11 marzo 2016

Basta con il petrolio all’arte. La BP annuncia la fine della partnership con la Tate di Londra, nel 2017

 

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Sono contenti gli ambientalisti, e forse sono meno contenti i lavoratori della Tate, che potevano puntare sulle sponsorizzazioni della BP.
Già, perché il gigante del petrolio più volte sotto accusa da parte di attivisti e non, innesco per una serie di performance e dimostrazioni finite anche con diverse denunce, ha dichiarato che dopo 26 anni chiuderà le erogazioni per il grande museo londinese, che non verranno rinnovate dal 2018: tra poco meno di due anni, insomma, niente più oro nero a contaminare l’arte.
Bene? Male? A dir la verità non è che si tratti di una mossa di coscienza, ma dettata solamente dalla crisi dell’azienda, che ha affermato di essere in procinto di una “riduzione della campagna spese”.
Secondo il New York Times, infatti, l’industria petrolifera sta affrontando la sua crisi più profonda dal 1990, con il prezzo del petrolio diminuito di oltre il 70 per cento dal giugno 2014. E gli esperti ritengono che potrebbero volerci anni prima che il prezzo recuperi il suo valore.
Un grave danno? A dir la verità, stando ai dati che la Tate aveva dichiarato, non si direbbe: si parla di 3,8 milioni di sterline “donate” in un arco di 16 anni. Un importo “imbarazzantemente piccolo”, come hanno dichiarato più volte gli attivisti. E ora chi ci metterà un po’ di “olio” a unger le ruote? 

1 commento

  1. Beh, semplice, tutte le gallerie d’arte che sfruttano questi spazi pubblici inglesi per proporre artisti stipendiati da cui guadagnano lauti compensi, via sarebbe l’ora che anche in Italia chi usa spazi pubblici li paghi se poi rivende i manufatti in ambito privato…

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