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MODELLO PANZA

   
 Qualche settimana fa si è spento Giuseppe Panza di Biumo, collezionista di fama mondiale, appassionato conoscitore e grande mecenate. Soprattutto un modello di come il collezionismo possa affrancarsi con efficacia dal mercato. A patto di darsi un progetto e affidarsi all’intuito... Alfredo Sigolo 
 
pubblicato
Basta un istante per capire dov’è il vero, il bene, la felicità. Non è facile, tutto questo richiede un notevole sforzo d’attenzione, non può durare a lungo, inevitabilmente le cose che desideriamo hanno il sopravvento. Ma dopo aver provato questi momenti sentiamo la necessità di riviverli, rimane dentro di noi la nostalgia del bene perduto che bisogna ritrovare.
Giuseppe Panza di Biumo

La notizia ha avuto poco risalto nel nostro paese: qualche trafiletto sui quotidiani nazionali, qualche pezzo celebrativo sul web. Non c’è da stupirsi. In Italia, dal dopoguerra a oggi, la prevalenza della cultura di sinistra ha impedito che la figura del collezionista acquisisse una centralità e un riconoscimento paragonabili a quelli assunti nel mondo anglosassone, dove Rockfeller, Guggenheim, Mellon e altri sono entrati nella leggenda. Se a questo si aggiunge che il nostro regime fiscale non ha mai favorito la compravendita di opere d’arte, si capisce perché il collezionismo in Italia si è sempre mosso sotto traccia.
Giuseppe Panza ha rappresentato un’eccezione, non facendo mistero della sua passione e anzi cercando di condividerla con il grande pubblico, cosa che gli ha dato riconoscibilità soprattutto all’estero. Ben più risalto alla notizia della sua morte è stato dato dalla stampa statunitense, in particolare il Los Angeles Times
ha affidato un approfondimento al più influente critico californiano, Christopher Knight. Anche questo non stupisce, giacché gli artisti americani e losangeleni soprattutto (Irwin, Nauman, Nordman, Ron Griffin, Larry Bell, Douglas Huebler, James Turrell, Doug Wheeler ecc.) furono quelli più studiati e collezionati da Panza. Negli anni ’50 aveva cominciato acquisendo i lavori di Kline, Rothko e Tàpies, nei ’60 quelli degli artisti pop, ma la svolta venne nel ’66 quando scoprì l’arte concettuale, quella ambientale e la sensibilità minimalista, alle quali finì per legarsi in modo indissolubile. Negli anni ’80 vendette un nucleo di opere della sua collezione al MoCa di Los Angeles, negli anni ’90 cedette al Guggenheim diverse centinaia di lavori, in anni recenti alcune decine di opere sono andate all’Hirshhorn Museum di Washington e all’Albright Knox Gallery di Buffalo e proprio all’inizio di aprile il SFMoMA di San Francisco ha annunciato l’acquisizione di 25 opere.
Il salone Impero di Villa Panza - photo Giorgio Majno
Attraverso il comodato d’uso gratuito, temporaneo o rinnovabile, costituì sezioni della sua collezione al Palazzo Reale di Gubbio, al Mart di Rovereto, al Palazzo Ducale di Sassuolo, alla Gran Guardia di Verona. 200 opere sono state donate al Museo Cantonale di Lugano, dove il collezionista ha vissuto negli ultimi anni della sua vita, mentre la storica residenza di Villa Menafoglio Litta Panza, vicino Varese, è stata assegnata al Fai con la sua dotazione di 133 opere, compresi alcuni interventi site specific.
Giuseppe Panza è stato un collezionista sempre in prima linea, uno che delle sue esperienze e dei suoi incontri amava scrivere: nei cataloghi delle mostre della sua collezione il suo contributo non mancava mai, ma è tutta da leggere la quasi-autobiografia edita da Jaca Book (Ricordi di un collezionista
) e piena di racconti, aneddoti e profili dedicati agli artisti amati.
Nonostante gli oltre quarant’anni passati dall’inizio di questa straordinaria avventura, non è ancora possibile oggi valutarne fino in fondo l’importanza, perché ha avuto l’ambizione di documentare non un pensiero né un’idea e neppure un gusto, ma una sensibilità che ha segnato quasi due generazioni di artisti. Una via trasversale che preparò il terreno a nuovi approcci concettuali, dando vita ad Arte Povera, Optical Art, Concettuale, Arte Ecologica e Ambientale...
Joseph Kosuth - The Tenth Investigation Proposition 4 - 1974 - Villa Panza, Varese - photo Giorgio Colombo
Negli anni non sono mancate le critiche, persino una celebre querelle con Donald Judd
; a Panza furono imputate spregiudicatezza, anacronismo, esterofilia: accuse smentite dalla stessa collezione, che è quanto di più lineare, rigoroso, coerente si possa immaginare. Il risultato del sogno di un grande mecenate moderno. Molte acquisizioni sono state fatte su lavori allo stato progettuale e conservati in attesa di trovare condizioni e luoghi adatti alla loro realizzazione. Di questo intenso rapporto di collaborazione con gli artisti resta testimonianza nello sterminato archivio depositato al Getty Center.
Ma parliamo di mercato, ché è la mission di questa pagina. Ebbene, le scelte fatte da Panza prescindevano dalle tendenze di mercato. Certo, sono difficilmente confrontabili con quelle delle collezioni di Eli Broad, della famiglia Rubell, François Pinault, Peter Brant o altri, universali e globali ma anche neutre, impersonali, perfettamente accreditate nel loro valore culturale dal loro valore economico: valgono perché costano. Non significa però che Panza non fosse interessato al valore economico delle opere, anzi. Per certi versi, era convinto che il mercato non avesse ancora compreso l’altezza di molti dei suoi artisti. Ciò nonostante non ostentava il minimo dubbio rispetto alle scelte fatte, nella certezza che il credito economico più importante fosse quello differito rispetto al riconoscimento del credito storico: costano perché valgono.
Villa Menafoglio Litta Panza
Nella Collezione Panza vi sono certamente figure fondamentali come Flavin
, Judd, Morris, Weiner, Ryman, LeWitt, Andre, Serra, Long, ma anche artisti meno noti (persino alcuni italiani) ai quali non fece mai mancare il suo appoggio e la sua convinzione. Il suo lavoro e la sua passione possono essere condivisi o meno, ma va riconosciuto al Conte di aver costituito un corpus di opere legate da una precisa identità, perché prima d’essere collezione di nomi e opere è paziente ricostruzione di una sensibilità e di una cultura condivisa, di un contesto storico e di pensiero, all’interno del quale anche l’episodio marginale assume un ruolo determinante, come pure l’esercizio dell’intuizione che occorre per individuarlo.

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alfredo sigolo


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 66. Te l’eri perso? Abbonati!

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indice dei nomi: Aldrich Rockefeller, alfredo sigolo, Andrew W. Mellon, Bruce Nauman, Carl Andre, Christopher Knight, Dan Flavin, Donald Judd, Doug Wheeler, Douglas Huebler, Eli Broad, François Pinault, Giuseppe Panza di Biumo, James Turrell, Larry Bell, Lawrence Weiner, Maria Nordman, Peggy Guggenheim, Peter Brant, Richard Long, Richard Serra, Robert Irwin, Robert Morris, Robert Ryman, Ron Griffin, Sol LeWitt
 

4 commenti trovati  

18/06/2010
daniele capra
http://www.danielecapra.com
Io sono di sinistra profondamente, senza indugi. E mi dispiace dire - sarei falso a non ammetterlo - che molta sinistra ha ammorbato la cultura con una visione ideologica e statalista. Il privato è il demonio, perchè la cultura non deve portare guadagno: è capitato con la musica e pure con l'arte. Non vi ricordate l'alzata di scudi seguita alle affermazioni di Baricco dell'anno scorso su come rifondare il teatro e l'opera?
Suvvia, benché non sia l'unica causa, Alfredo ci ha visto giusto.


18/06/2010
valeria fabiani
forse l'autore dell'articolo faceva riferimento al fatto che Giuseppe Panza di Biumo non si è mai genuflesso al cospetto dei poteri forti in Italia e non frequentava salotti e terrazze di sinistra

18/06/2010
c c
da che mondo è mondo, così in Italia come all'estero, successo e qualità sono termini che raramente coincidono, e sono innumerevoli gli esempi, anche attuali, di artisti, scrittori, ricercatori di ogni campo (anche collezionisti come Panza, peraltro tutto meno che uno sconosciuto) il cui riconoscimento, soprattutto in vita, è stato molto inferiore ai meriti.
questo perché, secondo me, queste persone sanno, sapevano, che le due cose sono inconciliabili: se vuoi ottenere successo, devi fare a meno della qualità ottimale del tuo lavoro di ricerca (salvo eccezioni, naturalmente, peraltro rarissime).
ma il signor Sigolo, nell'attacco del suo articolo, preferisce incolpare, dell'insufficiente rilievo assegnato alla figura di Panza, "la prevalenza della cultura di sinistra dal dopoguerra ad oggi".. mah?!
fra l'altro, si vede bene ora, quando la prevalenza 'culturale' è passata (e non "da oggi", caro Sigolo) alla destra, che piega abbiano preso le cose: vedi, tanto per fare un esempio fra i tanti, la recente, ennesima nomina (segnalata proprio ieri da Exibart) dell'eccelso Elkann.. un bel progresso, non c'è che dire.


18/06/2010
daniele capra
http://www.danielecapra.com
Panza è stato un collezionista culturalmente elevato e selettivo nella sue scelte. Nella sua casa non si avverte tanto la ricchezza (come capita con molti di quelli citati da Alfredo) quanto le sue idee ed il suo gusto. Essenzialmente è stato un monoteista molto sensibile, dallo spirito nobile.
Senza fare agiografia, bisogna sottolineare quanto le sue scelte nascano per amore e mai per calcolo, caratteristica che talvolta è sfociata in una sorta di fissazione per certi autori.
In Italia pochi tuttora ne conoscono la reale grandezza. E dispiace.


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