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Ma del curatore se ne può fare a meno?

   
 Rispondono Chiara Parisi e Alessandro Rabottini. Chiedendosi fino a quando possa reggere l’alleanza con l'artista (Parisi) e denunciandone la carenza (Rabottini)
  
 
Ma del curatore se ne può fare a meno? -
pubblicato

Nel suo libro Curatori d'assalto David Balzer descrive un nuovo fenomeno che identifica nel "curazionismo", ovvero non una pratica di sostegno e tutela del lavoro dell'artista, ma un offuscamento dell'opera di quest’ultimo per mettere in risalto il proprio ruolo, diviso tra l’esigenza di intercettare i gusti del pubblico e la missione di plasmare una nuova avanguardia, che poi difficilmente si concretizza forse perché mancano una militanza etica e uno sguardo più profondo. Figura inutile, quindi, se non addirittura dannosa per via di un ego che rende tutto più problematico.  
In altre parole, e con toni meno liquidatori, si rimarca quello che aveva dichiarato recentemente Francesco Bonami, identificando la figura del curatore come quella di un professionista (quando tale, e non improvvisato) ormai sorpassato, in questo caso sì inutile davvero, che deve cambiare approccio. E questo nonostante la fascinazione che questo mestiere continua ad esercitare sui giovani. 
Viene allora da chiedersi cosa è mutato oggi, e cosa ancora va cambiato, in uno scenario che - appunto - non funziona più per come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi anni, perché se sono nuove le dinamiche del sistema, a maggio ragione devono esserlo il modo in cui si avvicina l'arte.
Abbiamo chiesto a due curatori di pronunciarsi sull’argomento. Ecco le loro risposte. 

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Chiara Parisi, ex direttrice dei programmi culturali de le Monnaie di Parigi.
Siamo tutti d’accordo che la cosa veramente importante è che gli artisti continuino a produrre opere d’arte, come hanno sempre fatto anche prima dell’arrivo dei curatori. 
Certe volte è pratico, in alcuni casi indispensabile, che gli artisti siano affiancati da figure con le quali avere un challenge, e questo vale per gli artisti morti come per i vivi. In questo senso sono convinta che il curatore possa avere un ruolo centrale, ma non indispensabile. 
La storia dell’arte e della produzione di immagini coincidono di fatto con la storia dell’uomo: a quando si può far risalire la nascita del curatore? Non più di quaranta, cinquant’anni fa, direi.
Se le mostre sono dei tentativi, anche i curatori lo sono. Ci sono figure curatoriali estremamente diverse tra loro. Saper tenere tutto insieme in una visione unica – pensiero critico, capacità di mediare tra artista e pubblico, gestione delle risorse e dei tempi, abilità nel prevedere e anticipare tendenze – può essere valido ora e non esserlo tra qualche anno. E il fatto che gli artisti si dedichino con sempre maggiore frequenza a inventare le loro mostre o quelle di altri artisti è la dimostrazione di quanto questa figura sia liquida, soggetta a trasformazioni. È l’arte stessa che genera gli strumenti necessari alla propria sopravvivenza in dei precisi momenti. Il curatore è forse tra questi, ora. Ma tra qualche tempo potrebbe non esserlo più.
È l’arte stessa che detta regole ed esigenze. La cosa buona è che l’arte trovi i suoi modi di esprimersi.  
Penso, anche, che siamo un po’ tutti animati nel volere fare una mostra impopolare rifiutata dai grandi musei, che sente gli avvenimenti che cambieranno il mondo, e tutto questo in un Paese che sarà protagonista di una grande trasformazione.  Una mostra epica, insomma. 
Ecco, forse il curatore è una figura che, in qualche modo, ha partecipato a un certo cambiamento rispetto a un passato in cui eravamo abituati a concepire la relazione con gli artisti. Noi curatori abbiamo la fortuna di vivere questa cosa bellissima che è lo scambio con gli artisti, puoi suonare alla porta di Marisa Merz, e lei ti accompagna a fare un giro per Torino. Puoi essere in qualsiasi posto del mondo e ritrovarti a dialogare con un artista, godendo di un punto di vista unico. È una specie di alleanza strana che si è creata tra chi, in modo personale, persegue una stessa volontà. Un patto di amicizia, quello tra artisti e curatori, che ricorda gli artigiani medievali, come diceva un grande storico dell’arte.

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Alessandro Rabottini. Direttore Artistico miart, Milano.
Da qualche anno a questa parte sembra che la curatela d’arte stia andando incontro allo stesso destino cui andò incontro la pittura il secolo scorso: ciclicamente messa sotto esame, analizzata, fatta oggetto di attacchi polemici o addirittura data per defunta. Ma ciclicamente, appunto. Sappiamo che la pittura gode, invece, di ottima salute anche se non ho mai pensato che fosse da trattare come una specie protetta, perché per fortuna la creatività umana è qualcosa di molto più ampio e complesso dei linguaggi storicamente dati. 
Innanzitutto dovremmo intenderci su cosa sia e su cosa faccia un curatore d’arte: un curatore è un persona che, attraverso una molteplicità di percorsi – che spaziano dagli studi di storia dell’arte alla pratica quotidiana "sul campo”, dalla vicinanza agli artisti e alle opere alla conoscenza del dibattito attuale sulle narrazioni museografiche – fornisce una prospettiva sull’arte, che sia essa del passato o del presente, attraverso una serie di strumenti come le mostre, i cataloghi e le collezioni. Se siamo d’accordo su questa "specificità” d’azione, allora quello che dovremmo cercare di capire è che cosa va preservato di questa professionalità e cosa è soggetto a una revisione. Perché per "curatore” non si intende solo chi fa questo lavoro da indipendente, ma anche chi lo svolge per i musei, per le istituzioni pubbliche e private, per gli archivi, le collezioni, le fiere, le biennali.
È fuori discussione che viviamo in un momento storico in cui la tecnologia, la geopolitica, le urgenze ambientali, le questioni sociali e l’economia stanno ridefinendo i parametri di come facciamo quello che facciamo, e a questa necessità di ripensare i parametri non possiamo sottrarci.
Per quasi quindici anni ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare come curatore all’interno di istituzioni pubbliche – prima per lungo tempo alla GAMeC di Bergamo, che è stato il mio luogo di formazione e poi al Madre di Napoli – e nel mio nuovo ruolo di Direttore Artistico di miart cerco di portare, all’interno del formato di una fiera, quello che un curatore può portare: una prospettiva sulle cose. Non è un caso che miart sia una fiera in cui molti curatori sono coinvolti in sezioni specifiche, ognuna delle quali articola una dimensione del tempo e della storia dell’arte recente, e quello che posso dire è che il pubblico, la stampa, i collezionisti e i galleristi apprezzano che i loro interlocutori siano, tra gli altri, anche i curatori, ovvero persone che mettono la propria competenza al servizio di una costruzione, che è una costruzione di senso. 

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Ma se devo limitarmi all’Italia, allora devo constatare che uno dei problemi del nostro sistema non è né l’eccesso né quella che si presume sia una forma di "strapotere” dei curatori. È esattamente il contrario: in Italia non ci sono troppi curatori, ma ce ne sono troppo pochi. La maggior parte dei nostri musei ha – se messi a confronto con le realtà istituzionali internazionali – dipartimenti curatoriali ridotti all’osso. Molte delle nostre istituzioni, negli anni, hanno abdicato alla funzione di formazione di una classe di curatori in grado non soltanto di fare le mostre, ma di costruire le collezioni, di redigere i cataloghi, di approntare narrazioni interpretative per il pubblico. Di fare, insomma, quello che i musei devono fare per assicurare la costruzione di nuove prospettive storiografiche. E per verificare questa penuria basta dare un’occhiata agli organigrammi dei nostri musei. Pratichiamo, troppo spesso, l’identificazione tra chi dirige un’istituzione e chi ne cura le mostre, a discapito della formazione di figure curatoriali che possano dedicarsi alla ricerca, alla conservazione, alla catalogazione e alla diffusione della conoscenza. Se questo è, sicuramente, anche un problema di risorse economiche, non possiamo però nascondere come diventi anche un problema culturale e occupazionale, soprattutto per le nuove generazioni. Spesso lamentiamo, e a ragione, che intere generazioni di artisti italiani o di ricercatori – in ambito scientifico, tecnologico, universitario – siano state "erose” dalla mancanza di opportunità e di risorse, ma dovremmo piuttosto chiederci se questo non sia vero anche per i curatori d’arte, perché in gioco c’è la costruzione e la manutenzione della nostra memoria artistica. Se, come io credo, l’arte sia un valore da difendere e proteggere perché possa prosperare, allora i curatori sono parte di questo nostro paesaggio culturale.
 


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1 commento trovato 

07/01/2017
pino boresta, Roma
http://www.pinoboresta.com
"Una volta gli artisti, consapevoli del proprio narcisismo, dovevano rivaleggiare e guardarsi solo dai propri simili in virtù dell'innata concorrenza che sorge tra esseri umani che praticano la stessa disciplina. Ora sono parecchi anni che si deve fare i conti anche con i curatori, i critici, i galleristi, i collezionisti e tutti quelli che una volta erano i più fidati alleati degli artisti. Ora anche loro sono in preda a questa sfrenata smania di protagonismo che in questa società dello spettacolo ha contagiato ormai tutti. Insomma è sempre più ampia la platea di concorrenti con la quale l'artista si deve confrontare ogni giorno, è così che spesso soccombe o viene messo in secondo piano o, in alcuni casi, è lui stesso che si defila e si tira fuori." Questo quello che ho risposto in questa intervista qui pubblicata per chi volesse fruirne nella sua interezza: http://tuttomostre.blogspot.it/2016/09/perche-fai-lartista-ecco-cosa-risponde.html

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