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Il Piccolo Teatro di Milano ospita in questi giorni due celebri lavori storici dell’artista belga Jan Fabre, aprendo la maratona con The Power of Theatrical Madness, presentato per la prima volta alla biennale di Venezia nel 1984. «Costantemente alla ricerca di una forma di arte totale, con un operazione di re-enactment», spiega Fabre, l’artista rimette in scena i suoi primi lavori con precisione assoluta per poter guardare con occhi nuovi il teatro, sposando il concetto di Gesamtkunstwerk, che, secondo Fabre, Richard Wagner teorizzò e formalizzò per primo. Immagini, musica, danza, canto e scenografie si fondono in un’unica opera che, seppur magistralmente eseguita e tecnicamente impeccabile, dimostra concettualmente tutti i suoi 30 anni.
4 ore e 20 minuti che a inizio spettacolo sembrano decisamente eccessive, si rivelano invece perfette per entrare in sincronia con il vortice ipnotico in cui l’artista, qui regista, scenografo e coreografo, intende trascinare il pubblico. La libertà di potersi muovere per il teatro, entrare e uscire a piacimento superata la prima mezz’ora, rende questo spettacolo una sorta di entità a sé, come se il teatro stesso fosse vivo indipendentemente dagli osservatori, producendo un effetto magnetico per cui la curiosità di sapere cosa accade, vince sulla scelta di lasciare alcune parti all’immaginazione.
Sullo sfondo di dipinti di Raffaello, Michelangelo o Fragonard, un susseguirsi di atti composti da azioni ripetute, reiterate, ossessivamente replicate in una messa in scena del gesto teatrale stesso, sfocia in un intermittente elenco della buona arte, in cui gli attori gridano sfiniti date, autori e titoli delle grandi opere teatrali di sempre. I suoni diventano sempre più ritmo, e i gesti finiscono per perdere significato, in una performance caricaturale della vita nelle sue componenti più primordiali come baciarsi/nutrirsi/vestirsi/purificarsi, ma il ripetersi nervoso di queste azioni sortisce per fortuna un effetto quasi più comico che esasperante. Certo, lo sforzo impetuoso nel superamento dei limiti psicofisici si legge oggi in chiave molto soft, viste le esperienze artistiche di performer più recenti ed è decisamente poco borderline per la nostra epoca, il titolo Madness sembra quasi troppo didascalico, ma il pubblico riesce a fare propria senza angoscia la frustrazione degli attori e seguire i moti umorali della scena.
La musica si fa una presenza più imponente durante due o tre punti climax, e sulle note di compositori più classici come Wagner o Strauss, o più sperimentali come Wim Mertens, è la danza a conquistare maggiormente il lato emotivo di questo percorso; attori nudi ballano con la stessa bellezza statuaria di due atleti dell’antica Grecia, o altri con costumi luccicanti si fanno portatori di gioia e frenesia. Costantemente sul filo della battaglia tra istinto e razionalità, tra ragione e sentimento, questo spettacolo risulta però poco rinnovato nelle sue componenti più intrinseche di ricerca introspettiva da un lato, intesa come indagine del ruolo dell’attore nel teatro, e di quella più universale dall’altro, più volta allo spettatore invitato a immedesimarsi nella parte che recita di fronte all’arte stessa. (Elisabetta Donati de Conti)
The Power of Theatrical Madness di nuovo al Teatro Piccolo stasera alle 19.30, This Is Theatre Like It Was To Be Expected and Forseen, della durata di 8 ore, in scena invece il 31 maggio e l’1 giugno alle 15.00.














