28 settembre 2015

Fossil Funds Free. In Inghilterra una nuova campagna, firmata da 180 artisti e associazioni, per smetterla con i “fondi neri” alla cultura

 

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C’è una gran mobilitazione di coscienze, di questi tempi, e non va affatto male. In Italia lo abbiamo visto con il nostro Forum dell’Arte Contemporanea a Prato, per riflettere sul sistema, mentre pochi giorni prima era stata la missiva internazionale rivolta ai politici europei per il sostegno dei migranti, da parte di dozzine di artisti internazionali. Ora arriva invece dal Regno Unito una nuova richiesta: smetterla di accettare sponsorizzazione all’arte da parte di compagnie petrolifere.
Il riferimento è ovviamente in massima parte alla BP, che fino al 2017 sosterrà i programmi di Tate, British Museum, Royal Opera House e la National Portrait Gallery con qualcosa come 10 milioni di sterline, ma c’è in mezzo anche Shell. A firmare sono stati in 180, tra cui il drammaturgo Caryl Churchill, il fumettista Martin Rowson, l’artista Hans Haacke e teatri Royal Court e Arcola a Londra.
Gli attivisti sostengono che questi accordi conferiscono alle compagnie petrolifere una legittimazione culturale, e che le organizzazioni potrebbero prendere soldi altrove, come ricorda anche Anna Galkina, di Platform: «La BP non è che dia così tanti soldi; se ci fosse volontà, questo denaro sarebbe facilmente sostituibile»., anche se la Tate sostiene che la BP sponsorizza il 20 per cento del museo. 
Il movimento “Fossil funds free” ha trovato l’appoggio anche di associazioni come ArtsAdmin, che ha invitato tutte le organizzazioni a partecipare alla petizione e smettere di dare credibilità alle imprese le cui operazioni minacciano il futuro del nostro pianeta. 
Resta però da scardinare qualche vertice: il direttore del British Museum, Neil MacGregor, parla infatti della BP come “migliore amico dell’istituzione”, ricordando che trattasi dell’ente che negli ultimi 15 anni ha contribuito a portare il museo nell’eccellenza in cui si trova. Quel che è vero è, considerando la portata dei musei inglesi, che 300mila sterline annue alla Tate, per esempio, non saranno bruscolini, ma nemmeno tutta vita! Che fare?

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