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E se a Napoli si apre un piccolo squarcio nelle fitte nubi, i tagli in finanziaria aprono un altro – inaspettato – fronte di crisi. La città è Bologna, ed a lanciare il grido d’allarme è il Mambo: “Abbiamo fondi solo per il prossimo anno, poi con i drastici tagli ai finanziamenti pubblici, nel 2012 si chiude”, avrebbe dichiarato il presidente Lorenzo Sassoli De Bianchi. Il Comune di Bologna avrebbe infatti ridotto in due anni il contributo da un milione a 471mila euro, “e noi – ha precisato il presidente – abbiamo un budget che è già un terzo rispetto ad altri musei di arte contemporanea”… (marianna agliottone)
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[exibart]












I musei di arte contemporanea in italia hanno la grande opportunità di andare a fondo sul ruolo dell’arte e sul suo rapporto con il mondo esterno. I tagli permettono di ridiscutere l’idea di museo, eccetera. Al mambo di bologna si tiene una programmazione che rischia di non interessare ne il grande pubblico ne il giro degli affezionati e addetti ai lavori. A napoli uguale, semmai anche spendendo milioni di euro. Capisco che gli operatori italiani non hanno nessuna voglia di mettersi in discussione vivendo (ed essendosi formati) in un contesto che osteggia sistematicamente il contemporaneo. Però questo è. E non ha senso fuggire all’estero, perchè la frustrazione rimane nella testa e negli occhi. A mio parere ha senso innovare con le poche risorse che si hanno, semmai creando un modello unico al mondo. Esattamente quello che stanno facendo i paesi late comers in economia.
Solidarietà per Bologna ma quando si ha una direzione artistica così debole ed incolore…
Ma questi “fior” di imprenditori al vertice dei Musei non possono iniziare a sganciare un pò di fondi di tasca loro ……
Il ruolo richiede anche sacrifici, che poi tali non sono se assicurano ritorni di immagine …
Nel momento in cui la MUSEOMANIA di arte contemporanea italiana, si è trasformata in un soffocante carrozzone di sprechi e enefficienze e le lamentele dei cittadini si fanno sempre più sentire, vecchi e nuovi direttori, preparano la pista per una nuova nomina politica in qualche altra istituzione museale. Una prassi torbida, monotona e ripetitiva che riscuote benevolenza anche nelle corti degli addetti ai lavori, dove vengono nominati personaggi noti, senza il coraggio di premiare il merito. Quei pochi musei che funzionano hanno una gestione seria, manageriale, personale qualificato e apertura nei confronti della ricerca estetica, dei giovani e dell’identità del luogo. Gestire un museo d’arte contemporanea, oltre alla conoscenza, capacità, richiede un profondo senso di responsabilità e coscienza. Cosa che manca in molti direttori.
Infatti basti pensare a Torino dove la carenza attuale di fondi è dovuta molto alla barca di soldi elargita (soprattutto la Regione) ad attività di imprenditoria culturale privata come Palazzo Bricherasio, Sandretto, Artissima, Arte Giovane
471 mila euro sono troppi! Per quel che fanno bastano i finanziamenti concettuali,
e vale anche per gli altri: Sandretto, Maxxi, Mini, Madre e sua Sorella. Hanno stufato.
Caro Direttore Tonelli
ti ringrazio per avere ripreso su Exibart il grido d’allarme lanciato dal MAMbo, ma credo occorra fare qualche precisazione per informare meglio i vostri lettori della gravità di una situazione che non riguarda solo l’Istituzione che ho l’onore di dirigere. A tale proposito premetto che il nostro caso non ha nulla a che vedere con quello del MADRE di Napoli, che il museo non ha alcun debito e che orgogliosamente possiamo vantare una gestione virtuosa e del tutto trasparente assicurata dall’efficienza e l’entusiasmo di un ottimo team. Sarò un po’ noioso, ma mi rivolgo a chi abbia voglia di capire:
Il MAMbo è uno dei cinque musei della Galleria d’Arte Moderna che è un’Istituzione del Comune di Bologna. In considerazione del proprio Regolamento il Museo deve garantire il proprio funzionamento ordinario attraverso le risorse della propria amministrazione (comunale) ma può mettere a bilancio anche il contributo di terzi o di altri enti (sponsor, fondazioni bancarie, privati etc etc) per svolgere attività e fornire alcuni servizi. In nessun modo, però, le spese di funzionamento possono essere sostenute da terzi. Questi ultimi possono solo “contribuire” alle attività del museo.
L’apertura del MAMbo è stata considerata sostenibile nel 2004 dall’Amministrazione Comunale ipotizzando trasferimenti del Comune al museo per uno stanziamento variabile da 2,1 a 3,5 milioni di euro. Sono a Bologna dal 2005 e tali risorse non sono mai state messe a disposizione dal Comune che, all’epoca, sosteneva la vecchia GAM per il 100% e con spese ben superiori a quelle attuali. Il nostro problema nasce paradossalmente dal fatto che il CdA e la Direzione (su Exibart dileggiata da coraggiosi e anonimi commentatori) sono riusciti a garantire tale economia senza pesare sulle tasche dei contribuenti come da progetto ben precedente l’arrivo di chi oggi amministra il museo. Anzi: la città di Bologna, i suoi cittadini, Enti come la Fondazione Carisbo e la Fondazione del Monte, sponsor (ENEL e Unicredit, ad esempio, per l’attuale mostra dedicata a Dino Gavina) si sono dimostrati assai sensibili ed oggi costituiscono la vera risorsa del nostro progetto museale. L’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia Romagna si sta dimostrando un punto fermo per il prossimo futuro. Il punto è che la gestione è talmente virtuosa che la giunta Delbono (ex sindaco di Bologna con Nicoletta Mantovani quale Assessore alla Cultura), impegnata a fronteggiare le difficoltà che il governo rovescia sulle amministrazioni locali, ha infelicemente eroso il proprio contributo al MAMbo del 2010 pensando forse che il Museo potesse “andare avanti comunque” con le proprie risorse. Il Commissario prefettizio che oggi governa una Bologna senza possibile progettualità politica si ritrova un dato “storico” così dissennato. Qui nascono i problemi. Non è solo una questione di quantità di risorse, ma di competenza. Si è detto che il museo non può pagare le spese di funzionamento con i contributi di terzi. Le partnership e le risorse che il MAMbo riesce ad ottenere e che costituiscono oggi il 76% del nostro Bilancio non possono tecnicamente colmare le eventuali mancanze della gestione ordinaria e di quanto previsto dai regolamenti del Comune di Bologna. 471.000 euro non sono sufficienti a tale fine. Cambiare statuto o forma giuridica del museo sarebbe un tema politico e sindacale che non spetta a noi e che non può essere trattato in emergenza. In sostanza (e francamente non mi vengono in mente esempi analoghi) non chiediamo nemmeno un euro per mostre e servizi (come, ad esempio, il nostro eccellente dipartimento educativo che ogni anno coinvolge circa 25.000 bambini), ma ricordiamo la necessità della sola apertura delle cinque sedi espositive del museo che avviene in outsourcing (e che impone una gara europea di affidamento basata sulle certezze del bilancio che il Comune dovrà garantire per il prossimo triennio) affinché i lavoratori possano recarsi nei propri uffici, aprire il MAMbo, il Museo Morandi, il Museo per la Memoria di Ustica, la Casa di Morandi, Villa delle Rose consentendoci di fare il nostro dovere nei confronti dell’utenza, programmare e confermare, così, anche i nostri impegni con gli sponsor. Su questo punto non occorre chiamare in causa né la responsabilità né il talento di direttori o presidenti del museo. È un mero fatto tecnico che compete all’Amministrazione del Comune.
Tale situazione rischia di diventare ancora più pressante e forse drammatica (e non solo per noi) a causa di una nuova norma che sta “terrorizzando” per la sua genericità le amministrazioni pubbliche più accorte e che spero anche i miei colleghi prendano in considerazione senza lasciarsi sorprendere rischiando la chiusura di molti musei e centri d’arte già nel 2011. Si parla infatti dell’obbligo a contenere la spesa per le mostre dell’anno a venire con un tetto fissato al 20% rispetto a quanto si sia speso nell’anno precedente. Bisogna stare attenti a quel che si intende come “spesa per mostre”. Nel nostro caso, ad esempio, si tratta per lo più di personale e fornitori, ossia lavoro che attiva un’economia. Non compriamo i pacchetti che connotano i famigerati piccoli o grandi eventi, ma siamo produttori e ne traiamo vantaggi anche economici. Diversi tavoli tecnici stanno affrontando gli scenari possibili. Non voglio avere pregiudizi in materia. Forse un buon giornalismo potrebbe aprire un’inchiesta e contribuire ad avere un’opinione in merito. Credo però che un minimo di tempo speso a rifletterci non possa lasciare indifferente chi ha davvero a cuore le sorti della cultura e della ricerca nel nostro paese. Prima che si ripetano certi errori e… prima del “troppo tardi”.
Gianfranco Maraniello
Bravo Savino, colpisci sempre al cuore del problema!
a bologna si spendono anche 300000 euro per il veglione di capodanno in piazza maggiore (parole dei direttori del future film festival) e si lasciano morire eventi come il future film festival che nell’ultima edizione si è quasi totalmente autofinanziato
Premetto che la dirigenza maraniello sembra che faccia il migliore dei lavori possibili. Il problema a bologna è il clima culturale in cui si insinua il museo. Bene la didattica, ma perchè non rivitalizzare anche l’accademia? Semmai unendo di più le forze e le idee?
E poi, dal report di maraniello, penso sia stato un grave errore non gravare su i cittadini. Non è un peccato mortale usare le risorse che i cittadini pagano regolarmente con le tasse. Come dovrebbe funzionare un museo pubblico in italia? Poi, è chiaro che bisogna usare bene queste risorse. Ora avete uno storico che vi tiene in ostaggio.
Che i commentatori siano anonimi o frustrati francamente poco importa. Semmai guardiamo ai contenuti, per favore. Per quel poco che i contenuti possono fare su forum pressapochisti e sommari.
Rivendico il diritto all’anonimato quando non si è coinvolti direttamente ed a patto che non ci si addentri nel privato delle persone cosa che io mi guardo bene dal fare. Maraniello è certamente persona per bene ed anche simpatica, ed in questi anni avrà sicuramente maturato esperienza.Solo che l’esperienza la si deve fare in un modo diverso dall’andarsi a sedere sulla poltrona di direttore di uno dei più importanti musei italiani nel 2004 quando non si ha un curriculum adeguato e soprattutto perchè non si può richiamare Eccher sotto contratto a Roma. Non dubito che la didattica sia svolta egregiamente, ma questa, soprattutto nei primi anni, è stata una direzione giocoforza sotto tutela con mostre rivolte prioritariamente alla già ipertutelata Arte Povera e non valsa a scuotere Bologna dal torpore artistico nel quale è purtroppo immersa da anni.