Pollice recto per Casiraghi. Il Samuel Keller nostrano, dopo aver presentato il ben servito alla sua Artissima, fiera diventata, per la sua formula aggressiva, un modello internazionale soprattutto per le innumerevoli rassegne nomadi (Scope, Volta, Nada ecc.), riesce nell’impresa di organizzare un evento di mercato competitivo nella capitale, trascinandovi molti dei big del Norditalia. E lo fa, ancora una volta, con una formula innovativa, puntando a valorizzare il territorio (così si dice, no?), sfruttando la stessa logica che ha portato Gagosian a Roma: l’arte contemporanea diventata fenomeno di massa, che ha trasformato il mercato in evento culturale, ha bisogno di grandi palcoscenici e l’Italia, da questo punto di vista, ha potenzialità grandissime.
Ma ci vogliono idee. Tutti hanno già dimenticato la timidissima Cornice Venice Art Fair, organizzata fuori città, al Tronchetto, durante la Biennale veneziana. Casiraghi ha scelto un’altra strada, portando le gallerie nel cuore del centro storico, all’interno dei palazzi romani. Ha insomma messo l’arte su un podio irripetibile. E di fronte alla Colonna Antoniniana di Piazza Colonna (appunto!) o ai volumi di Santo Spirito non c’è Regent’s Park, Messe Basel, Pier 94 o Regiment Armory che tengano.
Tutto il resto, le polemiche dell’interminabile vigilia, i risultati in termini di pubblico e vendite non proprio esaltanti, gli allestimenti frettolosi, la selezione altalenante, le location di serie A e B, la scelta dei collaboratori, sono un’altra storia.
Roma è stata comunque una bella sfida per gallerie, artisti e opere. E un’opportunità straordinaria, per il pubblico, di godere del confronto fra antichità e contemporaneità che, quando si accende, perviene a risultati affascinanti. Due flash: i
Silver mirror eyes di
Jonathan Monk alla mostra di Achille Bonito Oliva
Cose mai viste alle Terme di Diocleziano: una sequenza di piccole foto in bianco e nero con gli spilli a infilzare gli occhi dei personaggi ritratti. E il
Domestic Glass Meets Wild Glass di
Jimmie Durham, un intervento sonoro minimo, un precipitare continuo di vetri fra le rovine dell’Impero.
Pari e patta alle Terme fanno gli
Stracci italiani di
Pistoletto, il
Globe di
Mona Hatoum,
Charles Avery, la
Leda e il Cigno di
Matt Collishaw.

Da brividi invece le scelte di
De Paris,
Gligorov,
Piacentino,
Rosenquist e persino
Schnabel. Qui la mostra –che rimane bene allestita- scade decisamente. Inspiegabili l’affollamento isterico di spazi già pieni, la selezione di opere spesso inadatte, l’allestimento che regala storture come il piccolo
Paladino quasi dimenticato su un davanzale o il minimalismo del
Pavilion di
Dan Graham defilato in un angolo, diventando il ripostiglio degli operatori tv accorsi per l’intervista di rito.
Restando alle mostre, neppure l’
Incipit di Ludovico Pratesi, opere scelte dalle collezioni dell’Associazione Giovani Collezionisti a Palazzo Rospigliosi, resterà nella memoria. Una collettiva di opere per lo più straviste, senza capo né coda, di qualità medio-bassa. Se questo è il collezionismo italiano giovane, siamo proprio alla canna del gas. Citiamo, per amor di cronaca, tra le cose azzeccate, il cielo al di là del filo spinato nella foto di
Emily Jacir, l’interpretazione de
La dolce vita di
Vik Muniz, l’
Interno 46 di
Giuseppe Pietroniro, l’
Aureola casa di
Francesco Arena e il
The Tree di
Marina Abramović.
Qui finiscono le mostre e inizia la fiera. Il Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia è quasi nascosto da un allestimento eccessivamente appesantito e datato. Se non si alza lo sguardo, il contesto appare quasi ordinario. Ci pensa il cubo trasparente della lounge collocato nel chiostro a ricordare al visitatore che non è così.
Stanno qui le gallerie più giovani e aggressive e la selezione non è neppure male. Equilibrato lo stand di
Pack con
Di Fabio,
Basilé e
Masbedo, lussureggiante quello di
1/9 grazie alle novità di
Artists Anonymous e
James Hopkins.
Vistamare lascia spazio ai ritratti d’artista di
Abate,
Cesare Manzo si fa apprezzare per l’alternanza di storici come
Pistoletto (
Progetto n. 92 delle Cento Mostre nel Mese di Ottobre 1976, 1995), giovani come
Matteo Fato, lavori interessanti come i collage di
Justin Lowe.
Giò Marconi regala un
Vezzoliin tema, con il ritratto piangente di Messalina, e si fronteggiano
Nicola De Maria ed
Emilio Prini da
Pio Monti. Allestimenti istituzionali sono quelli di
S.A.L.E.S.,
Sonia Rosso e
Lorcan O’Neill.

La madrilena
Pepe Cobo investe sul nuovo, come
Mp & Mp Rosado, sui classici vanno invece
Continua, con
Kapoor, e
Raffaella Cortese, con
Kiki Smith e
T.J. Wilcox. In particolare, quest’ultima centra la scelta dell’alta qualità nelle dimensioni contenute.
Tre le presenze curiose, l’australiana
Tolarno che, oltre a
Patricia Piccinini, si fa notare anche per l’eclettismo di
Brook Andrew, le foto di
Bill Henson (già in Biennale) e
Rosemary Laing.
Al Tempio di Adriano l’atmosfera si fa più intima. Sette stand solamente per due segnalazioni significative: le ristampe fotografiche di
Rodchenko di
Photology (dalla mostra in galleria) e la video room allestita dalla bilocata
Raffaella Cortese, per rivedere
A Needle Woman (1999) della coreana
Kimsooja.
A Palazzo Wedekind le gallerie possono alternare l’allestimento interno a quello sulla balconata. Anche qui, due segnalazioni: il sempreverde
Schnabel di
Robilant+Voena (qualche cartuccia da sparare c’è ancora) e la scelta indovinata di
Tucci Russo nel puntare tutto su
Penone: le sue opere paiono quasi mimetizzarsi sul pavimento, con grandi effetti di suggestione. E di vendite.
Infine, Palazzo Feerajoli come il salotto buono, dove si alternano i big
Minini,
Artiaco,
De Carlo,
Gian Ferrari con risultati piuttosto deludenti. L’unico tentativo di dominare lo spazio impegnativo lo fa
Lia Rumma con
Alfredo Jaar.
Karsten Greeve dà addirittura forfait.

Tirando una riga, Casiraghi riesce ma solo sulla carta. Alla prova del nove il manager si piega al suo stesso progetto: servivano un occhio curatoriale e una strategia di negoziazione con gli operatori per mandare in scena l’ambiziosa scommessa del dialogo fra antichità e contemporaneità.
Si dirà “è solo una fiera” e ci si va per vendere. A parte il fatto che non sta scritto da nessuna parte che una fiera serva solo a vendere (nessuno si chiede quanto hanno venduto le aziende al Salone del Mobile di Milano o a quello dell’automobile di Francoforte). Ma, sia pure concesso, a nessuna azienda si perdonerebbe di scivolare proprio sul fronte, si passino i termini, del packaging e del brand management.
Invece, alla fine i nodi sono venuti al pettine, soprattutto l’insipienza dei galleristi che non hanno colto l’occasione di sfruttare la duttilità di certi artisti, suggerendo ai loro stessi clienti soluzioni allestitive intriganti. Gli inevitabili vincoli imposti dalla location non possono essere un alibi accettabile.
A questo proposito, vengono a mente le tanto criticate operazioni di autopromozione del supercollezionista Panza Di Biumo. Che hanno dimostrato almeno la possibilità di coniugare efficacemente arte minimalista e concettuale con le residenze storiche italiane (vedasi gli esempi della Gran Guardia di Verona, del Palazzo Ducale di Sassuolo e di quello di Gubbio). E con risultati assolutamente notevoli.

Eur: ARTEcontemporaneamodernaROMAUn capitolo a parte lo teniamo per l’immancabile fiera collaterale, qui organizzata all’Eur. Solo in apparenza cambiano le prospettive. Perché se è pur vero che, a differenza della fiera di Casiraghi, il Palazzo dei Congressi è contesto utilizzato nel pieno delle sue funzioni, è altrettanto vero che sempre di palazzo storico si tratta, progettato nel pieno della voga razionalista. E che mantiene intatto il suo carico metafisico e decadente nelle lastre di marmi bianchi e neri disposte in maniera speculare, nella scalinata e nel colonnato, nella terrazza, nelle lunghe fughe decorate da
Funi,
Severini,
Sironi.
ARTEcontemporaneamodernaROMA è stato voluta da Daniela Salvioni, già direttrice di SteinGaldstone Gallery di New York, curatrice per il P.S.1 e per il MoMA, che si è avvalsa anche di collaborazioni importanti (Yasmin Gebel per la comunicazione, Cornelia Lauf, Loise Neri di Gagosian Gallery, Giorgio Verzotti per la selezione). Insomma, una struttura certamente valida nelle premesse e partita con intenzioni serie, riuscendo ad attirare nomi di prestigio internazionale come
Buchholz di Colonia,
Georg Kargl di Vienna,
Greengrassi di Londra. Sul fronte italiano sono state fatte opportune scelte tra gallerie emergenti e di ricerca, come
N.O.,
Not,
Nowhere,
Allegra Ravizza, professionisti del contemporaneo come
Le Case d’Arte,
De March,
Paris, e del Novecento come
Tornabuoni,
La Nuvola e
L’Archimede.

Fin qui bene. E poi? Poi inizia un’altra fiera, quella del più disinformato provincialismo italiano, dei mercanti di bassa lega, dei corniciai dozzinali, dell’arte da bancherella di paese. Non c’è la prova ma, a occhio, qui siamo di fronte a una grande incompiuta. La sensazione è che si sia arrivati fino a un certo punto, per poi calare miseramente le braghe, tirando dentro cani e porci. Un vero peccato. Perché così facendo la fiera si è tirata la più drastica delle bocciature. E si è giocata, forse per sempre, la possibilità di far tornare quella dozzina di gallerie che dovevano essere lo zoccolo duro sul quale costruire la possibilità di dare continuità e autorevolezza al progetto.
Difficile scovare le cose degne di nota. Certamente lo è un pezzo della storia della street art italiana, il
Joys presentato da
Ravizza. Restando in tema, da
Amphisbaena di Modena si vedono
Bo e
Microbo, in compagnia dei
ConiglioViola. Lo stand più interessante per il contemporaneo è certamente
Buchholz, con
Isa Genzken,
Cerith Wyn Evans e
Tillmans. Ottima anche la proposta di
Gavlak, con
Marilyn Minter e ottimi lavori di
Aleksandra Mir, spartita con
Greengrassi, che per parte sua rilancia con la top player
Lisa Yuskavage. Equilibrati e coerenti gli stand di
Not Gallery e
Fabio Paris, che presenta l’artista virtuale
Gazira Babeli nei panni di Anna Magnani, gli interessanti tappeti simil-Boetti di
Alterazioni Video e i lavori meccanici di
Michele Bazzana. Da segnalare in giro anche una tipica mostra ultrapop di Gianluca Marziani (
Hotel Poooop), che funziona meglio su web che dal vivo, e una sezione aperta di progetti che sembra d’essere a Porta Portese la domenica presto.

Postilla: giusto sfruttare l’occasione secca della fiera romana, ma la commistione tra arte contemporanea ed edifici storici, tanto in voga in Italia, è un’arma da usare con parsimonia. E deve costituire un’eccezione, mai una regola. Primo perché gli edifici storici sono un monumento da valorizzare in sé (la sola idea di applicare il tristemente famoso termine di
riqualificazione a, che so, una villa di Palladio -già che ricorre il cinquecentenario- dovrebbe far rabbrividire); secondo perché l’arte contemporanea è fatta, per definizione, nella contemporaneità e per la contemporaneità: dialoga volentieri con il passato, ma innanzitutto vuole parlare al presente. E a diventare, in nome della moda, paravento di politiche facilone incapaci di valorizzare il patrimonio che gli è dato in gestione e di investire per creare nuovi luoghi per l’arte, proprio non ci sta.