20 novembre 2019

I finalisti dell’Hugo Boss Prize 2020. Per il vincitore, mostra al Guggenheim

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Annunciata la shortlist dei finalisti dell'Hugo Boss Prize 2020. Per il prestigiosissimo premio, in palio 100mila dollari e una mostra al Guggenheim Museum di New York

Nairy Baghramian, Kevin Beasley, Deana Lawson, Elias Sime, Cecilia Vicuña e Adrián Villar Rojas, sono stati selezionati nella shortlist dei finalisti per l’edizione 2020 dell’Hugo Boss Prize, il riconoscimento assegnato a cadenza biennale e promosso dal famoso brand di moda tedesco e dal Guggenheim Museum di New York. In palio, un grant di 100mila dollari e una personale ospitata dal museo d’arte contemporanea nel 2021.

Considerato tra i Premi più prestigiosi e affidabili, attribuito ad artisti particolarmente attenti alla sperimentazione, l’Hugo Boss Prize non prevede limiti di età o di nazionalità. Nella rosa dei candidati di questa edizione, il più giovane è Beasley, che ha 34 anni, mentre la più grande è Vicuña, 71 anni. In ogni caso, i vincitori sono sempre di alto livello, visto che, dalla sua istituzione, il premio è stato vinto da artisti come Matthew Barney, Douglas Gordon, Marjetica Potrč, Pierre Huyghe, Rirkrit Tiravanija, Tacita Dean, Emily Jacir, Hans-Peter Feldmann, Danh Vo, Paul Chan, Anicka Yi e Simone Leigh.

Chi sono i finalisti dell’Hugo Boss Prize 2020

E anche per il 2020, l’Hugo Boss Prize promette di farne vedere delle belle, perché a sfidarsi sono alcuni tra gli artisti più influenti attualmente in circolazione. Lawson, che potrebbe diventare la prima fotografa a vincere il premio e che aveva esposto anche al Whitney Museum, presenterà a luglio, nell’ambito della Bienal de São Paulo, una nuova serie di lavori incentrati sulla diaspora africana in Brasile. Alla Biennale di Venezia abbiamo visto le sculture color pastello, sinistramente ibridate tra meccanica e organica, di Baghramian, nata a Isfahan nel 1971, che ha esposto anche in occasione di Documenta 14, a Kassel. Vicuña, nata a Santiago del Cile, nel 1948, è spesso impegnata in lavori dall’alto gradiente politico e ha presentato alcune sue opere nel riallestimento del MoMA di New York. Il Guggenheim ha già uno dei suoi dipinti in collezione: un dipinto a olio di Karl Marx, realizzato nel 1972.

Elias Sime, nato nel 1968 ad Addis Abeba, dove sta attualmente progettando un parco pubblico, è noto per i suoi assemblaggi simili ad arazzi e composti da pezzi elettronici e circuiti di vecchi computer. Di Villar Rojas, nato a Rosario nel 1980, scrivevamo già in occasione della sua personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, nel 2016: «La sua predilezione per la scultura lo porta a produrre opere gigantesche come gli enormi corpi michelangioleschi». Spesso lavora sulle grandi installazioni ambientali, come nel caso della recente mostra nel museo del collezionista Qiao Zhibing, a Shanghai, oppure, prima ancora, alla Biennale di Istanbul del 2015. Beasley, nato nel 1985 a Lynchburg, in Louisiana, lavora principalmente con la scultura e con il suono. L’anno scorso ha presentato un’installazione sonora al Whitney Museum di New York e ha esposto anche al MoMA PS1.

«Dopo una rigorosa ricognizione del panorama artistico contemporaneo, la giuria ha identificato un gruppo di artisti le cui pratiche hanno un forte impatto culturale. Sebbene diversi nei loro approcci e per i temi affrontati, ognuno esemplifica lo spirito di sperimentazione e innovazione che il premio ha sempre sostenuto», ha dichiarato Nancy Spector, direttore artistico e curatore del Guggenheim.

Oltre che da Spector, la giuria era composta da Naomi Beckwith, curatrice senior del Museum of Contemporary Art di Chicago, Katharine Brinson, curatrice di arte contemporanea al Guggenheim, Julieta González, curatrice indipendente, Christopher Y. Lew, curatore del Whitney, Nat Trotman, curatrice al Guggenheim.

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