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L'ALTRA BERLINO

Cadeva il muro di Berlino, vent’anni fa. E con esso una contrapposizione decennale fra territori, ideologie, stili di vita. Una serie di manifestazioni, anche in Italia, hanno ricordato quest’evento capitale per l’Europa e per il mondo intero. Ma l’insicurezza non è caduta insieme al muro...


pubblicato giovedì 12 novembre 2009
A vent’anni dalla caduta del muro è doveroso interrogarsi sulla situazione attuale, sulle conquiste e sulle sconfitte della riunificazione tedesca, andando oltre agli entusiasmi espressi nei festeggiamenti e alla proliferazione di manifestazioni a esso dedicate.
Il lungo periodo intercorso tra il 1989 e il 2009 lascerebbe presupporre un superamento di quelle differenze sociali, economiche e culturali che si andarono sedimentando a seguito del dopoguerra, quando la Germania fu divisa in quattro zone d’occupazione dai grandi leader Churchill, Stalin e Roosevelt. Il muro, eretto nel 1961, non fu altro che la risposta concreta a una necessità, quella di impedire la migrazione di cittadini della RDT (la Repubblica Democratica dell’Est) verso la RFT (Repubblica Federale dell’Ovest). Un atto veramente efficace, che implicava l’esistenza di una lacerazione precedente tra i due territori, a causa del sistema politico che li governava e delle ideologie.
E invece, ancora oggi, gli aggettivi ‘orientale’ e ‘occidentale’ sono utilizzati da quotidiani e riviste per connotare questo o quel personaggio; un museo della DDR è stato aperto nel centro di Berlino, oltre che per conservare una traccia della storia, per soddisfare il desiderio di una parte della popolazione che rimpiange, forse un po’ anacronisticamente, una sorta di semplicità della vita sotto il regime, con le sue sicurezze e le sue scelte obbligate, lontane dalle libertà - a volte terrificanti - del capitalismo occidentale.
Eyal Sivan & Michel Khleifi - Route 181: Fragments of a Journey in Palestine-Israel - 2004 - still da film - 270’
Un sentimento ambiguo, la cosiddetta Ostalgie, che trova le sue origini nella reazione diffidente dell’intellighenzia orientale, contraria alla modalità di svendita dell’Est all’Ovest; molti intellettuali, infatti, come Christa Wolf e Christoph Hein, si schierarono - temendo l’Identitätsschwund (‘perdita d’identità’) - a favore di un socialismo umano, che prendesse le distanze dall’ingerenza accentratrice del partito e promuovesse una democrazia improntata su valori solidi, altrettanto estranei a quelli occidentali, considerati vuoti e pericolosi (Good Bye Lenin, miglior film europeo al festival di Berlino del 2003, ricreava fantasticamente un socialismo ad hoc per restituire dignità alle aspettative disattese).
Lo slogan “Non siamo in svendita. No alla Repubblica delle banane” simboleggiava proprio questa visione preoccupata (le banane, merce introvabile della RDT, impersonavano il tipico desiderio dell’Ossis quando si recava all’Ovest). D’altro canto, il fatto che oggi l’omino del semaforo, l’Ampelmann sia diventato addirittura un marchio e una catena di negozi, fa pensare che la previsione più nera si sia avverata, che di quei simboli non resti altro valore che la loro estetica vintage (oggetti cult come l’automobile Trabant, il cetriolo dello Spreewald e gli stessi pezzi di muro ridotti a feticcio da merchandising).
Rosemary Laing - 5.10 am, 15th December 2004 - 2004 - fotografia a colori - cm 85x169,5 - courtesy Galerie Lelong, Paris New-York Zürich, New York & Galerie Conrads, Düsseldorf & Tolarno Gallery, Melbourne
Certo è che la libertà ha il suo prezzo, e la democrazia si pone come un territorio incerto, dove la responsabilità è affidata alla volontà dell’individuo e non all’imposizione violenta e dove ciascuno ha l’obbligo di impiegare le proprie risorse per riscontrare un riflesso e un’appartenenza nella società.
È quindi giusto e sacrosanto che sia celebrato e ricordato quel 9 novembre 1989 e che le nuove generazioni possano leggere nell’entusiasmo di quel giorno l’affermazione di un valore che nessun uomo ha il diritto di mettere in discussione.
Allo Spazio Oberdan di Milano è proposta un’interessante testimonianza fotografica, Aldilà del muro a cura di Lorenzo Cappellini, fotografo che ha documentato in presa diretta la felicità e l’entusiasmo del popolo durante la liberazione pacifica e il coinvolgimento mondiale all’avvenimento; sempre a Milano, il Goethe Institute ha organizzato una performance (Geboren zum fallen. Born to fall) alla stazione Garibaldi, dove due gruppi di artisti si sono affrontati ricordando Berlino.
Regina José Galindo - Proxémica - 2003 - trittico fotografico da performance - courtesy Prometeogallery, Milano
A Firenze, il Deutsche Institute (nell’ambito della manifestazione della Regione Toscana Prima o poi tutti i muri cadono) ha ideato un happening in Piazza Strozzi per abbattere un muro fittizio, dando la possibilità ai partecipanti di riviverne simbolicamente l’emozione e di ripercorrerne le tappe attraverso il graffito (strumento cardine della sua negazione).
A Roma (dove un pezzo di muro assai verosimile è stato ricostruito in Piazza di Spagna), l’associazione Wunderkammern presenta un ciclo d’interventi creativi a opera di artisti internazionali, che per otto giorni operano per rappresentarne la memoria critica; tra questi, il tedesco Gunter Schäefer, da vent’anni impegnato nella causa, autore del murales Vaterland (bandiera tedesca con in centro la stella ebraica, mistificato più volte dalle calunnie neo-naziste) sulla East Side Gallery di Berlino (restaurata integralmente in occasione del ventennale), il chilometro e mezzo di muro che, nel 1990, fu dipinto per la prima volta, sul lato orientale, da un centinaio di artisti, andando a coprire il grigio del cemento con messaggi di pace, speranza e tolleranza.
Banksy - Senza titolo - s.d.
La demolizione del muro non ha certamente potuto risolvere tutte le corpose problematiche che lo tenevano in piedi, ma ha rappresentato l’atto d’inizio di una nuova era. Rimettendo nelle mani degli individui la facoltà di scegliere, con tutti i rischi che ne conseguono. Anche quello di sbagliare.

eugenia bertelè


*le immagini che corredano questo articolo sono tratte da “Berliner Mauer”, articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 61. Te l’eri perso? Abbonati!

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