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Noto antica come laboratorio artistico: l’esperienza dei Selvaggi arriva a Bologna
Progetti e iniziative
di Luca Vona
Fino al 31 marzo 2026, gli spazi di Palazzo Vizzani, sede storica dell’associazione Alchemilla in via Santo Stefano 43 a Bologna, ospitano Selvaggi a Noto, un progetto espositivo multimediale organizzato dall’Associazione Controcorrente in collaborazione con Alchemilla.
Selvaggi a Noto: l’origine del progetto
Tutto nasce nell’estate del 2024, quando un gruppo di artisti, registi e curatori di differenti generazioni – Zheng Ningyuan, Claudio Corsello, Alessandro Ferri, Greta Guerrieri, Jimmy Milani, Fulvio Chimento e Carlotta Minarelli – decide di trascorrere dieci giorni in una masseria in disuso situata a pochi passi dal sito archeologico di Noto Antica, nel siracusano. Il soggiorno non ha uno scopo produttivo dichiarato: l’impulso è la volontà di conoscersi, di esplorare insieme un territorio affascinante e aspro, di entrare in contatto con il paesaggio naturale e umano della Sicilia sud-orientale. I pochi comfort e la distanza dal contesto urbano li inducono a definirsi, con ironica consapevolezza, “selvaggi”.
Nel settembre dello stesso anno il regista Ryan William Harris viene invitato a proporre una propria interpretazione del luogo attraverso un cortometraggio, completando così il nucleo creativo della mostra.
Il luogo: Noto Antica e la memoria del terremoto
Un elemento accomuna gli sguardi di tutti gli artisti coinvolti: la presenza pervasiva, quasi fisica, delle tracce del terremoto che nel gennaio 1693 sconvolse la Sicilia Orientale. Noto Antica fu completamente distrutta e abbandonata in toto dai propri abitanti; l’attuale Noto barocca, oggi Patrimonio dell’Umanità UNESCO, fu edificata a pochi chilometri di distanza come città nuova. Le rovine dell’antico insediamento, restituite alla roccia e al silenzio, permangono come un palinsesto di pietra e di vuoto. È questa dimensione atemporale, solitaria e remota, insieme onirica e geologica, a influenzare profondamente le percezioni di ciascun protagonista del progetto, pur in forme e linguaggi diversi.
Sonniveglia: il film di Zheng Ningyuan
Cuore della mostra è Sonniveglia, lungometraggio di Zheng Ningyuan, vincitore del Premio Mutti 2025 per Visioni Italiane, con una regia d’impostazione orientale e un linguaggio di confine tra documentario e film d’artista. Il film si articola in tre tracce narrative distinte e parallele. La prima segue gli artisti tra le rovine di Noto Antica mentre portano avanti sperimentazioni legate al suono, al video, alla fotografia e alla pittura. La seconda vede un gruppo di geologi interrogarsi sulla dinamica dei sismi e condurre sull’Appennino bolognese, al Lago di Castel dell’Alpi, rilevazioni del flusso di metano presente nel sottosuolo.

Una terza traccia narrativa è ambientata all’interno di Alchemilla a Bologna, dove l’artista Monica Cuoghi impersona una misteriosa fotografa degli anni Sessanta che, in una silenziosa camera oscura, fissa sulla carta chimica l’ultima e ambigua immagine di un ritratto che contempla più identità. L’immagine nasce dalla sintesi dei ritratti di tutti gli artisti che hanno partecipato al progetto, ai quali si aggiungono tre fototessere anonime ritrovate all’interno di uno degli ambienti della masseria. Monica Cuoghi raggruppa questi volti in un unico ritratto collettivo, dove le identità individuali si sovrappongono e si confondono con quelle di persone sconosciute, il cui legame con il luogo resta ignoto. Il gesto fotografico diventa così un atto di restituzione impossibile: l’immagine finale non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, come il luogo che l’ha generata.
Il film di Zheng Ningyuan si struttura in capitoli in cui sono sempre presenti un giorno e una notte: le immagini trasmettono una dimensione dilatata del tempo, incastonata tra sogno e veglia, con inquadrature dal ritmo riflessivo e paziente. Ningyuan lavora senza sceneggiatura prestabilita: gli artisti e i geologi sono attori “inconsapevoli”, nessuno recita una parte né viene condizionato dalla presenza della telecamera. Il regista è un osservatore nascosto, che lascia emergere il contesto e permette allo spettatore di respirare l’humus creativo da cui prende vita la dimensione generativa dell’arte.
Il progetto espositivo e la regia del suono
La mostra Selvaggi a Noto riprende dalle arti visive l’attitudine installativa nella fruizione dei video ed è costruita attorno a una regia audio pensata come partitura polifonica. Il film e la mostra condividono la centralità del suono: il visitatore scopre parti del girato seguendo voci, rumori e fruscii nelle stanze settecentesche di Alchemilla, tra loro intenzionalmente comunicanti. In ogni ambiente l’audio è presente in differenti sfumature – quella fisica del parlato, quella più astratta legata a una dimensione empirica del suono, quella “randomica” in relazione all’ambiente esterno e quella “indistinta”, propria della natura invisibile degli elementi.
Amurimì: il cortometraggio di Ryan William Harris
La mostra accoglie anche un secondo lavoro video realizzato presso la stessa masseria: Amurimì, cortometraggio del regista irlandese Ryan William Harris, pluripremiato nel 2020 con Egg Shell. Harris, arrivato a Noto dopo gli altri, percepisce da subito gli echi dell’antico terremoto e la dimensione remota del luogo, ma la sua lettura è mossa da principi filmici diversi rispetto a quelli di Ningyuan.
Anche Harris parte da uno sguardo documentaristico – sceglie il bianco e nero – ma il linguaggio è orientato alla realizzazione di un’opera site specific di stampo prettamente cinematografico. In Amurimì il terremoto è vissuto come esperienza soprattutto interiore: durante il primo sopralluogo Harris viene raggiunto dalla notizia di una prossima paternità e il sisma diventa sinonimo di cambiamento. La storia segue un pastore — interpretato da Richard Flood — sorpreso dal terremoto, che affronta un viaggio fisico e interiore alla ricerca della moglie in procinto di dare alla luce il loro primo figlio.
Una linea curatoriale coerente
La mostra Selvaggi a Noto rispecchia pienamente la linea curatoriale sia di Associazione Controcorrente sia di Alchemilla, realtà che negli ultimi anni hanno privilegiato pratiche sperimentali, collaborative e processuali, spesso sviluppate in relazione diretta con gli spazi e le comunità. All’interno delle sale di Palazzo Vizzani, edificio storico in cui il dialogo tra passato e presente è parte integrante dell’esperienza espositiva, le opere non si impongono come oggetti autonomi ma come tracce, residui o attivazioni. Il percorso si costruisce per accumulo e per slittamento, evitando una narrazione lineare e privilegiando invece una costellazione di interventi che interrogano il rapporto tra natura, corpo e cultura.

Ciò che emerge con maggiore forza è una dimensione di instabilità: le opere sembrano sottrarsi a una definizione univoca, oscillando tra installazione, gesto performativo e documento. In questo senso, Selvaggi a Noto si inserisce in una linea di ricerca contemporanea che mette in discussione il primato dell’oggetto artistico, privilegiando invece l’esperienza, il processo e la relazione.
Interessante è anche il modo in cui la mostra lavora sullo spazio. Le sale settecentesche non vengono neutralizzate ma attivate come dispositivi di senso: le decorazioni, le proporzioni, la memoria architettonica entrano in dialogo con gli interventi contemporanei, generando una tensione tra ordine e disordine, tra controllo e apertura. Questa dialettica rispecchia il cuore stesso del progetto: il tentativo di abitare una soglia, di sostare in una condizione non addomesticata.
È una mostra che richiede tempo, attenzione e disponibilità a perdersi. Ma proprio in questa perdita, in questo smarrimento controllato, si apre uno spazio di esperienza autentica, in cui l’arte torna a essere, prima di tutto, un modo di stare al mondo.
Il public program
Il ciclo di talk che affianca la mostra approfondisce il tema del terremoto attraverso prospettive disciplinari diverse, mettendo a confronto sismologi, geologi, registi, artisti e filosofi. Il 21 marzo, Zheng Ningyuan e Ryan William Harris hanno dialogato su Differenti sguardi su uno stesso luogo: i due cineasti hanno confrontato le proprie angolazioni opposte e i linguaggi in antitesi con cui hanno interpretato il terremoto. La serata ha incluso la proiezione completa di Amurimì.
Il 27 marzo, alle ore 18, interverranno i ricercatori dell’INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per una conversazione intitolata Il grande terremoto del 1693 nella Sicilia sud-orientale e il monitoraggio dei terremoti sull’Appennino emiliano: partecipano Micol Tedesco, direttrice della Sezione di Bologna, Cecilia Ciuccarelli, Filippo Bernardini e Dimitri Rowet. Il 31 marzo, alle ore 18, chiuderà il ciclo Terrae Motus. Filosofia della catastrofe, con Lucrezia Ercoli, docente di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, e la partecipazione dell’artista Alessandro Ferri, tra gli ideatori del progetto. La catastrofe, nella prospettiva di Ercoli, non è soltanto un evento distruttivo ma una soglia simbolica che ridefinisce l’orizzonte di senso entro cui il mondo ci appare.












