre possono avere mille altri significati per chi non le ha vissute e alimentare idee oscene e indicibili sulla pelle degli altri.

Le luci di quei riflettori, invece, si sono spente quasi subito così come le idee di interventi utili e forse è giusto anche così, non avevano nessuna soluzione nella loro abbagliante convinzione. Questo oggi possiamo affermarlo senza paure di smentite. Ma, il buio non fa bene a chi deve ricominciare a pensarsi. Un buio che sta diventando sempre più cupo e inaccessibile, anche se fioche luci si intravedono nelle notti fredde tra le pietre senza suoni.
Forse, L’Aquila in questo momento ci racconta un intero Paese, sommerso dai pregiudizi e affogato nei compromessi. Tutte le soluzioni, anche quelle più ardite, finiscono per scontrarsi con le logiche che tutti conosciamo, ma che non possiamo fermare perché significherebbe auto bloccarsi. Il Belpaese, quindi, rimane tale nelle oleografie banali di qualche rivista patinata e nelle convinzioni di “addetti ai lavori” che continuano a sognarsi tra la fama e le amicizie importanti.
L’Aquila è ancora lì, non si è mossa, non è sparita. È ancora lì a ricordarci che cosa possiamo diventare. Il Belpaese non c’è, più ma l’Italia sì. Nelle nostre convinzioni rimane ancora qualche dubbio ma, se ci spostiamo dalle luci della televisione e lasciamo perdere vecchie idee, vedremo la realtà. La realtà non è descrivibile da un unico punto di osservazione, ce ne vogliono tanti e più sono e più diventa interessante immaginarla. L’Aquila va immaginata non com’era, quella non esiste più, ma come sarà. Come potrà essere.
Qualche anno fa pensai L’Aquila come una gabbia di ferro. Una sorta di prigione al rovescio: «La nuova architettura post-human dell’Aquila è un inganno. La sua struttura sovrapposta è inaccessibile e falsamente ambigua. Ma tutto ciò non appare e viene mascherato dalle dichiarazioni rilasciate attraverso i media dai vari politici, che hanno fatto passare questa camicia di forza come la cosa giusta, la medicina necessaria per guarire un malato che deve scontare sul proprio corpo e sulla propria anima il malessere creato da queste false promesse. Oggi posso dire che quella gabbia esiste ancora ma non è più di vile metallo, adesso risplende d’oro. “La ‘gabbia’ diventa un palcoscenico dove il costo del biglietto per partecipare allo spettacolo assicura un facile guadagno […] grazie al G8, sono presenti le televisioni di tutto il mondo e una semplice promessa di un aiuto futuro, senza alcun impegno da parte di nessuno, non costa nulla. C’è chi promette soldi. Chi promette la ricostruzione di scuole ed ospedali. Chi promette di girare un film all’Aquila. Infine c’è chi promette che entro un anno tutto sarà a posto. Si vede in questa sventura la rinascita di una nuova Firenze rinascimentale».
Tutto quello che è stato messo in atto in questi cinque anni, promesse, discorsi, appalti non hanno fatto altro che trasformare, quasi in maniera alchemica, la gabbia in oro. Con un risvolto triste però, non è una favola questa. L’oro è solo per gli esterni, per coloro che immaginano le “splendide” atmosfere che nasceranno da L’Aquila. Coloro che la vivono e la muoiono, purtroppo, continuano a vedere ferro, arrugginito anche. Questo tempo non guarisce le ferite, le incancrenisce. Ogni giorno, purtroppo non se ne vede la fine, la gabbia d’oro continua a generare illusioni, a regalare palcoscenici a garantire futuro fasullo. L’immagine che vedo è questa cupola d’oro splendente che copre mostrando il tetti delle case quando si arriva con l’idea di esistere qui. Mentre l’altra immagine è uno strato di ferri incastrati tra loro che mi raffiguro come cancelli per non uscire più da questo incubo iniziato alle 3:32 del 6 aprile 2009. Con il passare del tempo, si è generata una doppia visione, drammatica e illusoria. Mi torna in mente un’immagine della mia infanzia vissuta in una banlieu francese ei miei amici erano tutti tunisini, algerini, irakeni, spagnoli, portoghesi, napoletani, calabresi e siciliani. Le diversità non erano un nostro problema. Non avevo nella mia mente il concetto di ‘diverso’, la cosa assurda è che mi sentivo libero all’interno del ghetto, e non lo ero rispetto a ciò che era fuori.
L’Aquila in questi cinque anni è stata visitata, non vista. È diventata commestibile e ognuno ha divorato il suo pezzo digerendolo altrove. Gli abitanti hanno provato a viverci ancora così come è avvenuto nelle altre distruzioni di questa splendida città. Questo rapporto lontano tra visitatori e abitanti ha generato una dualità che sta uccidendo ogni cosa. Tutto crolla di nuovo come la sicurezza di vivere in una casa antisismica che così non è mai stata. Questo continuo duello tra dentro e fuori alimenta queste immagini, ma anche il silenzio. L’oro non lascia traspirare la luce, la riflette e il ferro non permette di avere una vista aperta e ininterrotta.
L’ultimo mio pensiero, uno dei tanti che lascio a questa città, si apre con un’immagine di una casa di produzione hollywoodiana che dura il tempo di un respiro per cedere spazio ad un nero prolungato e ad un rumore insopportabile che smette solo quando scorrono i nomi delle 309 vittime.
Per me oggi rimane questo. Forse il mio è un dolore irrazionale che non concede ulteriori sussulti. Un dolore sordo e intenso. La memoria necessaria è l’unica cosa che ancora ha un senso mentre le pietre cominciano a darmi fastidio.

6 Commenti

  1. Ho acquistato qualche anno fa’ il Libro di Stampone “Saluti da L’Aquila” credo sia un documento storico , soprattutto lo spero , perchè significherà che L’Aquila è stata ricostruita ed è tornata a volare

  2. Gli aquilani torneranno a vivere con la forza e la tenacia che contraddistingue l’Abruzzo, gli abruzzesi e gli aquilani. L’Aquila deve tornare a dominare il cielo e questo può accadere anche grazie alla cultura, all’arte. Grazie del tuo lavoro, Giuseppe Stampone.

  3. “L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia. Ma quel che era bello era l’autunno per andare a caccia nei boschi di castagni”…
    (Ernest Hemingway – Addio alle armi)

  4. Se il punto è dare visibilità ad un fatto dimenticato (anche se mi sembra che i media stiano parlando dell’immancabile scandalo appalti) con una campagna su Google o Facebook, investendo pochi euro, si raggiungono migliaia visualizzazioni. Se l’arte è costretta a fare il Report della situazione siamo messi male. Anche se questo report volesse usare le armi facili della retorica e della poesia. Ma non è certo colpa di Stampone (che cerca giustamente di diventare Cattelan) ma della totale assenza di critica e pubblico preparati. Il dialogo tra artisti, critica e pubblico porta Qualità, e ci farebbe capire cosa potrebbe fare veramente l’arte per L’Aquila. Gli italiani e il mondo si ricordano dell’Aquila…eccome…e quindi? Una volta ricordata??? Solito populismo fine a se stesso. Mi chiedo cosa serve ricordare…servono progetti concreti e persone di buona volontà. Non ci sono? Se non ci sono c’è un motivo. Quindi l’artista che si nasconde dietro questa facile retorica non criticabile e non attaccabile mi lascia perplesso. Non mi emoziona, mi preoccupa.

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