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Uno scatto per la dignità

   
 Perché Manifesta è valida al di là delle solite critiche? Perché si incontra e si modella su un territorio. Creando una visione autentica, e le basi per una non facile scommessa adriana polveroni 
 
Uno scatto per la dignità
pubblicato

E dopo ArtBasel arrivò Manifesta. Finita l’abbuffata con la migliore arte del mondo, 
destinazione successiva: Palermo. Dal vicino nord pulito e danarosissimo, dove si allestiscono mostre da urlo (forse le migliori del decennio): quella dedicata a Bruce Nauman allo Schaulager e l’impareggiabile (a volte con qualche punta didascalica che però non guasta) duetto Bacon-Giacometti di scena alla Fondazione Beyeler, si plana sullo stupor mundi siculo, tra sublimi palazzi cadenti e la memoria e il presente tormentati. 
Che cosa è successo a Palermo nei giorni tra il 14 e il 17 giugno? Anzitutto è circolata una gran bella energia, con tanta gente - non solo il popolo dell’arte - ma palermitani in giro notte e giorno, in qualche modo coinvolti nella grande festa che aveva come epicentro la loro città. Palermo e la Sicilia tutta, sono terre di forte energia, basta toccarle per accenderle. Il fatto è che poi tutta questa energia che zampilla generosamente dalla gente, specie dai giovani, è spesso mal canalizzata. E questo è il rischio maggiore che correrà Palermo post Manifesta. 

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MASBEDO Videomobile, 2018 Video installation Dimensions variable Photo: Wolfgang Träger Photo Courtesy: Manifesta 12 Palermo and the artist

Curioso notare, per me che la Sicilia la conosco un po’, che diversi siciliani con cui ho parlato in questi giorni, abbiano ricordato lo scatto di dignità che seguì alle stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui morirono Falcone, Borsellino e i loro angeli custodi, quasi alludendo - un po’, molto trasversalmente - alla possibile rinascita che sembra farsi strada oggi. Anche se di rinascite, e proprio con Leoluca Orlando sindaco, Palermo in più di venticinque anni (le stragi sono del ’92) ne ha vissute tante. A singhiozzo, stop and go, poi grandi stop e ora vediamo. Ammassando però nel frattempo nuovi disastri e riuscendo a cambiare in parte il volto di quelli passati. Tanto che se si vuole prendere un luogo simbolo che incarna la bellezza ferita e insieme riscattata della città, bisogna andare proprio in quella piazza Magione e alla Chiesa dello Spasimo che, insieme al teatro Garibaldi, sono il quartiere generale di Manifesta. Semidistrutte dalle bombe e dell’incuria. Ma che hanno trasformato le ferite in una nuova idea di bellezza, senza nasconderle ma offrendole alla vista, una cosa che se Marina Abramović fosse una città sarebbe Palermo (e anche un po’ Berlino). Tra violenza e riscatto, amore e innovazione, visto che proprio qui c’è un concentrato della nuova città che avanza, tra bar poveri e di tendenza, lussuose dimore, coworking e altre invenzioni. Tutto iscritto in un seducente paesaggio di rovine.

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URIEL ORLOW Wishing Trees, 2018 Video installation, documents and artefacts in vitrines, photography Dimensions variable Photo: Wolfgang Träger Photo Courtesy: Manifesta 12 Palermo and the artist

Ed è qui che, dicevamo, Manifesta si è piazzata. 
Com’è poi questa Biennale nomade? Come tutte le Biennali, c’è del buono e del mediocre. Non per essere ecumenici, ma per dire che si percepisce lo sforzo, non sempre ricompensato dai risultati, forse per mancanza di tempo, non penso per mancanza di soldi che in Sicilia continuano ad arrivarne tanti. Penso a Palazzo Butera, alla fretta con cui Uriel Orlow ha messo in scena i suoi Wishing trees, penso a certe ingenuità e scorciatoie viste a Palazzo Ajutamicristo (Tania Bruguera che per denunciare MUOS espone ritagli di giornali + qualche foto), alla bella installazione di Per Barclay a Palazzo Mazzarino, ma un po’ tanto vista. E molto riuscite le installazioni dei Masbedo all’Archivio di Stato per il quale scommetto che anche uno come Umberto Eco sarebbe stato colto dalla Sindrome di Stendhal, di Massimo Bartolini con il suo intricato incastro di luminarie del Sud, di Michele Guido e i suoi raffinati ragionamenti tra arte, vita e architettura. Coinvolgente la performance di Marinella Senatore, con l’energia sicula che trasudava dai ragazzi impegnati ad attraversare il centro storico, tra danza, movimenti, musica e bandiere. E squisito, a volte anche ironico, il dialogo che Eugeny Antufiev ha allacciato con il gran bel museo archeologico Salinas. Colta e affascinante la proposta di Simon Starling alla chiesa di San Giovanni all’Origlione. Insuperabili poi alcune location: Palazzo Branciforte che ospita l’intervento di Lara Favaretto, che si fa spazio in quel monumento al passato e alla povertà che è il Banco dei pegni della biancheria (neanche sapevo che fosse esistita una cosa del genere. Sì, i poveri, non potendo impegnarsi i gioielli, si impegnavano le lenzuola). Chapeau per la accuratissima, e finalmente non noiosa, controinformazione sugli sbarchi e il ruolo delle Ong  fatta da Forensic Oceanography  (Lorenzo Pezzani e Charles Heller), con Liquid Violence di scena nello stupendo Palazzo Forcella De Seta. Generosa l’idea di Viasaterna (galleria milanese) di trapiantarsi a Palermo per otto settimane con otto artisti che lasciano qualcosa alla città ma che ne prendono anche, in uno scambio e sguardo incrociati. E poi la denuncia, finalmente molto artistica, dello scempio siciliano fatta da Alterazioni Video, e Yuri Ancarani, Invernomuto, l’emergenza dell’acqua affrontata da Michael Wang, le collettive "Il richiamo di Cthulhu” e "La febbre” a Palazzo Mazzarino, i "Paesaggi mentali. Traiettorie naturali” al museo Geologico e il visi à vis tra giovani artisti e una misconosciuta maestra siciliana quale è stata Lia Pasqualino Noto.

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MARINELLA SENATORE Palermo Procession, 2018 Urban performance and mixed media installation Installation view photo by: Wolfgang Träger Perfomance photo by: Francesco Bellina Photo Courtesy: Manifesta 12 Palermo and the artist

Insomma, c’è tanto da vedere e da pensare, perché queste, tra le mostre ufficiali e i progetti collaterali (forse alla fine più coerenti questi), sono solo le prime cose che mi tornano in mente qualche giorno dopo l’inaugurazione. 
Ma quello che mi ha più colpito è lo sforzo di assumere Palermo come giardino globale, secondo le indicazioni dei curatori di questa 12esima edizione di Manifesta. Un giardino dove sono cresciute tante piante diverse, sia in senso strettamente botanico che metaforico, che hanno prodotto frutti gustosi (il vero melting pot di questa città dove lo "sbraco”, la mancanza di un governo forte, spesso la povertà, aiutano a mischiarsi) e frutti avvelenati (lo "sbraco” che sarà pure esotico e romantico, ma che non fa crescere). La Sicilia, oltre che Palermo, giardino avvelenato dalla mafia, indagata e attraversata da Eva Frapiccini all’Archivio Storico Comunale, ma anche come territorio dove oggi si sperimentano sofisticatissimi sistemi di controllo come il MUOS, come ben racconta Laura Poitras con il suo Signal Flow. E la Sicilia oggi al centro dell’attenzione: mare nostrum e agognato, diventato un’immensa tomba liquida, teatro di solidarietà e di egoismo, destinato ad essere braccio di mare strategicamente decisivo negli assetti globali. Teatro di flussi naturali e obbligati, di conflittualità in crescita.

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JELILI ATIKU Festival of the Earth (Alaraagbo XIII), 2018 Processional performance, mixed media installation Dimensions variable Installation view photo by: Wolfgang Träger Perfomance photo by: Francesco Bellina Photo Courtesy: Manifesta 12 Palermo and the artist

Tutto questo, in questa Manifesta, che gode di sedi meravigliose – "I palazzi dei ricchi che tutti guardiamo incantati”, come dice qualcuno – dove il crimine, quello piccolo ma pur sempre brutale, colpisce anche per pochi euro (i pc rubati insieme all’incasso giorni fa al Teatro Garibaldi), dove si favoleggia di futuro di grande arte e di grande futuro tout court con il Palazzo Butera acquistato dall’imprenditore e collezionista Massimo Valsecchi, tutto questo, e per fortuna molto altro, in questa Manifesta c’è. 
E non poteva essere coerente perché Palermo è tutto fuorché una città coerente. E se Manifesta, in quanto nomade, incontra e si modella su un territorio, stavolta non poteva che uscire fuori una Biennale un po’ scassata, ma autentica.
Per ora va bene così, nonostante le facili critiche. La posta in gioco è se un’esperienza simile cambierà qualcosa di Palermo, come dovrebbe fare una biennale, incidendo su un territorio. Basterebbe una crescita, un radicamento culturale, un nuovo scatto di dignità. 
Già sarebbe un successo.   

Adriana Polveroni
 


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1 commento trovato 

25/06/2018
antonio arevalo
"Palermo come giardino globale, secondo le indicazioni dei curatori di questa 12esima edizione di Manifesta. Un giardino dove sono cresciute tante piante diverse, sia in senso strettamente botanico che metaforico, che hanno prodotto frutti gustosi (il vero melting pot di questa città dove lo "sbraco”, la mancanza di un governo forte, spesso la povertà, aiutano a mischiarsi) e frutti avvelenati (lo "sbraco” che sarà pure esotico e romantico, ma che non fa crescere).
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