06 aprile 2021

Travel Diary: su Decentraland, otto artisti tra videogame e cryptoarte

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Sulla piattaforma Decentraland, la mostra "Travel Diary", un esempio (quasi) tutto italiano per parlare di cryptoarte e cercare qualche indizio su questa rivoluzione digitale

traverl diary snark.art
Ingresso della mostra con statement

È il 2015 quando Andy Alekhin e Misha Libman danno vita alla piattaforma Snark.Art, una sorta di ponte tra il mondo digitale e quello fisico, in cui gli artisti trovano la loro dimensione di rappresentanza e tutela, grazie alla ricerca delle curatrici e dei curatori e alla tecnologia blockchain, senza dover versare nessun tipo di contributo economico. Dopo varie esperienze in gallerie d’arte come Kaufamann Repetto, Galleria Continua La Habana, e in istituzioni come Artissima, fiera d’arte contemporanea di Torino, Sonia Belfiore ha iniziato nel 2020 la sua collaborazione con Snark.art in veste di curatrice.

«Sono stata contattata da Snark.art per proporre artisti visivi interessati a lavorare con il sistema blockchain e creare NFTs. Oltre a coinvolgere artisti dal background “tradizionale” con i quali avevo già lavorato, da parte di Snark.art è nata la proposta di esporre, oltre che vendere, gli NFTs realizzati. L’idea di una mostra ha subito entusiasmato sia me sia gli artisti, per ospitarla è stato scelto il mondo virtuale di Decentraland. Un mondo simile ad un videogioco in cui i fruitori devono creare un avatar e raggiungere il luogo della mostra, l’Oval gallery». Belfiore ha coinvolto per la mostra, dal titolo “Travel Diary”, Alessandro Manfrin, Matteo Pizzolante, Luisa Turuani, Giulia Furlan, Francesco Tagliavia, Luca Staccioli, Nicola Baratto e Yannis Mouravas, greco, per restituire nel meta-mondo di Decentraland un diario di bordo che offre la possibilità di viaggiare attraverso le sensibilità e i lavori degli otto artisti presentati.

Fontana di luce al centro dell’Oval

C’è chi già da tempo usa il medium digitale e chi invece ne fa le prime esperienze, se non in concomitanza con questa mostra, comunque nell’ultimo periodo. Per esempio, Luca Staccioli, artista visivo classe 1988, originario di Imperia ma da anni in pianta stabile a Milano. Staccioli lavora spesso con il collage inteso in un senso più letterale, ma anche come modo di ragionare tra media diversi – digitali e non, nel 2020 è stato chiamato a esporre anche nella galleria digitale di Caroline Corbetta, @IlCrepaccio su Instagram.

«Non credo che le due esperienze possano essere messe a confronto», ha detto Staccioli, «Soprattutto perché Instagram ha un linguaggio tutto suo, quindi non ho effettuato una traduzione, piuttosto ho creato delle opere nuove, pensate proprio per questo formato espositivo. Per “Travel Diary” invece ho creato gif, jpeg e brevi video partendo da miei lavori e rielaborandoli».

Interno Oval: visione d’insieme dell’Oval, sede della mostra

“Travel Diary”, infatti, è un’esperienza immersiva. Se non si ha un buon hardware, il consiglio è di prepararsi a rivivere delle emozioni ormai dimenticate, quell’eccitazione e impazienza che pensavamo di aver lasciato ai primi anni del nuovo millennio e al tempo di MSN, Habbo e i primi giochi online. Gli anni in cui per scaricare la canzone che avevi sentito alla radio dovevi aspettare giorni. Così, personalmente, ho aspettato una ventina di minuti prima di essere catapultata nel distretto museale del meta-verso. Entrando si viene accolti da una grande scritta tridimensionale “Museum District” e dietro questa si vede la struttura museale: un’architettura circolare nera, con una fontana di luce centrale, come un anti-Guggenheim. Alle pareti, come da tradizione, si trova lo statement della mostra e nel percorso gli spazi dedicati agli artisti.

Spazio dedicato alle opere di Luca Staccioli

La sensazione è finalmente quella di partecipare a una mostra, non c’è quella asetticità delle viewing rooms. La presenza del visitatore è sottolineata dall’avatar, si percepisce di essere parte di qualcosa di nuovo, in pieno fermento. Se per le mostre tradizionali nelle gallerie fisiche il grado di successo e interesse poteva essere associato a un opening ben riuscito, nel mondo della cryptoarte il momento cruciale è il “drop”, quando le opere vengono messe in vendita per un tempo limitato a un prezzo concordato con gli artisti.

«Snark.Art ha deciso di lanciare un drop di 10 opere per la durata di 3 ore e proporre un’opera all’asta nella piattaforma di Opensea. Siamo contenti, quasi tutte le opere sono state vendute nei primi minuti del drop. Gli altri lavori rimarranno comunque acquistabili nel marketplace di Snark.art».

Mettere a confronto il mondo digitale con quello tradizionale forse non è un approccio corretto. Per quanto spesso ci si rivolga a ciò che si conosce per descrivere il nuovo, si cercano degli indizi sull’evoluzione o, piuttosto, nel nostro mondo dove è l’ultima ora la padrona della comunicazione, si vogliono delle risposte concrete. Davanti a un fenomeno così nuovo è però decisamente complicato cercare dei percorsi, dei collegamenti, delle origini o degli obiettivi.

Ingresso dell’Oval, spazio dedicato alle opere di Giulia Furlan

«Penso sia troppo presto per fare delle considerazioni sul dialogo tra il mondo crypto e quello del sistema dell’arte contemporanea. Ci sono alcuni segnali che indicano l’interesse di istituzioni e gallerie verso il mondo crypto; da qualche settimana König Galerie di Berlino ha aperto la sua galleria su Decentraland ed ha presentato lavori NFTs di alcuni suoi artisti, su Club House ci sono molti panel promossi da musei ed istituzioni d’arte contemporanea che approfondiscono e riflettono su questo fenomeno», dice Belfiore.

Dal punto di vista di chi l’arte digitale la produce, quando abbiamo chiesto a Luca Staccioli se vedesse nell’arte digitale una minaccia al suo lavoro di artista tradizionale: «Le domande sono tantissime, ma non credo che una strada debba prevalere sull’altra. La cryptoarte è nata con la voglia di proporre un’alternativa ai modelli tradizionali dell’arte, uscire dagli schemi del sistema e promuovere piuttosto un’orizzontalità. Inoltre, per quanto riguarda la cryptoarte stiamo parlando di opere create digitalmente per essere fruite digitalmente, diventa quindi ancora più difficile creare dei paragoni tra arte tradizionale e digitale».

Queste le considerazioni che abbiamo raccolto attorno alla prima mostra di artisti a maggioranza italiani in un non-luogo. Restiamo in osservazione del fenomeno, generando continue domande piuttosto che risposte e, nel frattempo, vi lasciamo il link per visitare la mostra.

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