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MA BUGO IL CANTANTE?

   
 Trasversale, diretto, inclassificabile. Chi è il cantautore? Quale l’artista visivo? Dal palco alla dimensione white cube degli spazi espositivi. L’arte oltre i ruoli, le specializzazioni e le competenze tecniche. Avere le idee chiare e muoversi su terreni diversi. Incontro con un visionario che si spaccia per dilettante. Da venerdì in mostra a Roma. Con la curatela di chi l’ha intervistato per Exibart... Pericle Guaglianone 
 
pubblicato
Come presentarti? Come Bugo in arte Cristian Bugatti? Oppure come Cristian Bugatti e basta?
Bugo è lo pseudonimo che utilizzo come cantautore. Ho sempre avuto difficoltà a propormi con un nome. Nel ‘93 ho iniziato fondando un gruppo chiamato Quaxo, ma ero io che componevo tutti i brani. Sciolto il gruppo nel ‘96, ho realizzato un cd anonimo. Ho fatto diverse serate con nomi diversi, poi dal ‘98 ho deciso di propormi come Bugo. È un nome d’arte? Forse. Per molti è il mio unico nome, è un brand. Come artista visivo faccio mostre sia come Bugo che come Cristian Bugatti e non credo che sia importante, mi diverte questa cosa indefinita. Spesso faccio decidere a chi cura la mostra.

Cosa è stato determinante nel tuo percorso di avvicinamento all’arte visiva? C’entra qualcosa il fatto che nell’era della musica in formato mp3 le copertine dei dischi non le guarda più nessuno? Quando hai capito di poter fare sul serio?
Il mio primo vero interesse è stata la poesia, in particolare quella di Rimbaud. Durante il liceo ho tenuto un paio di lezioni di poesia, in cui non insegnavo nulla ma invitavo a scrivere poesie, liberamente e di qualsiasi tipo. Era una cosa decisamente punk. Fu un successo. Durante i giorni di autogestione fu la classe più numerosa, ed erano quasi tutte ragazze! Poi mi sono avvicinato alla musica, ho scritto canzoni. Mi sembrava un bel modo per vivere. Ho cominciato a lavorare da mio padre, una scusa per non lavorare veramente. Alla sera scrivevo poesie e canzoni. Realizzavo anche collage e sculture con gli scarti di ottone che prelevavo dalla ditta di mio padre.

Cristian Bugatti - Senza titolo - 2009 - gesso segatura vetro piume - photo Jacopo BenassiDa subito trasversale. Poi che è successo?
Nel 2000 mi sono trasferito a Milano per dedicarmi completamente a me stesso. Ho fatto qualche disco. Nel 2005 mi è tornata la voglia di dipingere, mi incontravo con il pittore Massimo Caccia nel suo studio. È stato un disastro, non mi veniva nulla, ho buttato via tutto. In quel momento di frustrazione mi è venuta un’idea: curare una mostra-tributo a Massimo Caccia, inscenando la sua scomparsa. La cosa è continuata così, in modo naturale, ho fatto vedere qualche mia cosa a diversi curatori, ho fatto qualche mostra.

A me sembra che il momento sia propizio per un operare eterodosso come il tuo. Anzi, considerato che attualmente nell’arte contemporanea si registrano un rinnovato interesse per la performance e un avvicinamento ad ambiti prossimi alle arti sceniche, questo tuo spostamento in senso opposto, dal palco alla dimensione white cube dello spazio espositivo, risulta particolarmente insolito e degno di attenzione. Che idea ti sei fatto del cosiddetto “sistema dell’arte (contemporanea)”? Sei consapevole che nell’Italia dei settarismi intellettuali passare per art-rocker può comunque costituire un handicap?
Gli handicap mi interessano, se voglio usare questa parola per intendere menomazione, svantaggio, difetto, diversità. Come musicista non mi sono mai sentito parte di una scena underground o viceversa mainstream. Mi sento sempre fuori posto, ma questo non mi impedisce di esprimermi. Non credo che un artista decida di esprimersi in base a quello che pensano gli altri. Lo fa e basta, non ha via di scampo, deve farlo. Io credo di occuparmi di arte un po’ per risolvere i miei problemi, un po’ per evadere, un po’ per reazione, un po’ per pigrizia, un po’ per sentimentalismo. Ho qualche idea, la propongo e poi sta al “sistema” decidere se accettarmi o no. Io mi considero un dilettante, è relativamente da poco tempo che mi occupo di visuale in senso stretto, ma ho ancora molte cose che voglio analizzare. Il fatto di essere conosciuto come musicista può essere un vantaggio perché può suscitare interesse in chi mi conosce, ma non è detto che le mie idee vengano accettate solo per questo. Al tempo stesso, ci sarà sicuramente qualcuno scettico, ma questo non mi preoccupa, lo capisco. Tutti mi dicono che è difficile fare arte in Italia, ma queste sono cose che ho sempre sentito dire anche dai musicisti. La mia impressione è che esistano gruppi chiusi, che invece di confrontarsi si fanno la guerra. Per fortuna ci sono le persone singole, che magari fanno fatica perché isolate, ma con cui c’è il rischio di trovare un terreno di analisi comune.

Cristian Bugatti - Dio - 2007 - macchina da scrivere - photo Nicola FavaronNel 2009 si sono viste in Italia tre mostre riconducibili ad altrettanti filoni della produzione artistica più recente. Sto parlando dei progetti presentati a Venezia da Daniel Birnbaum (Making worlds) e dalla coppia Luca Beatrice/Beatrice Buscaroli (Collaudi), e a Roma dalla più giovane Kathy Grayson (New York Minute). Quale delle tre proposte hai trovato più interessante e coraggiosa? Dove sta andando secondo te l’arte del nostro tempo? Nuova classicità, localismo o psichedelia hipster?
Ognuna delle tre mostre aveva qualcosa che mi ha colpito. In generale ho notato una temperatura troppo alta, nel senso che c’erano esposte troppe opere, soffocavo in quei luoghi. Collaudi ad esempio mi ha dato un senso di claustrofobia, così scuro e denso. New York Minute è stato il tentativo di rappresentare una scena. Forse è la mostra che mi è piaciuta di più. C’erano delle cose notevoli. Anche il lavoro di Sissi a Venezia mi ha colpito. Non so dirti dove sta andando l’arte. Dico solo che mi sembra di sentire che c’è bisogno di maggior introspezione, gli artisti si stanno scrollando di dosso le macerie degli anni zero, c’è questa atmosfera spirituale che sento nell’aria da diversi anni. Ricordo che nel 2003 ho registrato canzoni introspettive che hanno dato una svolta al mio modo di fare musica. Certamente c’è chi insegue una nuova classicità, ma mi mette ansia il pensiero di guardarmi indietro. Personalmente mi interessa molto il localismo, da sempre, “sono qui e mi muovo qui”, il localismo mi aiuta a sentirmi parte del mondo, non è isolazionismo, è che preferisco crearmi un mondo attorno per non perdermi nell’oceano delle informazioni globalizzate. La psichedelia hipster è un fenomeno americano per lo più, tuttavia credo che risenta di quel bisogno di spiritualità cui ti accennavo.

Come songwriter lavori da anni con le parole. Guardando alla storia dell’arte contemporanea avrai avuto modo di constatare la crucialità dell’investigazione sul linguaggio verbale, che è elemento tipico della migliore tradizione concettualista (da Boetti a Weiner, da Kosuth a Nauman, fino a Jenny Holzer e oltre). In che misura e con quale valenza la parola come ambito di intervento si ritrova nella tua attività di artista visivo?
Ah, la parola! Io adoro leggere, mi piace scrivere, ho sempre con me un taccuino, a casa sono pieno di taccuini iniziati e non finiti, con disegni schizzi poesie conti per la banca, insomma la mia vita. Con le parole si può fare di tutto. Dal faceto al serioso, dall’archivistico all’immaginativo, dal surreale al giornalistico. La parola è anche un terreno di indagine che mi interessa e mi diverte. Come artista visivo ho fatto qualche cosa con la parola, ma non mi vincolo, cerco di muovermi su diversi terreni. Il mio processo è molto istintivo. Mi viene in mente Magritte, un artista che amo. I titoli dei suoi quadri erano incredibili, davano il giusto senso del mistero, lui adorava la poesia.
Bugo - Sguardo Contemporaneo - 2006
Troppo spesso si dimentica che “idea” vuol dire “cosa da vedere”. In questo senso trovo coerente che un visionario si ponga di là delle specializzazioni, dei ruoli e delle competenze tecniche. Rispetto alle solite mostre di disegni del regista X, o di dipinti dell’attore o del cantante Y, la novità almeno in Italia della tua proposta consiste in una pratica artistica che in nome della preminenza dell’idea esclude connotazioni media-specifiche. In due battute come introdurresti il tuo lavoro?

Ho degli interessi, mi vengono delle idee e cerco di realizzarle. Effettivamente non ho competenze tecniche, non ho frequentato nessuna accademia o scuola d’arte. Molte mie cose visuali le faccio realizzare da specialisti, ma non è detto che non ci metta anche “la mia mano”. Nella mia pratica mischio concetto con improvvisazione, non posso fare a meno della mia spontaneità. C’è anche la possibilità di cambiamenti all’ultimo momento.

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a cura di pericle guaglianone

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 63. Te l’eri perso? Abbonati!



dal 26 febbraio al 31 marzo 2010
Cristian Bugatti

a cura di Pericle Guaglianone

VM21artecontemporanea

Via della Vetrina, 21 (zona piazza Navona) - 00186 Roma

Orario: da lunedì a venerdì ore 11-19,30; sabato ore 16.30-19.30

Ingresso libero

Info: tel./fax +39 0668891365; info@vm21contemporanea.com;
www.vm21contemporanea.com
Motelsalieri

Via Lanza, 162 (rione Monti) - 00184 Roma

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Ingresso libero

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indice dei nomi: Beatrice Buscaroli, Boetti, Bugo, Daniel Birnbaum, Jenny Holzer, Kathy Grayson, Kosuth, Luca Beatrice, Magritte, Massimo Caccia, Nauman, Pericle Guaglianone, Rimbaud
 

2 commenti trovati  

24/02/2010
mahh
un favore a Guaglianone?

24/02/2010
bugo nell'acqua
in miniera (in Cina)

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