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Pratiche condivise nel Salento: conclusa la residenza artistica di Red Lab
Progetti e iniziative
di redazione
Si è conclusa il 14 marzo, con una presentazione pubblica e l’apertura della mostra visitabile fino al 19 aprile 2026, la terza edizione del programma di residenze artistiche promosso da Red Lab Gallery a Casamassella, nel Salento. Il progetto, a cura di Leonardo Regano, dal titolo Chiedete al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, ha visto protagonisti Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, con un intervento di Flavio Favelli.
Sviluppata tra il 6 e il 14 marzo negli spazi di via Francesco Crispi, in collaborazione con l’Associazione CON Red Lab e The apARTment, la residenza si inserisce in un percorso che negli ultimi anni ha portato a Casamassella i linguaggi della contemporaneità, come luogo di produzione e confronto tra pratiche artistiche e contesto territoriale.

Al centro del progetto di Ferrari Bravo e Saccuman, un dispositivo ibrido che attraversa scultura, performance e costruzione narrativa: un carro nomade animato da una grande figura di uccello migratore, che incorpora la struttura di un carretto tradizionale e ospita sul dorso un piccolo teatrino. L’opera, concepita come organismo mobile e trasformabile, si colloca in una dimensione sospesa tra creatura vivente e macchina, evocando un immaginario che rimanda tanto a repertori vernacolari quanto a visioni fantastiche, prossime a quelle del Codex Seraphinianus, il libro scritto e illustrato con oltre mille disegni dall’artista Luigi Serafini tra il 1976 e il 1978.

Il tema del nomadismo attraversa l’intero lavoro. Il carro è pensato come entità che richiede la presenza di corpi umani per attivarsi e muoversi, instaurando una relazione simbiotica tra dispositivo e performer. La sua condizione errante la posizione al di là di una narrazione univoca, rimanendo aperta a interpretazioni, come possibile esito di una trasformazione ambientale, oppure figura allegorica di una migrazione continua.
Il progetto si radica in modo esplicito nel contesto salentino, attraverso l’uso della cartapesta e il riferimento al carretto, storicamente legato alle dinamiche di mobilità del territorio. Tuttavia, questo rapporto viene ribaltato: nella visione degli artisti è l’animale a essere trasportato, mentre l’essere umano assume il ruolo di forza motrice. A questa dimensione si aggiunge l’impiego di materiali raccolti in loco – conchiglie, semi, frammenti plastici, oggetti abbandonati – che vengono reintegrati nella struttura come elementi decorativi e narrativi, portatori di tracce e stratificazioni.

La fase preliminare della residenza, svolta a febbraio, ha privilegiato proprio l’esplorazione del territorio: officine di luminarie, depositi artigiani, negozi di antiquariato e tratti di costa segnati dall’accumulo di detriti hanno costituito il bacino materiale da cui l’opera ha preso forma. L’uso di materiali di recupero si è dunque configurato come una scelta programmatica ed estetica, orientata a lavorare con oggetti già attraversati dal tempo.

«C’è un ultimo elemento che appartiene a questo progetto e che sfugge a qualsiasi analisi formale: la qualità di oggetto magico che il carro ha acquisito nel corso della sua costruzione», ha spiegato Regano. «Ferrari Bravo e Saccuman descrivono i giorni della residenza come una specie di febbre, un lavoro velocissimo e ossessivo, condotto dentro una bolla in cui la luce cambiava fuori dalla finestra, i temporali si alternavano al sole, le voci della strada entravano e uscivano come rumori di un sogno. I pensieri erano così concentrati su ciò che avevano tra le mani da rendere il processo quasi inconscio. Il risultato è stato, nelle loro parole, la creazione di un sigillo: un oggetto carico di pensiero, nel quale si è depositato qualcosa che non si dissolve una volta conclusa la costruzione. Questa dimensione non dichiarativa, non concettuale, ma propriamente magica dell’opera è forse ciò che rende il carro-uccello qualcosa di diverso da una scultura: un’entità che, una volta costruita, ha cominciato a vivere per conto proprio».

Utilizzando materiali analoghi, come frammenti di luminarie e oggetti consumati – coerentemente già con la sua ricerca –, Favelli ha costruito uno spazio che si distanzia dall’immaginario festivo, per concentrarsi sulle sue residue stratificazioni, attivando una relazione dialettica tra interno ed esterno, tra attraversamento e stasi.

«Accanto al lavoro del duo, l’intervento di Flavio Favelli ha introdotto una dimensione ambientale che accoglie e al tempo stesso mette in tensione la presenza dell’uccello-carro», continua Regano. «Al centro di questa quinta, il carro-uccello trova la sua cornice naturale: non un piedistallo, non una vetrina, ma una soglia. A incrinare questa bianchezza, Favelli introduce una fascia nera dipinta ad altezza viso lungo le strutture. Il nero è un colore estraneo all’immaginario cromatico delle luminarie, che vivono nel registro del bianco o, in casi meno comuni, del celeste mariano. La fascia nera è una soglia cromatica che separa il registro festivo da qualcosa di più oscuro, consonante con la natura enigmatica del carro che accoglie».

«Il dialogo tra le sue opere e il carro-uccello di Ferrari Bravo e Saccuman produce uno spostamento necessario: ciò che era ornamento diventa anatomia, ciò che era luce diventa ombra, ciò che era collettivo diventa singolare. Le luminarie reimmaginate da Favelli e il corpo assemblato con quei medesimi frammenti da Ferrari Bravo e Saccuman si rispecchiano a vicenda: due modi di attraversare la stessamateria, due sguardi che partono dallo stesso punto per arrivare in luoghi diversi e, proprio per questo, illuminarsi a vicenda».








