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Abu Dhabi Art Fair 2010

   
 Il tira-e-molla di Abu Dhabi: reali difficoltà o puerile strategia di marketing? Fatto sta che, anche quest’anno, la fiera c’è stata. Con un occho alla Torino di Artissima. E poche attrattive collaterali... cristiana de marchi 
 
pubblicato
Sta diventando una tradizione. La fiera d’arte di Abu Dhabi è regolarmente preceduta da una serie di dubbi e interrogativi sulla sua effettiva realizzazione e, come ogni anno ormai, a qualche mese dalla data attesa arriva il comunicato stampa che annuncia con un colpo di scena la prossima edizione e qualche "meraviglia”. Come strategia non sembra granché, piuttosto il portato di anni di cattiva cinematografia indiana ed egiziana che il risultato di una seria operazione di marketing.
Anche quest’ anno, dunque, la fiera s’è fatta, anticipata di qualche settimana rispetto alle scorse edizioni e coincidente con una serie di eventi che, come ormai quasi ovunque si tende a fare, dovrebbero giustificare la trasferta ad Abu Dhabi da parte di visitatori - semplici appassionati d’arte o collezionisti - e giornalisti.
Già, perché i galleristi in effetti qualche motivo in più ce l’avevano per presenziare. La TDIC - Tourism Development and Investment Company, che organizza la manifestazione insieme all’Abu Dhabi Authority for Culture and Heritage, ha messo a disposizione d’un numero ovviamente imprecisato di gallerie stand e spazi espositivi gratuiti al fine, da una parte, di incoraggiare la partecipazione di galleristi altrimenti alquanto riluttanti; dall’altra, conseguentemente, di gonfiare i numeri di una fiera che, a dirla tutta, proprio non ce la fa a decollare.
L’altro stratagemma per far lievitare i volumi di vendita della manifestazione, da pubblicizzare successivamente come un vero e proprio biglietto da visita, è consistito nel condizionare i potenziali acquirenti (specie quelli istituzionali) e di vincolarne gli acquisti ai canali della Abu Dhabi Art Fair. In altre parole, i collezionisti di calibro si sono visti costretti ad acquistare attraverso le gallerie partecipanti alla fiera senza potersi rivolgere direttamente agli artisti, i quali, a loro volta, han dovuto accettare la mediazione delle gallerie, inviando loro una pre-selezione dei lavori sui quali i collezionisti avevano messo gli occhi attraverso website e cataloghi.
Si è trattato di una clausola il cui effetto è stato tuttavia quanto mai proficuo, se persino i curatori del Guggenheim Abu Dhabi hanno acquisito una serie di lavori seminali di Hassan Sharif attraverso gallerie presenti in mostra e non direttamente dalla fondazione che lo rappresenta.
Abu Dhabi Art Fair 2010
Si è molto parlato della crescita qualitativa delle gallerie partecipanti, con nomi quali David Zwirner, Gagosian, Acquavella, Thaddaeus Ropac, Haunch of Venison, Hauser & Wirth, Tony Shafrazi, White Cube (la maggior parte delle quali peraltro già presente lo scorso anno), rivaleggiando quanto alla tempistica con la nostrana Artissima, di cui a Dubai si sono, guarda un po’, tessute le lodi. Infatti, la neo-nominata direttrice di ArtDubai, Antonia Carver, dopo aver presenziato come doveroso alla serata inaugurale di Abu Dhabi Art, si è involata verso Torino per esplorare l’interpretazione alla Manacorda della fiera più osservata d’Italia, tornando con una serie di idee e suggerimenti di cui coglieremo forse i frutti fra qualche mese, in primavera, come d’obbligo quando si parla di primizie.
Ma torniamo alla proposta, all’offerta che dovrebbe essere ugualmente uno sprone in un Paese in cui le più frequentate occasioni per accostarsi all’arte contemporanea occidentale rimangono pur sempre le fiere. Quest’anno più che nelle passate edizioni si è imposta la presenza dei classici, fra gli artisti moderni come fra quelli contemporanei, a tutto svantaggio degli emergenti, qui totalmente negletti. Gli immancabili Picasso, Frank Stella, Richard Serra, Daniel Buren, Basquiat e Andy Warhol hanno affiancato i non meno imperdibili Shirin Neshat, Mona Hatoum, Ai Weiwei, Dennis Hopper, Damien Hirst, Anish Kapoor e Louise Bourgeois.
Come sempre, pochi i nomi di artisti locali veramente contemporanei, se si eccettua la presenza moltiplicata di Abdulnasser Gharem (di cui si segnala in particolare il bel No or bad signal), artista saudita già visto a Venezia durante l’ultima Biennale, e il ritorno negli emirati dell’indiana Bharti Kher, qui rappresentata da Hauser & Wirth, oltre al ricordato Hassan Sharif, di cui Salwa Zeidan ha fugacemente proposto una serie di performance ed esperimenti dell’inizio degli anni ‘80.
Cy Twombly - The Rose (IV) - 2008 - acrilico su pannello in legno - cm 252x740
Sembrerebbe totalmente mancare quest’anno una progettualità concreta sfociante in un appiattimento sulla nozione commerciale che non ha francamente giovato alla fiera. Pochi gli eventi collaterali da sottolineare, contrariamente allo scorso anno, quando la connotazione non profit e puramente informativa aveva pur goduto di una certa attenzione (anche quest’anno gli si è dedicato uno spazio, ma talmente in sordina da passare completamente inosservato).
A margine, una paio di mostre ugualmente ospitate negli spazi dell’Emirates Palace dalla caratterizzazione diametralmente opposta tanto da parere la visualizzazione di una dimostrazione a tesi: da una parte Oeuvres Contemporaines 1964-1966, che ha visto accostati Alberto Giacometti e Daniel Buren entro uno spazio bianco di abbacinante essenzialità; dall’altra Opening the doors: collecting Middle Eastern Art, una mostra bazar in cui il pregio di alcuni dei lavori esposti risulta totalmente liquefatta nella moltitudine e nella caoticità di un accrochage che nulla ha da spartire con il concetto di curatela.Numerosi come sempre gli incontri a latere, la formula delle discussioni collettive essendo ormai abbastanza seguita anche localmente. Talking Art ha visto quest’anno la partecipazione di figure ragguardevoli della scena artistica mondiale quali Emilia Kabakov, Jeff Koons e Paul Schimmel, il curatore capo del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, affiancati da rappresentanti di Bonhams, Christie’s e Sotheby’s a rafforzare la presenza commerciale e a sostenere una vocazione al collezionismo ancora interamente da consolidare. Daniel Buren e Alberto Giacometti in fieraSembra essere il leitmotiv di questa edizione 2010, il tentativo di avviare un discorso sul collezionismo le cui ricadute non siano puramente teoriche. Perché - si chiedono in modo ricorrente gli artisti locali che non trovano spazio a livello commerciale - la ricca borghesia iraniana acquista gli artisti iraniani e quella indiana gli artisti indiani, mentre la pur sempre ricchissima classe dirigente dei Paesi del Golfo continua a ignorare i suoi compatrioti? Una domanda che da sola merita un ricco premio...
Opening the Doors ha per lo meno questo merito, di porre la questione, di inoculare un dubbio, di sollevare il velo su un tabù socio-culturale.Infine una parola sulla attesissima Saadiyat Island, che anche quest’anno ospita una mostra di riguardo: RSTW (un acronimo ottenuto dalle iniziali degli artisti presentati) espone una selezione della collezione Gagosian di artisti americani rappresentanti della Pop Art. Rauschenberg, Ruscha, Serra, Twombly, Warhol e Wool fanno bella mostra di sé preparando il pubblico a un programma di esposizioni a venire di cui si inizia ad assaporare il gusto. Del resto, la Pop Art rimane per antonomasia uno dei capitoli più frequentati dell’arte moderna, un mix di cultura "nobile” e di massa privato del carattere intimidatorio proprio della prima e incline a indulgere all’accessibilità propria della seconda.
Un atteggiamento abbracciato su scala nazionale dai paesi del Golfo, che si imbellettano nel tentativo di vendere un’immagine di sé che i più continuano a ritenere puramente accessoria.

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dal 4 al 7 novembre 2010
Abu Dhabi Art Fair 2010
Info:
www.abudhabiartfair.ae

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