20 dicembre 2010

fino al 6.I.2010 Charles Avery Firenze, Ex3

 
Una miriade di riferimenti: a Klein, Wittgenstein, Platone, Faulkner, Borges. Tradotta in impreviste rielaborazioni, dalle teste pensanti a esemplari tassodermici. È Onomatopoeia...

di

Charles Avery (Oban, 1973; vive a Londra) dal 2004 lavora in
progressione continua, dunque senza ripensamenti né variazioni sostanziali, a
un identico, enorme progetto. Riproponendosi un compito non da poco, dato che
l’artista “demiurgo” sta creando un mondo alternativo rispetto al nostro, ma
ugualmente verosimile.

Nella fantasiosa realtà di Onomatopoeia, città centrale dell’isola
The Island
, la cui
cartografia è rappresentata da una mappa concettuale più che geografica – del
resto la filosofia è una componente costituzionale dell’intera azione – accade
che il protagonista Only Mc Few, ego dell’autore, sbarchi sulle
coste a seguito di una dinamica non precisata. A guidarlo da quel punto, oltre
la labile traccia di una fanciulla Miss Miss, non ci sarà che
l’osservazione diretta del nuovo contesto.

E mentre i paesaggi si danno nella forma di scorci
isolani, il tessuto sociale rivela sembianze assai singolari: negozi e
bancarelle ovunque, Creed ovvero capi di sette filosofiche, bestie
ibride di nome If’En, scuri abitanti degradati, atti sessuali esposti
senza remore. Anche nei processi, il mondo dimostra identità e logica
specifiche. Per esempio la combinazione di etnie e condizioni diverse è lì del
tutto acquisita – il diffuso brulichio umano si compone, in un rapporto di
vicinanza equivalente all’indifferenza, di feticisti che leccano le bitte da
ormeggio, di ierofanti in lunga veste, di reietti nascosti a bere uova, di
turisti eccitati senza motivo (chi tra loro può dirsi indigeno, e chi
straniero?).

A tale massa agitata e informe, spesso osservata da
posizioni rialzate, fanno da contrappeso i singoli episodi umani, campionario
assortito di solitudini malinconiche. Neppure manca il sacro, se in più
frangenti si accenna ad un olimpo divino collocato dopo la discarica.

Una delle note più interessanti di Avery è certo l’agile
ricorso a medium espressivi distinti. Si tratti di sculture piuttosto che di
animali imbalsamati o di manifesti, le opere concorrono all’oggettivazione
concreta dei miti, delle idee e dei concetti su cui si basa l’intero sistema
immaginifico, ciò che l’artista definisce noumeni. Invece i disegni assumono un
ruolo funzionale, corrispondendo al terreno attuativo di fantasie ironiche e
dolenti.

Fra i testi di sapore romanzesco che orientano il
percorso, risulta incisivo ed esplicativo soprattutto l’epilogo: “Ho
iniziato a chiedermi se, al di là dei negozi, dei bar e delle luci di
Onomatopoeia, oltre la vallata degli Dei, dove le macchine in disuso e i
rifiuti vengono sparsi, al di sotto delle montagne, dei fiori, della polvere e
delle ossa dei cacciatori, ci sia davvero un’isola”
. Come domandarsi se
ogni mondo non sia solo immaginato, e quindi se il nostro essere qui e ora, non
abbia né maggiore senso né minore arbitrarietà dell’essere Mc Few nei luoghi di
uno strano posto.

articoli correlati

Avery
da Sonia Rosso

matteo innocenti

mostra
visitata il 20 novembre 2010


dal 19 novembre 2010 al 6 gennaio 2011

Charles Avery – Onomatopoeia part I

a cura di Lorenzo Giusti e Arabella Natalini

Ex3 – Centro per l’Arte Contemporanea

Viale Giannotti 81 – 50126 Firenze

Orario: da mercoledì a domenica ore 11-19; venerdì ore 11-22

Ingresso libero

Info: tel. +39 0550114971; info@ex3.it; www.ex3.it

[exibart]

1 commento

  1. Questa impostazione non è male, anche se molto cinematografica: sembrano gli story board di un film, gli oggetti di scena e altro, quanti ottimi film su mondi e sistema immaginari? Ecco che ancora l’arte contemporanea tradisce un ritardo e la necessità di un sistema autoreferenziale che difenda l’opera e l’artista. Spero che questa crisi economica continui a rendere sempre più evidente la componente “presa in giro”. E poi basta guardare più in là per scoprire imbarazzanti sovrapposizioni formali:

    http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=34040&IDCategoria=1

    Dove sta il valore (che è anche valore economico) dell’arte contemporanea se vediamo solo artisti omologhi che si arrabattono intorno a soluzioni ritardatarie? A questo proposito proporrò una conversazione a Massimo Minini. Uno suo rifiuto sarebbe di per sè estremamente loquace.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui