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QUELLI CHE HANNO GABBATO AI WEIWEI

   
 Il collettivo Iocose ha inscenato l’ennesimo coup de théâtre. A subirne le conseguenze? L’installazione dell’artista cinese Ai Weiwei, di scena alla Turbine Hall della Tate Modern. E mentre la paternità dell’opera viene già messa in discussione - con tanto di didascalia modificata direttamente in loco - cogliamo l’occasione per scambiare due chiacchiere con i diretti interessati... renata mandis 
 
pubblicato
Andiamo con ordine: il vostro nome, Iocose, esprime un desiderio di reagire alle correnti demonizzate della nostra epoca, individualismo e materialismo. Giusto?
No. A quei tempi, Google riservava una bella pagina bianca per questo nome, così abbiamo deciso che andava bene.

Cosa rappresentano i collettivi artistici come il vostro all'interno del panorama artistico odierno, monopolizzato da artistar?
L’idea dell’artistar è estremamente vicina al mito del genio solitario, un’idea triste e fuorviante. I geni non sono mai esistiti, gli artisti migliori sono quelli che riescono a descrivere con forme efficaci lo spirito del proprio tempo, o dei tempi a venire. Persone che si immergono fino al collo nel mondo di tutti i giorni e ne indagano la struttura e soprattutto le contraddizioni. Ciò che fa la differenza non è il numero di quanti prendono parte alla realizzazione di un lavoro, ma la qualità del lavoro che sono in grado di produrre. Essere un collettivo è un po’ come essere una bottega e una factory al tempo stesso. In ogni caso non odiamo le star, tantomeno i loro party.

Il vostro lavoro si divide fra Berlino, Londra e Brescia. Quella di sfruttare più contesti urbani pare una scelta comune fra i collettivi (penso ad Alterazioni Video). È una scelta legata più al desiderio di confrontarsi con una dimensione cosmopolita o all'esclusiva necessità di allontanarsi dall'Italia?
Siamo proprio dei giovani italiani fuggiti all'estero. Ci mancano la pizza, la mamma, gli spaghetti e il mandolino, ma incredibilmente riusciamo a tirare avanti.

L’installazione di Ai Weiwei
Oggi l'arte deve per forza provocare?

Deve provocare gravi danni alla salute. La nostra ultima opera alla Tate Modern è stata accusata di essere nociva, perché pare che i semi di porcellana di Weiwei, usati in parte per il nostro nuovo lavoro, avessero una vernice tossica. Vatti a fidare, le cose te le devi fare da solo per stare tranquillo! L’arte deve far vivere situazioni che nella vita quotidiana per qualche motivo non sono consentite. Permettere di ripensare il mondo e le sue convenzioni. Fare arte è sempre stato molto più che parlare di forme, colori e qualità dei materiali: dai un’occhiata a un qualsiasi quadro di Caravaggio.

Nel 2008 avete presentato l'Empathy Box, una macchina progettata da un fantomatico Ente per le Religioni Unite in grado di elevare chiunque all'apice spirituale attraverso il dolore condiviso...
Abbiamo creato un culto senza frontiere, la risposta economica e casalinga a Scientology. Abbiamo colmato una richiesta di mercato dimenticata dalle grandi ditte di videogiochi ed elettrodomestici, confondendole. Non abbiamo tempo per pregare, volevamo cavarcela alla svelta. Una volta capita questa esigenza, ci siamo subito dati da fare. E tutti si sono mostrati entusiasti. Che ci voleva?

Fin dai vostri primi interventi nel 2006 si evince una chiara presa di posizione nei confronti della dimensione retorica sociale: i vostri attacchi si sono rivolti indistintamente al cittadino medio così come al ministro della gioventù Meloni...
Noi siamo grandi amici della Meloni, non ce la toccare. Lei si era detta entusiasta di salvare lo sperma dei morti. Noi aiutiamo tutte queste persone che si accontentano di poco.

IOCOSE - Sunflower Seeds on Sunflower Seeds - 2011
Spaziate da interventi al limite dell'hackeraggio alle "più classiche" installazioni. C'è un mezzo che vi rappresenta più di un altro o che si è dimostrato più incisivo?

Abbiamo sempre dato poca importanza al mezzo, che sia internet, un cane congolese, un generatore di corrente, dei semi di girasole, una droga fatta in casa o un olio su tela poco ci importa. Stiamo pensando a una serie di nature morte dipinte a olio: vogliamo buttarci anche nel mondo dell’arte da arredamento.

Nel vostro ultimo cortometraggio, In the long run, avete inscenato la morte di Madonna in filo diretto con la Bbc. Che ruolo giocano i mass media nei confronti dell'arte contemporanea?
I mass media hanno un ruolo fondamentale nell’arte, ed è lo stesso che hanno nella vita quotidiana. Sono strumenti da sfruttare per le possibilità che offrono, il trucco è non subirli, ma indirizzarli a proprio piacimento. Per noi la rete è fondamentale, non potremmo lavorare senza Internet. Con In the Long Run abbiamo sperimentato alcune potenzialità di questi mezzi: il progetto è un tentativo di ricostruzione del futuro, ovvero un’indagine su come gli eventi mediatici possano essere pre-scritti. Questo non significa che sappiamo già come accadrà e come verrà narrato un evento come la morte di Madonna, ma che, come scrive Domenico Quaranta, "il fatto, nella mente dei milioni di spettatori che lo seguiranno attraverso i media senza averne un’esperienza diretta, prenderà esattamente questa forma".

Ai Weiwei
E quali sono state le reazioni?

La gente ci scrive per chiederci se davvero l'abbiamo uccisa noi. Milioni di fan in Sudamerica non sono convinti che sia davvero morta, ma dicono che viva su un’isola con Michael Jackson e Mike Bongiorno. Sua figlia Lourdes ci manda le verifiche da firmare.

Ci illustrate il vostro ultimo lavoro?
L'opera si intitola Sunflower Seeds on Sunflower Seeds.
È un’enorme distesa di semi di girasole, attualmente esposta nella Turbine Hall della Tate Modern e promossa dalla commissione Unilever Series. L'opera è molto simile, per non dire identica, a quella precedente di Weiwei (Sunflower Seeds), ma non ci si confonda. Quella era composta da semi di girasole fatti di porcellana, la nostra ha anche dei semi di girasole naturali. Quattro semi. Li abbiamo aggiunti con un lancio di fionda dalla terrazza della Tate. L’opera nasce da una riflessione su una frase utilizzata da Weiwei per riassumere il concept del suo lavoro: gWhat you see is not what you see, and what you see is not what it meansh. Il nostro intervento modifica l’opera in modo impercettibile all’occhio umano, ma allo stesso tempo irreversibile. Il lavoro di Weiwei sembra ancora lo stesso, ma è ormai diventato qualcosa d’altro. Come nel Dipinto che lascia filtrare la luce della sera di Yoko Ono, una lastra di vetro trasparente davanti a una finestra, che non modifica in modo sostanziale il paesaggio che si può osservare, ma sottoponendolo alla nostra attenzione lo rende nuovo ai nostri occhi. Quello che vedi non è quello che vedi, quello che vedi non è ciò che significa.

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L’installazione di Ai Weiwei alla Tate Modern

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Il video dell’intervento di IOCOSE alla Tate Modern

a cura di renata mandis

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5 commenti trovati  

23/02/2011
hm
http://www.youtube.com/user/HeartMind999
pensala come vuoi me ne frego nel modo più assoluto, se io fossi stato in ai weiwei ti avrei tirato un diretto in faccia cercando di spaccarti qualche osso, la prossima volta magari ti saresti appropriato di qualcos'altro . il punto non è copiare o meno per rielaborare, ma copiare/rubare per il copiare fine a sé stesso, vuol dire che mi sfidi e poi te la meni pure in modo viscido cercando di giustificarti . una mossa pseudoconcettuale da vermi immondi che vuole vendetta .

22/02/2011
Mah
@hm: non so se sia rabbia da frustrazione o che altro, ma tu hai problemi seri.

22/02/2011
Lu
braccia rubate allo sportello bancario...

21/02/2011
hm
http://www.youtube.com/user/HeartMind999
spero che ai weiwei gli spacchi la faccia .


21/02/2011
gus
Ma come siamo ridotti? Siamo ancora quì con l'appropriazionismo e questo pop morboso (sperma dei morti, morte di madonna, ecc ecc)...meglio lady gaga. Sanno molto di Altrazioni Video 2-la vendetta-. Poi, gli artisti italiani che dal paesello vanno alla Tate Modern per esserci anche loro...guarda..latte alle ginocchia....


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